Siri Hustvedt.
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Elegia per un americano.
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Titolo originale: The Sorrows of an American.
Traduzione di: Gioia Guerzoni.
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2009. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Come in una ghost story della psiche umana, una famiglia monca e lacerata dal lutto affronta lo smarrimento e il senso di perdita di un mondo sfuggito al controllo, nella New York
post 11 settembre, e infestato da fantasmi che si rifiutano di tacere.
Elegia per un americano  la cronaca di un anno di lotte interiori e disperate speranze, alla ricerca di una possibile reincarnazione in vita.
Erik Davidsen, psicanalista divorziato e troppo coinvolto dai propri pazienti, e la sorella Inga, tormentata studiosa di filosofia vedova di uno scrittore geniale e dannato, trovano fra le carte del padre appena defunto l'inquietante lettera di una donna sconosciuta, che sembra far cenno a una morte misteriosa.
Decisi a non lasciar cadere quel fragile indizio di un lato oscuro nella vita ordinata e apparentemente impeccabile del padre, stimato storico delle migrazioni originario della Norvegia, Erik e Inga devono affrontare scoperte impreviste e dipanare dolorosi segreti mentre calano il loro lutto privato in quello pubblico in una New York reduce dall'11 settembre, dove la sofferenza si annida in ogni cuore, le verit si fanno di giorno in giorno pi sfuggenti e un lancinante senso di perdita stringe tutti nella propria morsa.
Con una scrittura ammaliante, percorsa da uno struggimento sordo e persistente, Siri Hustvedt segue i suoi protagonisti nel corso di un anno: Inga, perseguitata da una giornalista ostile decisa a rendere pubblica un'inconfessata relazione adulterina del celebre marito, ed Erik, innamorato della sua nuova inquilina Miranda, un'illustratrice giamaicana sensuale e sfuggente con una figlia estrosa come un folletto e un ex fidanzato poco raccomandabile.
Diviso fra un utopico futuro insieme a Miranda e un enigmatico passato che non  quello che sembra, trascinato di segreto in segreto e di mistero in mistero, Erik si trova coinvolto in modo sempre pi intimo nella ricostruzione della vita del padre, nelle fragilit della sorella e dell'eterea nipote traumatizzata dal crollo delle torri gemelle, nelle afflizioni dei suoi pazienti e nelle proprie solitarie riflessioni su sogni, ricordi e desideri.
In questo romanzo sui rapporti fra genitori e figli, fra storia sociale ed esistenze individuali, fra vita della mente e vita del cuore, un ricco mosaico di storie va a comporre l'ambizioso ritratto di una generazione di newyorkesi decisi a fare i conti con la realt sin nelle pi profonde pieghe dell'animo, scavando in se stessi e nel proprio tempo con i soli strumenti dell'intelligenza e del talento.
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L'AUTRICE.
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Siri Hustvedt  nata nel 1955 in Minnesota. Ha studiato alla Columbia University. E autrice di romanzi, saggi e raccolte di poesia.
Nel 2019 ha vinto il prestigioso premio "Principessa delle Asturie". Vive a Brooklyn con suo marito, Paul Auster, e la figlia Sophie.
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Elegia per un americano.
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Non voltarti.
Continua a guardare la ferita.
E da l che la luce entra in te.
RUMI.
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Mia sorella lo chiamava l'anno dei segreti, ma ripensandoci
ora, pi che un anno di qualcosa credo sia stato un
anno senza qualcosa. Un giorno una mia paziente disse: Ho
dentro dei fantasmi che camminano, ma non sempre parlano.
A volte non hanno niente da dire. Sarah teneva spesso
gli occhi chiusi o socchiusi, temeva che la luce la accecasse.
Penso che in tutti noi ci siano dei fantasmi, ed  meglio quando
parlano. Dopo la morte di mio padre, non potevo pi comunicare
con lui di persona, ma non smisi di dialogarci nella
mia testa. Non smisi di vederlo nei sogni o di udire le sue
parole. Eppure per un certo periodo fu ci che mio padre non
disse, ci che non ci aveva rivelato, a prendere il sopravvento
nella mia vita. Si scopr che non era stato l'unico ad avere
dei segreti. Il 6 gennaio, quattro giorni dopo il funerale,
Inga e io trovammo la lettera nel suo studio.
Eravamo rimasti da nostra madre in Minnesota per mettere
ordine tra le carte. Sapevamo che avremmo trovato delle
memorie, scritte negli ultimi anni della sua vita, nonch
una scatola di lettere che aveva mandato ai suoi genitori
- soprattutto negli anni in cui era militare nel Pacifico durante
la seconda guerra mondiale - ma in quella stanza c'erano
altre cose che non avevamo mai visto. Lo studio di mio
padre aveva un odore particolare, lievemente diverso dal resto
della casa. Mi chiesi se tutte le sigarette che aveva fumato,
i caff bevuti e i cerchi che le innumerevoli tazze avevano
impresso sulla scrivania in pi di quarantanni avessero
agito sull'atmosfera di quella stanza tanto da creare l'odore
inconfondibile che mi colpiva appena varcata la soglia. La casa
adesso  stata venduta. L'ha comprata un dentista che ha
fatto grandi cambiamenti, ma riesco ancora a vedere lo studio
con la parete coperta di libri, gli schedari, la lunga scrivania
che si era costruito da s e il casellario di plastica su cui
aveva incollato piccole etichette scritte a mano anche se i cassetti
erano trasparenti: Graffette, Pile per apparecchio
acustico, Chiavi del garage, Gomme.
Era una giornata cupa quando Inga e io ci mettemmo al
lavoro. Dalla grande finestra guardai il sottile strato di neve
sotto il cielo color ferro. Sentivo la presenza di Inga alle mie
spalle e udivo il suo respiro. Nostra madre Marit dormiva, e
mia nipote Sonia se ne stava rannicchiata da qualche parte
con un libro. Aprendo il cassetto di uno schedario, fui colpito
dal pensiero che stavamo per saccheggiare la mente di un
uomo, per profanare una vita intera, e all'improvviso rividi
il cadavere che avevo sezionato all'universit, la gabbia toracica spalancata sul tavolo. Uno dei miei compagni di laboratorio,
Roger Abbot, aveva battezzato il corpo
Tweedledum, Dum Dum o semplicemente Dum. Erik, da' un'occhiata al
ventricolo di Dum. E ipertrofia, amico mio. Per
un attimo immaginai il polmone collassato nel corpo di mio
padre, poi ricordai la sua mano che stringeva forte la mia prima
che uscissi dalla sua stanzetta nella casa di cura, l'ultima
volta che l'avevo visto in vita. All'improvviso mi sentii sollevato
al pensiero che fosse stato cremato,
il sistema di archiviazione di Lars Davidsen era un elaborato
codice di lettere, numeri e colori concepito per definire
una gerarchia discendente all'interno di ogni singola categoria. Gli appunti iniziali erano subordinati alle prime bozze,
le prime bozze alle ultime, e cos via. In quei cassetti non c'erano
solo gli anni di insegnamento e scrittura, ma anche gli
articoli, le conferenze, le infinite pagine di appunti, e le lettere
che aveva ricevuto da colleghi e amici nell'arco di pi di
sessantanni. Mio padre aveva catalogato ogni singolo attrezzo
appeso in garage, ogni ricevuta delle sei auto usate che
aveva posseduto nel corso della sua vita, ogni tagliaerba e
ogni elettrodomestico - l'intera documentazione di una storia
lunga ed eccezionalmente frugale. Scoprimmo un elenco
dettagliato degli oggetti riposti in soffitta: pattini da bambini,
vestiti da neonati, accessori per lavoro a maglia. In una
piccola scatola trovai un mazzo di chiavi. Con la sua calligrafia
minuta, regolare, mio padre aveva scritto sull'etichetta:
Chiavi sconosciute.
In quella stanza trascorremmo giornate intere a riempire
grossi sacchi neri di centinaia di biglietti natalizi, registri dei
voti e innumerevoli inventari di cose che non esistevano pi.
Mia madre e mia nipote si tenevano alla larga. Collegata a un
Walkman, Sonia vagava per la casa, leggeva Wallace Stevens
e sprofondava nel sonno comatoso che coglie facilmente gli
adolescenti. Di tanto in tanto veniva nello studio e dava una
lieve pacca sulla schiena della madre o le circondava le spalle
con le braccia sottili per dimostrarle il suo silenzioso sostegno
prima di fluttuare in un'altra stanza. Da quando, cinque
anni prima, suo padre era morto, ero preoccupato per
Sonia. Me la ricordavo nel corridoio dell'ospedale, il viso
stranamente impassibile, il corpo rigido contro la parete, la
pelle bianca come ossa. So che Inga cercava di nasconderle
il proprio dolore, che quando la figlia era a scuola mia sorella
alzava il volume della musica, si sdraiava per terra e piangeva,
ma n io n sua madre avevamo mai visto Sonia cedere
ai singhiozzi. Tre anni dopo, la mattina dell'undici settembre
2001, Inga e la figlia si erano trovate a correre verso nord
con centinaia di altre persone, lasciandosi alle spalle la Stuyvesant High School, dove studiava Sonia. Erano a pochi isolati
dalle torri in fiamme, e solo in seguito scoprii quello che
mia nipote aveva visto dalla finestra della scuola. Da casa
mia, a Brooklyn, io avevo visto soltanto fumo.
Quando non riposava, mia madre si aggirava da una stanza
all'altra come una sonnambula. Il suo passo deciso ma leggero
non si era appesantito con il tempo, per si era rallentato.
Veniva a vedere come stavamo, a offrirci qualcosa da
mangiare, ma di rado oltrepassava la soglia. Probabilmente
lo studio le ricordava gli ultimi anni di mio padre. Pian piano
l'enfisema era peggiorato, riducendo i confini del suo
mondo. Verso la fine praticamente non camminava pi e rimaneva
quasi sempre in quei venti metri quadri. Prima di
morire aveva selezionato le carte pi importanti, riponendole
in ordinate file di scatole accanto alla scrivania. Fu in uno
di quei contenitori che Inga trov le lettere delle donne che
mio padre aveva conosciuto prima di mia madre. In seguito
lessi ogni parola che gli avevano scritto - un trio di amori
prematrimoniali: una Margaret, una June e una Lenore - in
quelle lettere scorrevoli ma tiepide che si chiudevano con
Teneramente, Con affetto o Arrivederci a presto.
Quando Inga trov le lettere, presero a tremarle le mani.
Quel tremore mi era familiare fin dall'infanzia, e non era attribuibile
a una malattia ma a quello che mia sorella chiamava il
suo circuito elettrico. Non poteva mai prevederne l'insorgenza.
L'avevo vista parlare in pubblico senza problemi, ma in certe
conferenze le mani le tremavano con una violenza tale che
doveva nasconderle dietro la schiena. Dopo aver ritirato i tre
fasci di lettere di Margaret, June e Lenore, ormai perdute ma
un tempo desiderate, Inga estrasse un singolo foglio, lo fiss
con un'espressione perplessa e me lo porse senza aprire bocca.
La lettera era datata 27 giugno 1937. Sotto, in una calligrafia
grossa, infantile, c'era scritto:
Caro Lars, so che non
dirai mai niente di quello che  successo. L'abbiamo giurato
sulla Bibbia. Non ha pi importanza ora che lei  in cielo, e
nemmeno per coloro che sono in terra. Credo nella tua promessa.
Lisa.
- Voleva che la trovassimo, - disse Inga. - Altrimenti l'avrebbe distrutta. Ti ho fatto vedere quei diari con le pagine strappate, no? - Rimase in silenzio. - Hai mai sentito nominare questa Lisa?
- No, - dissi. - Potremmo chiedere a mamma.
Inga mi rispose in norvegese, come se parlare di nostra
madre richiedesse l'utilizzo della sua prima lingua. - Nei, Jei
vu ikke forstyrre henne med dette -. (No, meglio non agitarla).
- Ho sempre avuto la sensazione, - prosegu, - che ci fossero cose che pap teneva nascoste a mamma e a noi, soprattutto
della sua infanzia. Aveva quindici anni a quell'epoca.
Dovevano aver gi perso i quaranta acri della fattoria e, se non sbaglio, era passato un anno da quando il nonno aveva
scoperto che suo fratello David era morto. Mia sorella abbass lo sguardo sul foglio marrone chiaro. - Non ha pi
importanza ora che lei  in cielo, e nemmeno per coloro che sono in terra. Era morto qualcuno -. Deglut rumorosamente.
- Povero pap, che giurava sulla Bibbia.
Dopo aver spedito undici scatoloni di carte a New York, quasi tutti al mio indirizzo di Brooklyn, Inga, Sonia e io eravamo
tornati alle nostre vite. Una domenica pomeriggio ero seduto alla scrivania del mio studio con davanti le memorie,
il piccolo diario in pelle e le lettere di mio padre, quando mi venne in mente una frase di Auguste Comte a proposito del
cervello. Lo aveva definito un congegno attraverso il quale i morti influenzano i vivi. La prima volta che avevo tenuto
in mano il cervello di Dum ero rimasto stupito prima dal suo peso, poi da quello che avevo rimosso: la consapevolezza dell'uomo
che era stato, un robusto settantenne cardiopatico.
Quando era in vita, pensai, l dentro c'era tutto: immagini e parole, ricordi dei vivi e dei morti.
Pi o meno trenta secondi dopo guardai dalla finestra e
per la prima volta vidi Miranda ed Eglantine. Stavano attraversando
la strada con l'agente immobiliare e capii subito che
erano le potenziali inquiline del mio appartamento al piano
terra, che dava sul giardino. Le due donne che ci avevano
abitato si erano trasferite in una casa pi grande nel New Jersey,
e dovevo rimpiazzarle. Dopo il divorzio la casa mi sembrava
enorme. Genie aveva occupato molto spazio, e anche
il suo spaniel Elmer, il suo pappagallo Rufus e il suo gatto
Carlyle avevano il loro territorio. Per qualche tempo ci furono
anche i pesci. Quando Genie mi lasci, riempii i tre piani
della casa di libri, migliaia di volumi da cui non riuscivo a
separarmi. La mia ex moglie definiva con risentimento la nostra
casa Il Librarium. Avevo comprato quella palazzina di
arenaria rossa da ristrutturare, un cosiddetto affare d'oro,
appena prima di sposarmi, quando il mercato immobiliare era
in ribasso, e da allora avevo continuato a lavorarci. La passione
per la carpenteria  un'eredit di mio padre, che mi ha
insegnato a costruire e riparare quasi tutto. Per anni mi ero
rintanato in una parte della casa, dedicandomi sporadicamente
alle altre stanze. Ma le esigenze della mia professione riducevano
il tempo libero praticamente a zero, uno dei fattori
che mi avevano portato a ingrossare le file della nutrita legione
occidentale nota come i divorziati.
La giovane donna e la bambina si fermarono sul marciapiede
con Laney Buscovich della Homer Realtors. Non riuscivo
a vedere il viso della donna, ma notai che aveva un portamento
magnifico. I capelli erano corti, aderenti al capo e,
perfino da quella distanza, apprezzai il suo collo sottile. Anche
se indossava un cappotto lungo, la vista della stoffa sul
seno mi fece balenare nella mente un'immagine di lei nuda,
e fui travolto da un'ondata di desiderio. La solitudine sessuale
in cui vivevo da qualche tempo, una sensazione che a
volte mi spingeva ai piaceri voyeuristici del porno via cavo,
si era intensificata dopo il funerale di mio padre, montando
dentro di me come una lugubre tempesta, e quella raffica di
libido post mortem mi dava la sensazione di essere tornato
adolescente, un onanista alto, magro e praticamente glabro,
il re della sega della Blooming Field Junior High School.
Per dare un taglio a quella fantasia, mi voltai a guardare
la bambina, un ragnetto avvolto in un voluminoso giaccone
porpora. Si era arrampicata sul muretto e stava in equilibrio
tendendo davanti a s una gamba sottile. Sotto il giaccone
indossava quello che sembrava un tut, un affare rosa di tulle
e rete sopra una spessa calzamaglia nera che faceva le borse
sulle ginocchia. Ma la cosa pi notevole erano i capelli, una
massa di morbidi riccioli marrone chiaro che le avvolgeva la
piccola testa come un'enorme aureola. La pelle della donna
era pi scura di quella della bambina. Se erano davvero madre
e figlia, decisi, il padre doveva essere bianco. Trattenni
il respiro guardandola saltare gi dal muretto, ma atterr senza
difficolt, piegando un poco le ginocchia. Come Campanellino,
pensai.
Ripensando alla vita di allora, la cosa pi incredibile dev'essere
quant'era piccola la nostra casa, scriveva mio padre. Cucina,
soggiorno e camera da letto al piano terra, 44 metri quadri
in tutto. Al piano di sopra due mansarde, adibite a stanze da letto,
occupavano la medesima superficie. Non c'era niente di superfluo.
L'impianto idraulico consisteva di un gabinetto esterno
e di una pompa manuale, entrambi a circa 20 metri dalla casa.
Un bollitore per il t forniva l'acqua calda, insieme a una cisterna
collegata al forno a legna. A differenza delle fattorie meglio
attrezzate, la nostra non aveva un serbatoio sotterraneo per
conservare l'acqua piovana, ma solo una grossa vasca metallica in
cui raccoglievamo l'acqua in estate. In inverno facevamo sciogliere
la neve. Per la luce usavamo lampade a cherosene. Anche
se l'elettrificazione rurale cominci negli anni Trenta, noi ci agganciammo
soltanto nel 1949. Non c'era caldaia. Un forno a
legna riscaldava la cucina e una stufa il soggiorno. A parte le controfinestre,
la casa non aveva isolamento. Solo nei periodi pi
freddi il fuoco restava acceso nella stufa durante la notte. L'acqua
nel bollitore era spesso ghiacciata al mattino. Mio padre si
alzava per primo e accendeva il fuoco, cos quando ci trascinavamo
fuori dal letto il gelo era diminuito. A ogni modo continuavamo
a tremare mentre ci vestivamo rannicchiati vicino alle stufe. In un inverno dei primi anni Trenta rimanemmo senza
legna. Non ne avevamo accumulata a sufficienza. Se si deve bruciare
legna verde, il frassino e l'acero sono di gran lunga i pi adatti.
Leggendo, continuavo ad aspettarmi un accenno a Lisa, ma non comparve. Mio padre scriveva di raffinati accorgimenti
per costruire una solida catasta di legna, per arare con Belle e Maud, i cavalli di famiglia, per liberare i campi
da temibili erbacce come il cardo campestre e la falsa gramigna,
poi descriveva le arti agricole dell'aratura, della semina,
dell'erpicatura incrociata, della messa a dimora e del taglio
del granoturco, della fienagione, della trebbiatura collettiva
dei covoni, della riempitura dei silos e della cattura dei geomidi.
Da ragazzo, mio padre catturava i geomidi per denaro,
e col senno di poi comprendeva il lato umoristico di quell'occupazione.
Cominciava un paragrafo con la frase: Se non siete interessati ai geomidi o a come catturarli, passate al paragrafo successivo.
Ogni scritto autobiografico  pieno di lacune.  ovvio che certe storie non possono essere narrate senza causare sofferenze
ad altre persone o a se stessi, che l'autobiografia  irta di questioni spinose riguardanti il punto di vista, il grado
di consapevolezza, la repressione e la vera e propria illusione.
Non ero sorpreso dal fatto che la misteriosa Lisa, che aveva fatto giurare a mio padre di mantenere un segreto, non
comparisse nelle sue memorie. Di certo io avrei omesso parecchie
parti dalla mia storia. Lars Davidsen era stato un uomo di rigorosa onest e sentimenti profondi, ma Inga aveva
ragione a proposito della sua vita passata. Molte cose erano rimaste segrete. Tra noi ne avevamo accumulata a sufficienza.
e il frassino e l'acero sono di gran lunga i pi adatti, c'era tutta una storia non detta.
Mi ci vollero anni per capire che, anche se i miei nonni erano sempre stati poveri, la Depressione li aveva rovinati
completamente. La miserevole casetta descritta da mio padre
 ancora in piedi, e i rimanenti venti acri di quella che
un tempo era una fattoria sono affittati a un agricoltore che
ne possiede centinaia d'altri. Mio padre non rinunci mai a
quel posto. Man mano che la sua malattia progrediva, decise
di vendere la casa in cui aveva vissuto con mia madre e
con noi, un edificio delizioso costruito in parte con legna di
alberi che aveva abbattuto lui stesso, ma lasci la fattoria della
sua infanzia a me, il figlio traditore, il medico, psichiatra
e psicanalista che viveva a New York.
Quando lo conobbi, mio nonno ormai se ne stava quasi
sempre in silenzio, seduto su una poltrona imbottita nel piccolo
soggiorno con la stufa a legna. Accanto alla poltrona c'era
un tavolino traballante con sopra un portacenere. Da piccolo
quell'oggetto mi affascinava perch lo trovavo scandaloso.
Era un gabinetto in miniatura, nero e con il sedile
dorato, l'unico gabinetto con lo sciacquone che i miei nonni
avessero posseduto in tutta la loro vita. In casa c'era sempre
un forte odore di muffa, e in inverno di legna bruciata. Andavamo
di rado al piano di sopra, ma non mi pare che ci fosse
vietato. I gradini stretti portavano a tre stanze minuscole,
una delle quali era del nonno. Non ricordo quando accadde,
ma non dovevo avere pi di otto anni. Salii di nascosto
su per le scale ed entrai in camera del nonno. Dalla finestrella
entrava una luce pallida, e io osservai le particelle di polvere
che danzavano nell'aria. Guardai il piccolo letto, i cumuli
torreggianti di giornali che ingiallivano, la tappezzeria
strappata, i pochi libri impolverati sulla credenza malconcia,
i portatabacco, i vestiti ammucchiati in un angolo, e provai
una sensazione di rispetto reverenziale. Probabilmente avevo
una vaga idea dell'esistenza solitaria di quell'uomo, e di
qualcosa che era andato perduto, ma non sapevo cosa. Nel
ricordo, sento mia madre alle mie spalle, dice che non dovrei
essere in quella stanza. Sembrava che sapesse tutto, mia madre,
sembrava che percepisse quello che gli altri non notavano
nemmeno. La sua voce non era per niente dura, ma forse
fu il suo rimprovero a rendere quell'esperienza memorabile.
Mi chiesi se in quella stanza ci fosse qualcosa che non avrei dovuto vedere.
Mio nonno era gentile con noi, e mi piacevano le sue mani,
anche la destra, quella a cui mancavano tre dita, mozzate
da una sega circolare nel 1921. Mi dava un buffetto o appoggiava
la mano sulla mia spalla e la teneva cos per un istante
prima di tornare al giornale e alla sputacchiera, un
barattolo di caff con la scritta Folgers. I suoi genitori immigrati
avevano avuto otto figli: Anna, Brita, Solveig, Ingeborg,
un'altra Ingeborg, David, Ivar (mio nonno) e Olaf. Anna
e Brita vissero fino all'et adulta, ma morirono prima che
io nascessi. Solveig mor di tubercolosi nel 1907. La prima
Ingeborg mor il 19 agosto 1884. Aveva sedici mesi. Nostro
padre mi raccont che questa Ingeborg era morta poco dopo la
nascita e che era cos piccola che venne usata una scatola per sigari
come bara. Nostro padre doveva aver confuso la morte di Ingeborg
con qualche leggenda locale. Anche la seconda Ingeborg
prese la tubercolosi, rest per un certo periodo al sanatorio
di Mineral Springs, ma poi guar. David si ammal di tubercolosi
nel 1925. Trascorse tutto il 1926 in sanatorio. Appena
le sue condizioni migliorarono, scomparve. Fu ritrovato
soltanto nel 1936, quando ormai era morto. Olaf mor di tubercolosi nel 1914. Fratelli fantasmi.
Mia nonna, anche lei figlia di immigrati norvegesi, era cresciuta
con due fratelli in perfetta salute e aveva ereditato del
denaro dal padre. Era completamente diversa da suo marito,
una vera attaccabrighe, e io ero il suo pupillo. Il mio arrivo
era diventato un rituale. Aprivo la zanzariera, correvo dentro,
e urlavo: - Nonna, la mia spada! - A quella parola d'ordine,
lei frugava dietro la credenza in cucina ed estraeva un
pezzo di legno su cui mio zio Fredrik aveva inchiodato una
piccola traversa. A quel punto scoppiava sempre a ridere, uno
schiamazzo stridulo che a volte la faceva tossire. Era grassa
ma fortissima: sollevava pesanti secchi d'acqua e trasportava
mucchi di mele nelle pieghe della gonna, pelava patate con
colpi di coltello ben assestati, e faceva cuocere troppo ogni
genere commestibile che le capitava sotto mano. Era una donna
umorale: aveva giorni ciarlieri, sorridenti, in cui le piaceva
raccontare storie, e giorni cupi, in cui borbottava divagando
e brontolava le sue dubbie opinioni riguardo a banchieri
e ricchi e tutti coloro che secondo lei si erano macchiati di
qualche crimine. Nelle giornate peggiori diceva una frase terribile:
- Non avrei mai dovuto sposare Ivar. Quando sua
madre mugugnava, mio padre si irrigidiva, mio nonno rimaneva
in silenzio, mia madre azzardava una battuta o una parola conciliante
e Inga, sul cui viso si dipingeva la sofferenza a ogni accenno di
conflitto, sensibile com'era al minimo
cambiamento di vento emotivo, si chiudeva in se stessa. Una
voce che si alzava, una risposta secca, un commento irritato,
la pungevano come aghi. Gli occhi le si riempivano di lacrime, la bocca si irrigidiva. In quei giorni speravo tanto che
diventasse pi forte, almeno un poco.
Nonostante le occasionali scenate della nonna, ci piaceva
stare l, in quel posto che mio padre chiamava la casa fuori,
soprattutto in estate, quando il grano riempiva fino all'orizzonte i campi sterminati. Un trattore arrugginito e coperto
di erbacce, una Ford Model A parcheggiata in permanenza,
la vecchia pompa e le fondamenta in pietra di quello
che un tempo era un granaio erano lo scenario dei nostri giochi.
Tranne per il vento che muoveva l'erba e gli alberi, il
canto degli uccelli e un'automobile che passava di tanto in
tanto, c'era pochissimo rumore. Mia sorella e io correvamo,
ci arrampicavamo e inventavamo le nostre storie di orfani
naufraghi in un mondo ormai immobile, ma non pensavo mai
al fatto che a un certo punto il mondo dei miei nonni, di quegli immigrati di seconda generazione, si era davvero fermato. Ora capisco che quel luogo  una cicatrice su una vecchia
ferita.  strano come siamo costretti a replicare il dolore,
ma sono arrivato alla conclusione che questa  la verit. Ci
che  stato non ci abbandona. Quando il mio bisnonno Olaf
Davidsen, il minore di sei figli, lasci la minuscola fattoria
sulla cima di una montagna a Voss, in Norvegia, nella primavera
del 1868, sapeva gi l'inglese e il tedesco, e aveva le
credenziali per insegnare. Scriveva poesie. Mio nonno non sarebbe
andato oltre la quinta elementare.
Il diario era uno di quei volumetti quinquennali con solo
qualche riga per ogni giorno della settimana. Mio padre lo
tenne dal 1937 al 1940, con sporadiche annotazioni nel 1942.
Dal 1937 la prosa di Lars Davidsen aveva subito una rivoluzione,
e riflettei a lungo sull'uso particolare che faceva del
verbo essere e sul mutamento delle preposizioni. Parecchie
annotazioni dicevano soltanto Ero in scuola. Mi ci vollero parecchi
minuti per capire che quella strana costruzione era una
traduzione libera dal norvegese Varp skolen, letteralmente
Ero su scuola. La sintassi e un certo numero di preposizioni
erano versioni inglesi della prima lingua di famiglia. Immagino
che avesse ricevuto il diario a Natale e che avesse cominciato
a usarlo il 10 gennaio. Documentava visite dei e dai
vicini: I Maser sono stati su a cena. C'era insieme Neil. I ragazzi
Jacobsen sono stati sopra nel pomeriggio. Ero ai Brekke oggi.
Ero su una festa ai Bakkethun. Il clima: Oggi c'era una tempesta
di neve. Il vento soffia molto forte. Il tempo era bello e scioglieva.
Oggi c'era una forte nevicata. Dalla mattina fino a ora.
Davanti alla casa c' un cumulo alto un metro. Malattie invernali:
Lotte e Fredrik non erano a scuola ma Fredrik era in piedi
oggi. Ero in letto tutto il giorno per causa di una tosse. Problemi
con gli animali: Pap e io siamo stati su da Clarence Brekke.
Aveva sfortuna. 4 delle sue bestie erano morte. Pap era su da
Clarence ad aiutarlo a scuoiare la settima mucca. 4 giovenche,
1 manzo, 1 mucca e un vitello sono morti per lui dentro una settimana.
Il cavallo dei Jacobsen, Tardy,  morto. Il cane di Ember 
stato guidato sopra da una macchina. Il 28 gennaio c'era
un appunto su David. Oggi  un anno fa da quando pap  andato
nelle citt a identificare zio David dopo aver sentito che era
morto. In primavera c'erano parecchie annotazioni sui geomidi:
Oggi ho preso 6 geomidi. Presi quattro geomidi. Presi 7
geomidi in tutto a Ottemess. Il 1 giugno, mio padre scriveva:
Oggi c'era un bisticcio tra Harry e pap. Il 3 giugno trovai
il primo accenno al mondo al di l della piccola comunit rurale.
Oggi ho arato ed erpicato. Re Edward e la signora Wallis Simpson.
Il 15 dello stesso mese mio padre annot un sentimento.
Ho raccolto patate tutto il giorno. Peter Bramvold era qui e
voleva assumermi. Sono cos maledettamente disgustato perch
non posso andarci. Il giorno prima che Lisa mandasse la lettera
a mio padre, il 26 giugno, trovai questa annotazione: Abbiamo
coperto le patate. Pap  stato in paese. Harry era messo
in prigione.
Chi era Harry? Quando ne parlai a Inga, disse che non ne
aveva idea. Decidemmo che avrei scritto a zio Fredrik per
chiedere a lui. Zia Lotte non poteva rispondere. Era in una
casa di cura, con l'Alzheimer.
La prima cosa che Eglantine mi disse fu: - Guarda mamma,  un
gigante -. Quando aprii la porta ai miei nuovi inquilini, mi resi conto con sollievo che guardando Miranda una seconda volta riuscivo a
stringerle la mano senza crollare. I grandi occhi a mandorla, color nocciola, erano insoliti, leggermente
all'ins, come se qualcuno della sua famiglia fosse di origine
asiatica, ma fu il suo sguardo intenso a catturarmi in quei primi
secondi. Poi abbass quegli occhi straordinari sulla figlia e
disse: - No, Eggy, non  un gigante. E un uomo alto,
Io guardai la bambina e dissi: - Be', sono quasi alto come
un gigante, ma non sono come quelli delle fiabe -. Mi chinai
e le feci un sorriso incoraggiante, ma lei non restitu il sorriso.
Mi guard senza batter ciglio, poi strinse gli occhi come
se stesse soppesando molto seriamente il mio commento. La
sua espressione solenne mi mise ancora pi in imbarazzo. Sono
alto un metro e novantasei. Inga  uno e ottantadue, e
mio padre era un pelo sotto il metro e novanta. Mia madre 
un nanerottolo con il suo metro e settantacinque. I Davidsen e, dal
ramo paterno di mia madre, i Nodeland, erano tendenzialmente magri e
altissimi. La combinazione genetica era
quindi prevedibile, e sia Inga che io avevamo continuato a
crescere. Ci era toccato sopportare per tutta la vita le battute sugli
stangoni e com'-il-tempo-lass, oltre all'errata convinzione che le nostre schiacciate a basket fossero infallibili.
Nessun sedile - al cinema, a teatro, in aereo o in metropolitana - nessun gabinetto pubblico o lavandino, nessun
divano o poltrona di alberghi o sale d'attesa, non un solo tavolo
in tutte le biblioteche del mondo  stato costruito per
gente come me. Per anni mi  sembrato di vivere in un mondo
di qualche taglia troppo piccolo per me, tranne a casa, dove
avevo fatto alzare piani e pensili in modo che fossero, come
dice Riccioli d'Oro, proprio giusti per me.
Ci sedemmo al tavolo della mia cucina, e percepii subito
una profonda riservatezza in Miranda Casaubon, un distacco
orgoglioso che ammiravo ma che rendeva difficile la conversazione.
Poteva avere tra i venticinque e i trentacinque
anni, ed era vestita in modo tradizionale, fatta eccezione per
gli stivali alti, stringati sul davanti, che aderivano perfettamente
alla linea dei polpacci. Sapevo da Laney che aveva un
buon lavoro come grafica per una importante casa editrice,
poteva permettersi l'affitto e aveva insistito per stabilirsi
a Park Slope in modo che la figlia potesse frequentare la
Public School 321, la scuola elementare locale. Non c'erano
padri nel resoconto. Miranda mi raccont che era cresciuta
in Giamaica e se n'era andata con la famiglia all'et di tredici
anni. Il suo accento era stato smussato ma conservava qualche
traccia della musicalit dell'inglese caraibico. I genitori
e le tre sorelle vivevano a Brooklyn. Mentre parlava, Miranda
teneva le mani poggiate sul tavolo, una sull'altra. Erano
snelle, lunghe le dita, e notai che non rivelavano alcuna tensione,
come d'altronde tutto il suo corpo. Era immobile, rilassata e vigile.
Se non fosse stato per Eggy, non avrei scoperto altro. Dopo
le presentazioni era rimasta in silenzio, e quando ci sedemmo
strinse il braccio della madre, le affond il viso nella
spalla e cominci a giocare con lo schienale della sedia. Lo
teneva con una mano, si sporgeva in avanti pi che poteva,
poi si tirava di nuovo indietro. Dopo quegli esercizi ginnici,
fece un balzo improvviso e si mise a ballare per tutta la stanza
con le braccia tese e i riccioli castano chiaro che svolazzavano.
Saltell verso gli scaffali dei libri canticchiando: - Libro,
libri, libro e ancora liibriii! Libro-un-libro, libro-un-libro.
Oggi so leggere.
Mi voltai verso Miranda. - Sa leggere?
Per la prima volta sorrise, e io vidi i suoi denti bianchi,
regolari, appena sporgenti. La sovrapposizione degli incisivi
mi fece rabbrividire e distolsi lo sguardo. - Un poco.  all'asilo, sta imparando.
Eggy rovesci all'indietro la testa, tese le braccia e cominci
a piroettare.
- Ti stai agitando troppo, - le disse Miranda. - Calmati.
- Mi piace agitarmi! - Ci sorrise, e la bocca spalancata
sembrava occupare met del piccolo viso, che per un attimo
sembr quello di un folletto.
- Dico sul serio, - fece Miranda.
La bambina guard la madre, poi piroett ancora, ma pi
lentamente. Dopo aver pestato un piede a terra con aria ribelle,
scroll i ricci e saltell verso di me, occhieggiando la
madre con un filo di risentimento. Si avvicin e mi disse in
tono cospiratorio: - Vuoi sapere una cosa personale?
Guardai Miranda.
- Forse il dottor Davidsen non vuole saperla, - disse Miranda.
- Erik, - dissi io.
Miranda mi lanci uno sguardo ma non disse niente.
- Sar felice di saperla solo se sta bene a tua madre, - dissi,
tentando un compromesso.
Eggy fiss la madre con aria rabbiosa. Miranda sospir e
annu, poi sentii sulla testa la mano della bambina che avvicinava
il mio orecchio alla sua bocca. In un bisbiglio forte,
eccitato, come una raffica di vento sul timpano, disse: - Mio
pap  in una grossa scatola,  diventato tutto bagnato e appiccicoso
li dentro, e cos  scom..., - si interruppe, - ... parso.
Perch lui  magico.
Non so se Eggy credeva davvero che la madre non avesse
sentito quelle parole, ma il viso di Miranda si contrasse
per un istante, le palpebre si abbassarono. Mi voltai verso
Eggy e le assicurai: - Non lo dir a nessuno. Te lo prometto.
La piccola Eglantine mi rivolse un sorriso civettuolo.
- Devi giurare sulla tua testa, - disse.
- Giuro sulla mia testa.
Sembrava deliziata. Mi guard raggiante, chiuse gli occhi
e inspir rumorosamente dal naso, come se ci fossimo scambiati
odori pi che parole.
Quando mi voltai di nuovo verso Miranda, notai che mi
guardava con un'espressione penetrante, come se stesse
sondando le mie parti pi profonde. Ho un debole per le donne
intelligenti, e le sorrisi. Lei rispose al sorriso, ma poi si alz,
ponendo fine al colloquio. Quel gesto brusco mi fece venire
un desiderio improvviso di sapere la sua storia, di scoprire
tutto di quella donna, di sua figlia e del misterioso padre che
la bambina aveva relegato in una scatola.
Prima che si avviassero verso la porta, dissi: - Mi faccia
sapere se avete bisogno di qualcosa o se c' qualcosa che posso
fare prima che vi trasferiate qui.
Le osservai scendere i gradini, mi voltai e mi sentii dire:
- Sono cos solo -. Ne fui turbato, perch quella frase era diventata
un tic verbale. Mi accorgevo raramente di pronunciarla,
o non mi rendevo conto di dirla ad alta voce. Avevo
preso a ripetere quel mantra involontario quando ero ancora
sposato, borbottandolo prima di addormentarmi, in bagno,
persino mentre facevo la spesa, ma in quell'ultimo anno
era diventato pi frequente. Mio padre faceva lo stesso
con il nome di mia madre. Seduto da solo in poltrona prima
di appisolarsi, e in seguito nella sua stanza in casa di cura,
mormorava: Marit di continuo. Ogni tanto lo faceva quando
lei era abbastanza vicina da sentirlo. Se lei rispondeva, lui
sembrava non rendersi conto di averla chiamata.  la stranezza
della lingua: attraversa i confini del corpo,  al tempo
stesso dentro e fuori, e a volte non ci accorgiamo che la soglia
 stata oltrepassata.
In quanto vedova e divorziato, Inga e io trovammo il terreno
comune che la solitudine offriva a entrambi. Quando
Genie mi lasci, mi resi conto che quasi tutte le cene, le feste
e gli eventi a cui avevamo partecipato erano associati a lei pi
che a me. I miei colleghi della Payne Whitney, dove lavoravo
all'epoca, e gli altri psicanalisti che conoscevo l'avevano
annoiata. Anche Inga aveva perso certi amici che, attratti dal
fascino del marito famoso, avevano accettato lei come piacevole
subalterna, ma poi erano scomparsi alla morte di Max.
Di molti di loro non le importava un granch, ma c'erano altre
persone la cui improvvisa assenza l'aveva profondamente
ferita. Tuttavia non cerc mai di contattarle.
Inga aveva conosciuto Max quando si stava specializzando
in filosofia alla Columbia. Lui aveva fatto un reading all'universit
e lei era seduta in prima fila. Inga era una bella
venticinquenne bionda, intelligente, appassionata e consapevole
del proprio potere di seduzione. Con il quinto romanzo
di Max Blaustein in grembo, ascolt attentamente ogni singola
parola del reading. Al termine, gli fece una lunga e complicata
domanda sulle sue strutture narrative, e lui fece del
suo meglio per rispondere, poi, quando Inga mise il libro sulla
scrivania per avere un autografo, lui scrisse sul frontespizio:
Mi arrendo, non andartene. Nel 1981 Max aveva quarantasette
anni ed era stato sposato due volte. Non era famoso
solo come scrittore, ma anche come incontenibile seduttore
di giovani donne, un tempestoso libertino che beveva in modo
eccessivo, fumava in modo eccessivo ed era in generale eccessivo,
e Inga lo sapeva. Non se ne and. Rimase. Inga rimase
finch lui mor di cancro allo stomaco nel 1998, a sessantaquattro anni.
Soltanto un mese dopo aver discusso la sua tesi su Enten-Eller di Kierkegaard, Inga rest incinta. Max, che non aveva avuto figli dai matrimoni precedenti e si era dichiarato un
nongenitore, divent un padre entusiasta fino al ridicolo.
Lanciava in aria Sonia e cantava per lei con voce stridula, del
tutto stonata. Registr i suoi primi balbettii, la fotograf e
film in ogni fase della crescita, le insegn a giocare a baseball,
non si perdeva una riunione scolastica, un saggio o una
recita, e si vantava spudoratamente delle sue poesie, le gemme
verbali della sua bambina prodigio. Per toccava a Inga
occuparsi del lavoro quotidiano di nutrirla, consolarla, vestirla
e leggerle qualcosa all'ora di andare a letto. Tra madre
e figlia vedevo un legame che mi ricordava quello tra Inga e
nostra madre, un'indistinta vicinanza corporea che io definisco
sovrapposizione. Ho visto molte versioni della storia genitore-figlio
nei miei pazienti, persone disturbate dalla complessit
di una narrazione che sono incapaci di esprimere. La
morte di Max fece deviare Inga e Sonia dal corso della loro
vita. Mia nipote aveva dodici anni, un'et precaria, un periodo
di rivoluzioni interne ed esterne, e per qualche tempo
si rifugi in una metodicit compulsiva. Mentre mia sorella
naufragava, vagava e piangeva, Sonia puliva, riordinava e
studiava fino a notte fonda. Come le etichette e i casellari di
mio padre, i maglioni di Sonia perfettamente ripiegati e impilati
per colore, le pagelle eccellenti e le reazioni a volte brusche
al dolore della madre erano i pilastri in un'architettura
della necessit, strutture erette per tenere lontane le orribili
verit del caos, della morte e del declino.
Alla fine dei suoi giorni Max era emaciato. Giaceva privo
di sensi sul letto d'ospedale, la testa ridotta a un teschio
coperto da una sottile peluria grigia, il braccio inerte, sottile
come un ramoscello, adagiato sul lenzuolo. Ormai la morfina
lo tratteneva in un crepuscolo riservato ai moribondi.
Dopo i tormenti che aveva dovuto patire, ero rassegnato. Mi
ossessiona ancora l'immagine di Inga che solleva la flebo e
s'infila nel letto accanto a lui. Quella volta premette il corpo
contro il suo e gli appoggi la testa sulla spalla. - Oh tesoro,
tesoro mio, il mio tesoro, - ripeteva. Dovetti voltarmi
e uscire in corridoio, dove le lacrime cominciarono a fluire
liberamente come non mi capitava da molto tempo.
Solo dopo la morte di Max diventai davvero lo zio Erik,
il tuttofare aggiustatutto, il consigliere in materia di scienze,
l'esperto in lavaggio rapido di pentole e il consulente di Inga
e Sonia su problemi grandi e piccoli. Ero stato un fallimento
come marito ma avevo successo come zio. Inga aveva
bisogno di parlare di Max, di raccontarmi delle furiose sessioni
di scrittura che lo lasciavano debole e svuotato, dell'intimit
notturna con la bottiglia di whisky, i pacchetti di Camel
e i vecchi film alla tele, degli accessi d'ira seguiti da scuse
e dichiarazioni d'amore. Aveva bisogno di parlare anche
del cancro. Mi ripet all'infinito del mattino in cui aveva continuato
a vomitare, e poi, bianco e tremante, l'aveva chiamata.
- Il gabinetto era pieno di sangue. Il sedile era chiazzato
di rosso e la tazza era piena, sangue, tanto sangue. Sapeva
che sarebbe morto, Erik. Io speravo, e continuavo a sperare.
Negli ultimi tempi mi confess che, quando aveva visto
cosa stava accadendo al suo corpo, si era rassegnato: Ho fatto
molte cose. Ora posso andare.
Avevo sempre avuto la sensazione che il loro fosse un matrimonio
passionale ma non certo facile. Dipendevano l'una
dall'altro, legati in una lunga storia d'amore che non era mai
diventata stagnante, ma aveva continuato a ribollire e agitarsi
finch era stata bruscamente interrotta. - C'erano due
Max, - dice sempre Inga. - Il mio Max e quello l fuori, la
merce letteraria: il signor Genio -. Esistono scrittori di ogni
specie, ma Max Blaustein incarnava il concetto culturale idealizzato
del romanziere ammaliante. Era bello, ma di una bellezza
non ordinaria. Aveva tratti delicati, scarni, capelli folti
diventati bianchi molto presto, gli occhiali con la montatura
di metallo che rappresentavano il suo segno distintivo e
che secondo Inga lo facevano somigliare a un nichilista russo.
Il Max Blaustein l fuori, autore di quindici romanzi,
quattro sceneggiature e una raccolta di saggi, aveva ispirato
nei suoi lettori devozione e fanatismo e, di tanto in tanto,
isteria vera e propria. Nel 1995, durante un reading a Londra,
aveva rischiato di essere travolto dalla folla scatenata
che voleva avvicinarsi al suo idolo. La funzione commemorativa
aveva attirato centinaia di fan in lacrime, gente che,
nonostante l'evidente afflizione, spingeva e sgomitava per
entrare nella sala. - Ispirava un tipo di adorazione che a volte
sfiorava la mania, - disse Inga. - Max ne sembrava sempre
disorientato, ma penso che le sue storie mettessero in luce
certi lati oscuri nelle persone. Non sono certa che qualcuno
potesse o possa spiegarlo, e Max meno di tutti, ma qualche
volta mi spaventava... quello che aveva dentro -. Ricordo
quelle parole perch, mentre Inga le pronunciava, la sua voce
si incrin, ed ebbi la sensazione che nascondessero altro.
In seguito pensai che mi sarebbe piaciuto chiederle cosa
intendeva dire, ma al momento qualcosa mi aveva bloccato.
Quello che definirei forse riservatezza o rispetto potrebbe
invece essere stata una forma di paura, un non voler sentire
la risposta.
Per pagare gli interessi sulla terra che aveva ipotecato, mio
nonno segava legna per un certo Rune Carlsen: Il compenso
era di un dollaro ogni due metri cubi di legname. Quando si trasferivano in un posto nuovo, c'era molto lavoro extra, pesantissimo
ma non retribuito. Lo stesso accadeva quando si rompevano
i macchinari, cosa che capitava spesso.L'attrezzatura era vecchia.
Nostro padre lavorava nei campi dalle quattro alle sei di
mattina e dalle sette di sera fino a quando faceva buio. Il vecchio
slogan americano secondo cui il duro lavoro garantisce il
successo era in questo caso una crassa menzogna. Dopo alcuni
anni di quella vita, proprio quando le cose stavano per migliorare,
arriv il pignoramento. La perdita dei quaranta acri rattrist
mio padre per il resto della vita. Non era tanto per la terra
in s, ma perch gli sforzi fatti per tenerla avevano spezzato
qualcosa in suo padre. Lui non lo disse mai, ma io giunsi
alla conclusione che  proprio questo ci che accadde. Una
Depressione, scriveva, implica molto pi delle ristrettezze economiche,
molto pi del cavarsela con poco. Quello potrebbe essere
il meno. Le persone orgogliose si ritrovano oppresse da sventure
non provocate da loro; eppure, a causa del proprio orgoglio,
provano una sensazione di fallimento totale. Gli esattori delle
imposte si guadagnano da vivere umiliando e maltrattando le persone
orgogliose.  la loro arma pi letale. La gente che ha carattere
diventa impotente. Se non hai nessun potere, tutte quelle
chiacchiere sulla giustizia sono soltanto vento. La frase consolatoria
siamo tutti nella stessa barca era solo parzialmente valida.
Gli agricoltori che all'inizio della Depressione non erano indebitati
potevano anzi avvantaggiarsi comprando terre e macchinari
agricoli a prezzi stracciati. In quegli anni, gli agricoltori si
arricchivano o soccombevano. Noi soccombemmo. Quegli esattori
avevano delle facce. Forse uno di loro si era divertito a
svergognare Ivar Davidsen davanti al figlio maggiore. Forse
Lars lo aveva visto assillare il padre per ottenere denaro che
non aveva, e forse Lars si aspettava che suo padre stringesse
i pugni e sferrasse un sinistro sulla mascella del bastardo, seguito
da un rapido destro nello stomaco. Ma quei colpi non
partirono, n allora n mai.
La risposta di zio Fredrik arriv meno di una settimana
dopo la mia lettera. Sua madre gli aveva parlato di Lisa, scriveva.
Non era di una delle fattorie vicine, era venuta da Blue
Wing per aiutare i Brekke quando il figlio era stato operato
di appendicite ed era rimasto bloccato a letto per un po'. La
ragazza era scomparsa, e la madre aveva temuto che le fosse
successo qualcosa. Poi lo zio raccontava di nuovo la storia
della terra che avevano perduto.
Prima della Depressione, mio nonno Olaf aveva chiesto un prestito
a Rune Carlsen, ipotecando quaranta acri di terreno. Durante
la Depressione, Rune imped il riscatto dell'ipoteca, e pap, che aveva
comprato il terreno dal padre, dovette cedere la terra a Rune.
Pap soffr molto per quella perdita, e spesso in quel periodo
aveva degli incubi. Quando succedeva, mia madre chiedeva a
Lottie o a me di svegliarlo.
Rune stava tagliando la legna in quei quaranta acri, e aveva assoldato
pap per farlo. Era molto umiliante per lui. Anche Harry Dahl
lavorava per Rune. Un giorno, la sega si guast, e Harry fu mandato
a Cannon Falls a comprare dei pezzi di ricambio. Torn tardi, ubriaco,
e dovette affrontare una folla ostile alla segheria. Ricordo che
pap ne aveva parlato con mamma. Si era infuriato e aveva detto a
Harry di andare a farsi passare la sbornia al lago. Non ricordo del periodo
di Harry in prigione. Ma si parl molto dell'accusa di guida in
stato di ebbrezza di Chester Haughen e del suo arresto a Blue Wing.
Se solo fosse stato pi affabile con la polizia, non avrebbe passato
trenta giorni in cella. Tutti sentimmo la sua mancanza in quel periodo,
e quando fu liberato organizzammo una festa di benvenuto con
piccoli regali.
Con affetto, Fredrik
Mentre ripiegavo la lettera, scritta in una calligrafia ordinatissima,
e la rimettevo nella busta, immaginai Fredrik a otto
anni nella minuscola stanza con il lettino singolo. Lo vidi
chinarsi sul padre per scrollarlo dai sogni che, di notte, lo facevano
piangere.
La sera, una volta rientrato dallo studio e terminata la cena,
riguardavo appunti sui pazienti. Quella era la mia routine
fin dal divorzio, quando le ore che passavo a casa sembravano
pi lunghe e sapevo di doverle riempire. Mentre rileggevo
le parole che avevo scritto durante una seduta, spesso
avevo delle intuizioni e annotavo altri commenti o domande
da porre a qualche collega. Quando mio padre mor, cominciai
a riempire un altro taccuino, scribacchiando frammenti
di conversazioni che avevano avuto luogo durante la giornata,
le mie paure per quella che sembrava un'imminente invasione
dell'Iraq, i sogni che riuscivo a ricordare, oltre ad associazioni
inaspettate che arrivavano dai recessi del mio cervello.
Sapevo che era l'assenza di mio padre a stimolare quel
bisogno di documentare me stesso, ma mentre la penna si
muoveva sulle pagine, capii anche un'altra cosa: volevo rispondere
alle sue parole con le mie. Conversavo con un morto.
In quelle ore, seduto al tavolo della sala da pranzo, mi arrivavano
la voce di Eggy, acuta, stridula, e quella pi morbida
di Miranda, anche se di rado riuscivo a cogliere ci che si
stavano dicendo. Sentivo l'odore delle loro cene, udivo gli
squilli del telefono, la musica e ogni tanto gli squittii dei cartoni
animati alla televisione. Quelle solitarie serate invernali
stimolavano varie fantasie. Alcune le annotai, altre non raggiunsero
mai il diario in bianco e nero riservato ai miei pensieri
privati, ma a un certo punto Miranda cominci a comparire
come personaggio in quell'incoerente cronaca della mia vita.
I suoi orari erano diversi dai miei, e la vedevo di rado. Quando
capitava, si mostrava cortese, reticente e gentile, niente
di pi, ma io sognavo di far breccia nella sua freddezza. I suoi
occhi distanti, i denti imperfetti, il corpo nascosto da strati
di vestiti caldi erano diventati parte di una vita che desideravo.
Una sera rientrai tardi da una cena con un collega, e avvicinandomi
a casa notai che una persiana della finestra centrale
che dava sul giardino era spalancata. La luce era accesa, e
vidi Miranda seduta a un tavolo in soggiorno. Indossava un
accappatoio che si era aperto sulla scollatura, e scorsi la curva
del suo seno quando si chin su un grande foglio, tracciando
un disegno. Accanto al foglio c'erano forbici, penne, boccette
d'inchiostro e gessetti. Sulle prime pensai che stesse lavorando
alla grafica di un libro, ma guardando meglio vidi
una grande figura femminile con la bocca spalancata e denti
affilati come quelli di un lupo. C'erano altre figure, pi piccole,
ma non riuscivo a identificarle. Temendo che mi sorprendesse
a spiarla, mi allontanai, ma la visione fugace della
donna bestiale mi rest impressa. Quella sera ripensai alla prima
volta che avevo visto I capricci e a come quelle immagini
mi avevano turbato, lasciandomi indeciso tra fascino e repulsione.
La breve occhiata al disegno di Miranda mi fece pensare
a Goya e ai mostri in generale. Ci che spaventa non 
la loro stranezza, ma al contrario la loro familiarit. Riconosciamo
le forme, sia umane sia animali, che sono state contorte,
contratte, allungate o sovrapposte finch non riusciamo
pi a distinguere se sono l'una o l'altra cosa. I mostri fanno
esplodere le categorie. Andai a dormire pensando al signor
T., un mio vecchio paziente che era stato invaso dalle voci
stridule di morti famosi o famigerati, maschi e femmine, e al
povero Daniel Paul Schreber di cui aveva scritto Freud dopo
aver letto le sue memorie. Torturato dai raggi soprannaturali
dei corpi celesti, Schreber soffriva di miracoli ruggenti
e nervi di volutt che lo pervadevano dalla testa ai piedi e
pian piano lo stavano trasformando in una donna.
Quando era piccola, mia sorella aveva delle crisi. Il suo
sguardo andava fuori fuoco, e per un istante lei smarriva se
stessa. Solo una volta dur abbastanza a lungo da spaventarmi.
Stavamo giocando nel bosco dietro casa. Io ero il pirata
che l'aveva catturata e legata con corde immaginarie a un albero,
e lei mi implorava di risparmiarla. Proprio quando stavo
per intenerirmi e invitarla a diventare una piratessa, apr
la bocca per dire qualcosa e all'improvviso si blocc. Vidi le
sue palpebre tremare in modo strano e una sottile linea di saliva
che gocciolava dal labbro inferiore. Un raggio di sole
colp il filo di saliva, che luccic come argento mentre la guardavo.
Ricordo di aver sentito un lieve movimento nelle foglie
sopra di noi e il rumore dell'acqua dal ruscello, ma per il
resto sembrava che insieme a Inga tutto si fosse fermato. Non
so quanto dur, qualche secondo, ma quei sette o otto battiti
in cui l'avevo fissata aspettando che si riprendesse mi terrorizzarono.
Immaginavo che il gioco l'avesse in qualche modo
ferita, che le mie fantasie da cattivo l'avessero paralizzata.
Dopo quella pausa intollerabile, urlai il suo nome e mi
gettai tra le sue braccia. Tutt'a un tratto, lei mi stava consolando:
- Erik stai bene? Ti sei fatto male?
Sono convinto che le crisi di cui soffriva Inga, che cessarono
spontaneamente con il passare degli anni, fossero assenze,
come un tempo venivano definiti gli attacchi di petit
mal. Le sono rimaste le emicranie e la loro aura, e qualcosa
di fragile nella personalit. Da piccolo, sapevo che Inga
aveva certi tratti che la differenziavano dagli altri bambini
e che era compito mio prendermi cura di lei come meglio potevo.
In famiglia era al sicuro, ma quando salivamo sullo scuolabus,
la sua vulnerabilit diventava un bersaglio. Mi sembra
ancora di vederla avanzare nel corridoio verso il sedile - i
libri stretti al petto, la lunga treccia bionda che le
scendeva sulla schiena, gli occhiali marroni sul naso -
fingendo di non sentire i bisbigli cattivi che la seguivano:
Arriva la matta
e Inga la Sciroccata. Lei rabbrividiva. Ed era un errore fatale.
Il suo turbamento incoraggiava le aggressioni verbali, e
siccome fin da piccola aveva deciso di vivere un'esistenza di
purezza e bont, Inga non reagiva mai ai suoi aguzzini. Ci
le dava la sensazione di essere moralmente superiore, ma non
serviva a rendere pi facili i suoi tragitti in scuolabus o a placare
la sua sofferenza durante la ricreazione.
Le debolezze neurologiche hanno sempre un contenuto,
anche se la scienza cosiddetta dura  sempre stata riluttante
a riconoscerlo, proprio come la psicanalisi ha spesso trascurato
la fisiologia di varie forme di malattia mentale. Il contenuto
dei primi attacchi epilettici e delle aure di Inga faceva
perno sull'educazione religiosa. I miei genitori non erano
particolarmente devoti, ma laggi nell'America rurale praticamente
tutti frequentavano l'una o l'altra congregazione.
Noi andavamo in una chiesa luterana e i nostri insegnanti di
catechismo ci propinavano storie su Dio, Ges e quell'altra
terza divinit, la pi inquietante, lo Spirito Santo. Poich
avevo la sensazione che i miei fossero piuttosto rilassati sull'argomento
Dio, e poich non ero soggetto come Inga alla
strana sensazione di levitare o al vedere le scintille, il
mio rapporto con la divinit era pi astratto. Temevo un Dio
invisibile che entrava nella mia testa e ascoltava i miei pensieri.
Qualche volta, prima di andare a dormire, mi stringevo
il pene nella mano, e mi pareva di sentire Dio che mi parlava
all'orecchio con severit, dicendo singole parole come
No e Non. Mia sorella, invece, era abitata dagli angeli.
Udiva un fruscio d'ali e sentiva mani fiammeggianti che le
toccavano la testa, le si insinuavano nella cavit toracica e la
sollevavano verso il cielo, e qualche volta le parlavano in versi
ritmici. Le loro cure spirituali non le piacevano affatto, e
a volte veniva da me quando il serafino le faceva visita di notte.
Se non ero ancora scivolato in un sonno profondo, sentivo
bussare piano alla porta, e la sua voce che diceva: - Erik,
Erik, sei sveglio? - Poi, un po' pi forte: - Erik? - Se invece
era gi tardi ed ero completamente addormentato, la sentivo
darmi dei colpetti sulla spalla. - Erik, ho paura. Gli angeli -.
Allora mi giravo verso di lei e le tenevo la mano per
un po' o lasciavo che mi abbracciasse finch non si era calmata
abbastanza da tornare in camera sua. Qualche volta non
riusciva a riprendere coraggio, e al mattino la trovavo rannicchiata
in fondo al mio letto.
Di tanto in tanto, mia madre si svegliava alle brevi grida
di Inga o al suono felpato del suo incessante andirivieni nel
corridoio, si alzava per riportarla in camera e si sedeva accanto
al suo letto, dove cercava di calmarla o cantava finch
non si assopiva. Dopo, in punta di piedi, entrava in camera
mia, e mi metteva una mano sulla fronte. Io fingevo di essere
addormentato, ma mia madre sapeva che non lo ero. Diceva:
- Va tutto bene ora. Dormi -. Inga e io non parlavamo
molto delle visitazioni, se non nel momento in cui avvenivano,
e non mi pass mai per la mente che mia sorella fosse
malata o pazza. Con il passare del tempo, quel dubbio si fece
invece strada nella mente di Inga, portandola ad ammettere
che probabilmente il suo sistema nervoso aveva svolto
un ruolo importante nell'evocare gli spiriti, ma quelle esperienze
fanno parte della sua identit e la loro influenza non
pu essere ignorata. In un'altra epoca, avrei potuto essere il
fratello di una santa, o di una strega.
Un paio di giorni dopo aver visto Miranda dalla finestra,
notai una graffetta con attaccato un elastico poco al di qua
della porta interna che separava la mia parte di casa dall'appartamento
che affittavo. Non ci riflettei pi di tanto finch
la sera dopo non fu infilato sotto la porta un cotton fioc legato
con un filo rosso, seguito, la terza sera, da un pezzo di
cartoncino verde su cui erano incise tre grosse lettere tremolanti:
una D, una O e una T. Quel messaggio criptico mi fece
capire che quelle offerte venivano da Eglantine. La quarta
sera, mentre ero seduto con i taccuini aperti di fronte a
me, sentii un fruscio dall'ingresso. Mi avvicinai alla fonte del
rumore e vidi una chiave legata con un pezzo di filo che veniva
spinta sotto la porta.
- Una chiave, - dissi. - Che sorpresa. Chiss chi mi fa
questi regali.
Dall'altro lato della porta sentii il respiro affannato della
bambina, poi la voce di Miranda: - Eggy cosa fai l?  ora
di andare a letto.
Quel sabato mentre uscivo dalla ferramenta con i chiodi
per la libreria che stavo costruendo, vidi madre e figlia che
camminavano mano nella mano sulla Settima Avenue. Affrettai
il passo e le chiamai.
Miranda mi salut con un cenno del capo. Poi sorrise. Il
suo sorriso mi rese assurdamente felice.
Eggy mi fissava. - Mamma dice che sei un dottore dei dispiaceri.
- S, - dissi. - Sono andato a scuola per diventare dottore,
e aiuto le persone con i dispiaceri e altri problemi.
- Anch'io ho i dispiaceri, - disse.
- Eggy, - disse Miranda. - Tutti hanno dei dispiaceri.
Non era quello che Eggy voleva sentirsi dire. Fiss la madre
con aria imbronciata: - Sto parlando con il dottor Erik.
Si era ricordata che avevo chiesto alla madre di chiamarmi
Erik.
- Sai Eggy, - dissi, - se vuoi bussare e venire a trovarmi,
sei la benvenuta. Mi piacciono i regali, ma mi piace anche
parlare.
Sentii Miranda sospirare. In quel sospiro c'era un mondo
intero. Pensai alle sue lunghe giornate di lavoro e alle serate
da sola con la sua vivace bambina di cinque anni. In quel momento
mi resi conto che non l'avevo mai vista con un uomo.
Quando mi voltai a osservarla, Miranda incroci il mio sguardo
per un paio di secondi, serr le labbra e abbass gli occhi
sul marciapiede. Non riuscivo a decifrarla. Per un istante rividi
il suo disegno feroce.
- Stavate andando verso casa? - le domandai.
Alz lo sguardo. Sembrava essersi ripresa dal breve spasmo
di cui ero stato testimone. - S, eravamo al parco e poi
abbiamo fatto un po' di spesa. Sollev il sacchetto che aveva
in mano.
Pochi minuti dopo trovammo le fotografie. Erano quattro,
sui gradini di casa. Sulle prime pensai che fossero i soliti
menu o volantini pubblicitari che ogni giorno vengono lasciati
davanti alle porte di Brooklyn. Quando mi chinai per
prenderli e gettarli, vidi quattro polaroid di Miranda ed Eggy
nel parco. Miranda stava allacciando la scarpa di Eggy vicino
alle altalene nel parco giochi, e sul suo petto qualcuno aveva
disegnato un cerchio nero attraversato da una riga. Borbottai
un'esclamazione di sorpresa e presi un'altra foto che
doveva essere stata scattata pochi minuti dopo. Miranda stava
spingendo Eggy su un'altalena, e questa volta il cerchio
con la riga in mezzo era tracciato sul viso della madre. Anche
le altre due erano documentazioni dell'innocente gita al
parco, ciascuna con quel particolare segno su una parte diversa
del corpo di Miranda. Il mio primo impulso fu nascondere
le immagini. Non so se sarebbe servito a qualcosa. Sentivo
il desiderio di proteggerle dal fotografo, chiunque fosse,
ma era troppo tardi. Miranda, accanto a me, stava guardando
le foto, mentre Eggy saltava su e gi chiedendo di vedere
quello che stavamo guardando.
- Le butti via, - disse Miranda a bassa voce.
- Sa chi le ha fatte? - chiesi.
Mi guard dritto negli occhi, la bocca serrata. - Le metta
nella spazzatura.
- Le butto via in casa, - dissi. - Miranda, ha trovato qualche
altra foto o... qualcos'altro?
- Cosa sono? Fatemi vedere! Fatemi vedere! - disse
Eggy.
- Non sono niente, - rispose Miranda. Mi lanci uno
sguardo ammonitore e capii che avevo stupidamente tirato
fuori una questione che non andava discussa davanti a Eggy.
Avevo le quattro foto nella mano destra. Chiusi il pugno
e le accartocciai. Prima di entrare in casa, la pregai ancora di
farmi sapere se avevano bisogno di qualsiasi cosa. Le diedi la
mano, e quando me la strinse le sue dita sembravano di ghiaccio
contro la mia pelle.
Scoprii il cognome di Lisa grazie a Ragnild Ulseth, la seconda
figlia della vecchia signora Bakkethun, una vicina molto
amica dei nostri nonni. Ero un po' agitato mentre componevo
il numero. Anche se si ricordava certamente di me, pensavo
al biglietto di condoglianze che Ragnild aveva mandato
a mia madre dopo la morte di mio padre. Il messaggio era
scritto in una calligrafia tremolante, e spiegava che le era impossibile
viaggiare fino al luogo del funerale a causa del suo
attuale stato di salute. Doveva avere pi di ottantanni. Rispose
al telefono con una voce stridente ma determinata.
- Sei il figlio di Lars, che piacere. Che piacere -. Pronunciai
qualche frase di convenienza prima di arrivare al punto. Non
citai i contenuti della lettera, ma le spiegai che mia sorella e
io intendevamo identificare i corrispondenti di mio padre,
quando possibile. - Si ricorda di una ragazza di nome Lisa?
Fredrik pensa che lavorasse per i Brekke.
- Oh, santo cielo, s. Me la ricordo. Ho la testa che funziona
come un orologio sa,  tutto il resto che sta andando
in pezzi, ed  meglio chiedermi qualcosa dei vecchi tempi
piuttosto che di ieri. Il giorno prima pu volarmi via dalla testa,
ma non i giorni lontani. Probabilmente intendi Lisa Odland
di Blue Wing.  stata con i Brekke pi o meno un anno,
e veniva da noi di tanto in tanto. Mi dispiaceva un po'
per quella ragazza, aveva una cicatrice sul collo, ma per il resto
non era affatto brutta, un po' troppo massiccia, per. Dicevano
che era una scostumata, ma io questo non potevo saperlo.
Non l'ho mai notato. Di sicuro era testarda, e triste.
Non parlava molto. I suoi genitori venivano da qualche parte
nel Dakota e si erano trasferiti a Blue Wing. Girava voce
che ci fossero stati guai l nel posto da dove venivano. Era
scomparsa, oh fammi pensare, dev'essere stato nell'estate del
Trentasette, ma poi  rispuntata a South St Paul, all'Obert's
Lunch, per vedere tuo padre, che se non sbaglio lavorava l
la domenica.
- Per vedere mio padre?
- Me l'ha detto lo stesso Obert, - disse. - E buffo, non
sapevo che Lisa fosse cos vicina a tuo padre. La conoscevamo
tutti, ma lei se ne stava sulle sue, quindi non riuscivamo
a considerarla come amica, non so se mi spiego.
- Obert, il cugino del nonno.
- S -. La voce di Ragnild si fece pi dolce. - Se ne sono
andati tutti ormai. Non  rimasto praticamente nessuno. Con
la morte di tuo pap, be',  stato triste, tutto qui. Era un
brav'uomo.
- S,  vero, - dissi, quasi in un bisbiglio. A commuovermi
non erano state tanto le parole che aveva pronunciato,
quanto il loro suono. Il ritmo e la musica di un'altra lingua
sopravvivevano nel suo modo di parlare, proprio come capitava
a mio padre.
- Sa qualcosa di quando Harry fin in prigione?
Sentii Ragnild emettere un piccolo verso nell'apparecchio.
- Pover'uomo, beveva. Dev'essere stato per quello.
Eggy cominci a farmi visita. Bussava alla mia porta pi
o meno una volta alla settimana, e i nostri incontri divennero
ben presto un rituale. Apriva la serratura dal suo lato e mi
conduceva verso il divano per chiacchierare. Mi raccontava
di draghi e dinosauri e di un gatto di nome Catty che un giorno
era scappato e nessuno l'aveva mai pi visto, e della sua
bambola Wendy, una ragazza cattiva che bisognava punire
regolarmente. Ogni tanto cedeva alla scatologia e ne riversava
una raffica eccitata nelle mie orecchie. - La strega, - disse
una volta, facendo poi una pausa per respirare affannosamente,
- quando non la stava guardando, la strega le ha mangiato
la scopa. Aveva un sapore schifoso. Poi ha trovato due
persone che ballavano sul suo cappello e ci ha fatto la cacca
sopra, poi li ha cucinati e li ha messi in un panino -. Seguirono
risate ululanti. Mi confid i suoi incubi: un mostro che
invadeva la sua aula all'asilo e mordeva con denti lunghi e
arrabbiati, e una bufera nel giardino dietro la nostra casa
che faceva a pezzi le sedie e le staccava un braccio ma lei
riusciva a rimetterselo. - Mamma lavora in un ufficio con i
libri, - disse, - ma in realt  un'artista. Ssst, sta lavorando.
Dobbiamo fare molto, molto piano -. Mi parl ancora di suo
padre. - Mio pap  andato in un posto speciale. Ci  andato
in macchina quando ero piccola e non pu pi tornare indietro.
 troppo lontano -. Eggy scroll la testa avanti e
indietro, poi si tamburell con le dita sul petto. - Ahhh! -
gemette, poi si ferm di botto e mi guard con gli occhi socchiusi.
- Adesso  cos piccolo che non riesco nemmeno a vederlo.
Mi rendevo conto della stranezza di quell'amicizia. Eglantine
aveva percepito che ero capace di ascoltarla. Era il mio
lavoro, dopotutto. In qualit di dottor Erik, scritto DOT,
fungevo da ripostiglio per i dispiaceri. Ma al tempo stesso
stavo attento a evitare la trappola della terapia a domicilio.
Eglantine non era una mia paziente.
- Appuntamento! - sbott Inga. - Ho quasi cinquantanni
e vuoi che esca per un appuntamento? La parola stessa 
offensiva. Ho un appuntamento. Vado a un appuntamento -.
Volt verso di me la faccia pallida. - Ne ho gi avuti di appuntamenti.
Quello che voglio  un uomo. Comincio a sentire il
corpo rigido, legnoso. Mi fa male perch non viene quasi mai
toccato. Ma l'idea di mettermi in ghingheri e cenare con uno
sconosciuto adesso mi sembra disgustosa. E poi come faccio?
Metto un annuncio sulla New York Review of Books? -
Inga alz le mani con i palmi aperti per impedirmi di parlare.
- Uno e ottantatre, eccentrica, ipersensibile, matura, vedova
ancora in lutto, scrittrice con laurea in filosofia, cerca uomo
gentile, brillante, tra i ventisette e i settantanni, per amarlo
ed essere amata -. Verso la fine della frase abbass lo sguardo
e vidi un bagliore liquido nei suoi occhi.
- Oh Inga, - dissi, aprendo le braccia. Si abbandon sul
mio petto ma non pianse. Lasci che la stringessi per un poco,
poi si stacc da me.
- Non morire, - mi disse. - E tutto quello che ti chiedo.
Non permetterti di morire. Quando pap  morto, ho pensato
subito alla mamma. Non  pi cos giovane. Voglio che viva
fino a cent'anni, centocinque, e stia bene come adesso... -
Inga fece una pausa. - Sai, ho letto sia Max che pap in questi
giorni, cercando di ritrovarli nelle parole, per spiegare a
me stessa mio marito e mio padre, per manca qualcosa, e
non intendo il loro corpo. Avevano una caratteristica in comune,
qualcosa di ottuso, di inconsapevole. Penso che sia
stato questo ad affascinarmi in Max, quell'ombra nascosta e
obliqua che ho riconosciuto senza sapere cosa fosse -. Fece
un'altra pausa. - Ti ricordi quando sono cominciate le sparizioni?
Sai quando se n' andato per la prima volta?
Nella mente mi parve di sentire la porta chiudersi pian
piano con un clic e provai la stessa sofferenza e la stessa paura
che accompagnava quel rumore, un ricordo impresso nel
corpo. - Non mi sembra che lo facesse quando eravamo piccoli,
- dissi. - E stato pi avanti, dovevo avere dodici o tredici
anni la prima volta che mi sono reso conto... la volta che
non  rientrato fino al mattino.
- Mamma non voleva che sapessimo. Non ha mai preso la
macchina. Pensi che si limitasse a camminare per ore e ore?
- Forse, - dissi. - Penso che dovesse fuggire. Accumulava
emozioni e non riusciva a restare fermo. Non so dove andava.
Inga mi guard. - Mi ricordo di averlo sentito uscire. Ero
a letto, perfettamente sveglia perch a cena avevo notato quel
suo sguardo angosciato, pensoso, distante.  strano, - continu.
- Fare una passeggiata, anche di notte, anche se sei
agitato,  una cosa cos innocente, eppure cos riservata, cos carica di emozioni, che diventa terribile. Non ho mai capito
perch facesse cos. Le fughe non seguivano mai una discussione
con mamma o cose del genere.
- C' stato un periodo, quando facevo l'internista, in cui
pensavo che pap potesse essere un fugueur.
- Un fugueur? - disse Inga sorridendo. - Cio qualcuno
che fugge?
- S,  un disturbo molto studiato nel diciannovesimo secolo,
che viene ancora diagnosticato come fuga dissociativa.
Non ho mai sentito il caso di una donna. Sono sempre gli uomini
che all'improvviso se ne vanno e scompaiono per ore o
giorni o settimane, se non addirittura mesi, per poi svegliarsi
da qualche parte senza ricordare chi sono o cosa gli  successo.
 estremamente raro, ma ho visto un caso, anni fa,
quando ero alla Payne Whitney. Venne ricoverato un uomo
che aveva fatto una brutta caduta in strada. Si era rotto il
gomito e aveva parecchie contusioni, ma nessun trauma cranico.
Venne curato, ma non aveva documenti d'identit e
disse al personale che non riusciva a ricordarsi nulla che risalisse
a pi di un mese prima, e apparentemente non gliene
importava un granch. Cos lo mandarono da noi in psichiatria.
Dopo un po' venne fuori che la moglie aveva denunciato
la sua scomparsa nel South Carolina quattro settimane prima.
Quando arriv, lui non la riconobbe.
- Cosa avete fatto per lui?
- Non esistono medicinali, solo il dialogo. Sua moglie aveva
fatto un lungo viaggio in autobus per venirlo a recuperare
e, pur essendo stata preavvisata, l'aveva presa male. Poi
scoprimmo che l'uomo aveva subito un'umiliazione. Il proprietario
dell'officina in cui lavorava lo aveva obbligato a strisciare
fuori dalla porta davanti ai colleghi mentre gli teneva
una chiave inglese sopra la testa. A quanto pare una ripetizione
della brutalit del padre. Quando era tornato dalla moglie,
lei gli aveva dato del codardo. Fuori di s dalla rabbia,
era uscito di casa ed era scomparso.
- Alla fine  tornato in s?
- S, nel giro di una settimana.
- Mio fratello  un genio.
- Non ero il medico curante. Ho solo seguito il caso, e anche
senza terapia la maggior parte dei pazienti guarisce spontaneamente.
- Per pap sapeva bene chi era.
- S, ma non riesco a togliermi dalla testa che la sua fosse
un'altra forma di fuga, a cui non abbiamo ancora dato un
nome.
Annu. - Voleva sempre essere buono con tutti.
- Troppo buono, - dissi.
- Troppo buono, - ripet Inga. Era un sabato sera ed eravamo
da lei, in White Street. La plafoniera illuminava i suoi
tratti delicati. La trovavo un po' meglio del solito. Le linee
intorno alla bocca sembravano meno profonde, e la pelle sotto
gli occhi aveva perso la consueta sfumatura azzurrognola.
La conversazione era iniziata dopo cena. Sonia era uscita con
un gruppo di compagni di scuola. Restammo in silenzio per
un bel po' dopo quelle parole, il silenzio intimo e meditabondo
che  possibile solo fra vecchi amici, e bevemmo un altro
bicchiere di vino.
- Be', eccoci qui, - disse infine lei. - Erik e Inga, due ragazzini
di campagna trapiantati a New York, cittadini patentati
che hanno quasi perso il loro accento del Minnesota. La
nostra famiglia  nata in una casa di legno nella prateria. 
una condizione del tutto mitica.
Non risposi per un paio di secondi. Avevo una visione
chiarissima in mente, un'immagine di qualcosa che non avevo
mai visto. -  bruciata, - dissi.
- Cosa?
- La casa di legno.  bruciata completamente.
- S, per questo si sono trasferiti nella casa che  ancora
l, la tua casa -. Il sorriso di Inga era ironico. -  laggi,
vuota.
Quando rientrai dal lavoro, la fotografia era davanti al
cancelletto che portava all'appartamento in affitto. Era stata
una giornata lunga, e tornando a casa in metropolitana
avevo finito di leggere un articolo e stavo riflettendo sulle
sue implicazioni quando vidi la foto, posata per terra a faccia
in su. Chinandomi a guardarla, riconobbi subito il viso
di Miranda, ma la fotografia in bianco e nero era stata alterata.
Mancavano le iridi e le pupille. Fissando quei buchi
vuoti, provai un'inquietante sensazione di riconoscimento,
che se ne and in fretta. Voltai la foto chiedendomi se dietro
ci fosse un messaggio. Notai il segno che avevo visto sulle
foto precedenti, un cerchio tagliato da una linea, e nient'altro.
Quando deposi la foto sul tavolo in sala da pranzo, mi
torn in mente uno dei miei pazienti che mi aveva scagliato
addosso una fotografia urlando con tutto il fiato che aveva
in gola: Fanculo tutti! Da tempo non pensavo a Lorenzo,
ma guardando quegli occhi vuoti ricordai le sue filippiche durante
le sedute e come mi preparavo agli assalti verbali prima
che arrivassero. Uscivo da quelle sedute con la sensazione
di essere stato aggredito fisicamente. Lorenzo aveva ventitr
anni. Erano stati i suoi genitori a portarlo da me e a
pagare la terapia. C'erano vari casi di disturbo bipolare nella
sua famiglia allargata, e temevo che anche lui ne mostrasse
qualche sintomo. Presi in considerazione l'idea di prescrivergli
il litio, in dosi minime, ma quando gliene accennai reag
con violenza all'idea di prendere qualsiasi medicinale, e poco
dopo mi resi conto che mentiva ai genitori e mi usava come
pedina per giustificare il suo comportamento: Ma il dottor
Davidsen dice che va bene cos. Interruppi la terapia.
Lorenzo aveva mandato ai genitori la foto che mi aveva
lanciato, con un solo cambiamento: aveva grattato via gli occhi
con una lametta.
Qualcuno perseguitava Miranda, probabilmente una persona
che lei conosceva. A differenza delle precedenti Polaroid,
che dovevano essere state scattate di nascosto, questa
era un ritratto frontale, il tipo di fotografia per cui di solito
la gente si mette in posa. La persona misteriosa o aveva scattato
la foto oppure se ne era impossessata in qualche modo.
L'unica cosa certa era che il mittente voleva turbare il destinatario.
Era un gesto apertamente aggressivo, e questo mi fece
pensare che il responsabile fosse un uomo, ma sapevo di
potermi sbagliare.
Ovviamente dovevo mostrarla a Miranda. Forse, se gliela
facevo avere io, la sgradevolezza poteva essere in qualche
modo smussata. Cancellare gli occhi  un trucchetto da due
soldi, un clich preso in prestito dai film dell'orrore, ma la
mancanza di originalit non lo rendeva meno efficace. Come
mi aveva fatto notare una volta Inga, da Platone in poi la filosofia
e la cultura occidentale hanno un pregiudizio oculare:
il senso predominante  la vista. Leggiamo le persone attraverso
i nostri occhi, che in termini anatomici sono un'estensione
del cervello. Quando incrociamo lo sguardo di
qualcuno, guardiamo in una mente. Una persona senza occhi
ci inquieta per il semplice motivo che gli occhi sono le porte
dell'identit.
Dalla sua minuscola stanza al Coates Hotel su Concord
Street, a South St Paul, mio padre dominava un mondo nuovo,
il cui fulcro era Obert's Lunch. Durante la settimana faceva
il custode in due posti diversi, un lavoro estenuante, la
sera andava a scuola e la domenica pelava patate da Obert's.
Il suo scopo era riuscire ad andare al college. Durante la settimana
Obert's brulicava di gente. I clienti abituali che lavoravano
con il bestiame o negli impianti di confezionamento della
carne arrivavano al mattino per la colazione e se ne andavano
con le gavette e i termos per il pranzo. Poi tornavano per una cena
tranquilla. Molti si godevano una delle famose bistecche giganti
di Obert. Niente di pretenzioso : una montagna di patate
fritte, quattro fette di pane e tutto il caff che volevi per 45
centesimi. L'arrosto di manzo o maiale con pur e salsa costava
40 centesimi. Lo chef era Harry O'Shigley, torace enorme su gambe
corte. Oscar Nelson, un uomo basso dall'ossatura minuta,
mangiava solo pane tostato e latte caldo, cio quello che da
Obert's veniva goliardicamente chiamato il Piatto del Cimitero.
Il Piccolo Cuoco viveva alla caserma dei pompieri, ma guidava
un camion municipale. Qualche anno prima sua figlia si era rifiutata
di lasciargli vedere il nipotino appena nato perch lui si
era presentato da lei ubriaco. Da quel giorno non toccava nemmeno
un goccio d'alcol, ma i danni del passato erano evidenti.
Billy Muir, meglio noto come Paravento per la capanna rudimentale
che si era costruito nelle pianure del Mississippi, era un
tuttofare e un filosofo casereccio. Chi voleva usufruire dei suoi
servizi lo contattava tramite Obert. Una domenica, un certo reverendo
Christianson, noto per le sue idee conservatrici, chiese
di parlare con Billy per alcuni lavori di riparazione.
- Cosa bolle in parrocchia? - chiese Billy.
- Abbiamo bisogno di un centinaio di brave persone, - disse
il pastore.
- Perch non ne prendete cento cattive e le trasformate in buone?
- disse Billy.
Mio padre si era affezionato all'incredibile plebaglia in
mezzo a cui si era venuto a trovare, a Happy Kramer, Push
Em Up Tony, Jerry th Dip e Putsy Schultz, personaggi che
avrebbero rischiarato il suo paesaggio interiore per il resto
della vita. Sono le creature della percezione di un giovane,
conservate per sempre nello splendore dei suoi primi passi
lontano da casa. La mia Concord Street era New York, una
citt brulicante di personaggi eccentrici, esuberanti, stravaganti.
Nei primi due mesi avevo conosciuto Boris Izcovich,
un senzatetto alcolizzato, ex violoncellista; Marian Pibble,
l'allegra cassiera con un occhio solo di Bubba's Bagels; e Big
Rita, il primo travestito che avessi mai visto. Di appena qualche
centimetro pi bassa di me, le piaceva fermarmi per strada,
appoggiare il capo sulla mia spalla e tubare: - Adoro gli
uomini alti -. Il mio primo portinaio era un uomo di nome
Dumpy Gonzales, che mi sfidava continuamente a guarirlo.
- Ehi, dottorino, ho male al ginocchio. Ti va di darmi un'occhiata
alla gola? - Catalogo ambulante di disturbi
immaginari, dai tumori alla calvizie incipiente, Dumpy era l'incubo
di ogni studente di medicina, ma ricordo lui e tutti gli altri
con grande affetto. Erano cos distanti dal Minnesota, cos
non luterani, cos sconosciuti per me, e in quanto tali aleggiarono
a lungo come simboli radiosi della mia iniziazione urbana.
Ormai sono meno impressionabile, pi propenso a distaccarmi
dalla folle eterogeneit di vite umane con cui mi
confronto ogni giorno in metropolitana e in strada. Sono abitato
dai miei pazienti, che parlano ogni lingua e provengono
dai percorsi di vita pi diversi. Loro mi hanno fornito tutta
la variet e il colore che potessi desiderare.
Mio padre non voleva che mi trasferissi a est per fare medicina.
Non me lo disse mai, ma lo confid a mia madre, che
me ne parl molti anni pi tardi. Si era chiesto ad alta voce
perch le universit del Minnesota o del Wisconsin, dove si
era laureato lui, non andassero bene. Penso che vedesse la
mia scelta come una tacita critica nei suoi confronti e, anche
se allora non ne sapevo nulla, quella scelta era destinata a
creare una tacita distanza tra noi, che and aumentando con
il passare degli anni.
Quando viveva a South St Paul, mio padre incontr una
giovane donna con cui usc un paio di volte. La povera Dorothy
era quasi inetta quanto me nell'arte del flirt. Forse condividevamo
l'aspirazione di studiare, ma i nostri retroterra non potevano
essere pi diversi. Tutto quello che dicevo sembrava stupido
e forzato e con tutta probabilit lo era. Di cosa pu parlare
un ragazzo di fattoria con la figlia di un professore di storia?
Di come tenere a bada un toro Holstein incattivito? Lars Davidsen
divent un professore di storia, ma rimase anche un ragazzo
di fattoria e non penso sia mai riuscito a conciliare le
due cose. Quelli messi peggio tra gli habitu di Obert's erano a
un passo dagli inferi : vecchie glorie decadute, relitti fisici e morali,
disonori della famiglia, ciascuno a suo modo un fallito. Ciononostante
c'era molta bont e poca ipocrisia tra loro. Per tutta
la vita, mio padre distribu affetto a piene mani agli oppressi,
i deformi, i dolenti e i tristi. Non giudic mai i deboli.
Era la sua forma di bont, e anche il suo tormento. Il suo successo,
come il mio, era offuscato dalla sensazione di tradire
coloro che rimanevano a casa e i fantasmi che essi avevano
lasciato dentro di lui. L'ironia  che, se si misurano le distanze
percorse, le mie ambizioni non erano grandiose quanto
quelle di mio padre.
Vedo Lisa entrare da Obert's Lunch una domenica pomeriggio.
 una giornata d'autunno del 1941. Pearl Harbor 
ancora a venire. Immagino una bionda dal gran seno e dai
tratti grossolani, che indossa un trench e quelle polacchine
alte fino alla caviglia che ho visto nei film in costume. Poi
vedo lei e il mio giovane padre (con una gran massa di capelli)
su una strada fangosa, quasi deserta. Lei gli tiene una mano
sul braccio e gli parla con tono incalzante, ma sono troppo
lontano per capire quello che si dicono.
Quando portai la fotografia a Miranda, la sera stessa, Eggy
dormiva gi. Non volevo che la bambina vedesse la fotografia
alterata di sua madre, ma quando notai l'espressione tesa,
sulla difensiva, di Miranda, mi resi conto che mi mancavano
la voce acuta, l'energia, il calore della bambina. Miranda
apr la porta scorrevole che dava sul soggiorno e mi fece
cenno di entrare. Mi feci avanti in quella stanza che un tempo
mi era familiare e ora era cambiata, con i suoi nuovi pochi
mobili - il grande tavolo da lavoro che avevo scorto dalla
finestra, mensole per i libri, un divanetto e una scatola di
giocattoli. Guardai il tavolo sperando di vedere altri disegni,
ma non ce n'erano. Sulla parete sopra il camino c'era un grande
disegno a inchiostro, un'immagine a figura intera di una
Eglantine pi piccola, i capelli morbidi illuminati da destra
in modo tale che i ricci da quella parte del viso formavano
una specie di aureola. La bambina fissava seria lo spettatore
con l'espressione intensa che ormai conoscevo bene, e le braccia
incrociate sul petto. Era in piedi in una stanza vuota, anonima,
indossava un costume da bagno intero e sembrava piuttosto
sporca. Aveva le ginocchia striate di fango e chiazze
scure intorno alla bocca, forse di zucchero filato. Nonostante
la postura decisa e la sporcizia sul corpo, quell'immagine
aveva qualcosa di etereo, come se la bambina fosse una creatura
incantata invece che un comune mortale. Era la sua
espressione? Il vuoto nella stanza? Anche se la luminosit
del disegno dava una sensazione di trascendenza, non la trovai
sentimentale, era diversa da quelle immagini che trasformano
i bambini nell'oggetto delle false proiezioni romantiche
degli adulti.
- Bellissimo disegno, - fu il mio banale commento.
- L'ho fatto per esercitarmi nella rassomiglianza, - disse.
- A volte  pi difficile disegnare una persona a cui sei vicino
piuttosto che uno sconosciuto.
- Eggy mi ha detto che lei  un'artista, oltre che illustratrice.
- S, - disse. - Avevo bisogno di fare qualcosa di pratico,
ma che mi piacesse -. Mi guard per un istante prima di distogliere
lo sguardo. - Con uno dei due lavori guadagno. Per il
cuore  nell'altro. Ha detto che doveva parlarmi di qualcosa?
Avevo notato fin dall'inizio il modo di esprimersi controllato,
leggermente formale di Miranda, ma fu il tono brusco
a cogliermi di sorpresa. - S, hanno lasciato un'altra fotografia
davanti alla porta.  piuttosto inquietante.
Miranda si pass una mano sul viso. Era un gesto stranamente
mascolino, pensai, come quando un uomo si sfrega la
barba. Sospir. - Me la faccia vedere.
Le porsi la foto. La guard per un momento, poi la mise
sul tavolino. Non mi invit a sedermi.
- Si tratta di una molestia, - dissi. - Nel mio lavoro venire
perseguitati  una specie di rischio professionale. Una
mia collega, che ha lo studio accanto al mio, ci  passata l'anno
scorso. Ha pensato di fare denuncia alla polizia?
- E cosa potrebbero fare? - disse.
- Sa chi ?
- Se anche lo sapessi, - disse in tono pacato, - perch dovrei
dirlo a lei?
Bench non le avesse pronunciate in tono severo, quelle
parole mi trafissero come una coltellata, e sentii una vampata
di calore sul viso. Mi sentii ferito ben pi di quanto sarebbe
stato ragionevole. Le parole perch questa  casa mia fecero
capolino nella mia mente, ma le misi a tacere. - Mi dispiace
averla disturbata, - dissi. - Ora vado.
Uscii senza guardarla. Avrebbe dovuto chiudere il cancelletto
dall'interno, ma non mi curai di ricordaglielo. In casa,
mentre mi preparavo dei wrstel di pollo con pur, ripassai
mentalmente quella scena. Perch avrebbe dovuto dirlo a
me? Chi ero per lei? Il padrone di casa. Lo strizzacervelli del
piano di sopra che era diventato amico di sua figlia. Un uomo
dalla pelle bianca, molto alto, che aveva una cotta per lei,
o peggio: un pettegolo, una vecchietta ficcanaso che si intromette
nella vita della vicina. Sapevo di essere vulnerabile a
questi colpi, anche quando non erano gravi. In gergo psicanalitico,
il mio equilibrio narcisistico era stato disturbato,
una ferita si era riaperta. L'orgoglio, pensai, la maledizione
dei Davidsen. Quella sensazione dolorosa dur per tutta la
sera e ricomparve per parecchi giorni di seguito, appena avevo
un momento per ricordare. Benedicevo il viaggio in metropolitana,
le giornate piene con i pazienti, le centinaia di
articoli che dovevo ancora leggere, la conferenza sull'empatia
della settimana successiva, con gli interventi interessanti
e quelli no. Benedicevo Laura Capelli, collega e vicina a Park
Slope, che aveva flirtato con me quel sabato a colazione, prima
che la conferenza iniziasse, e mi aveva dato il suo biglietto
da visita dicendo: - Se l'empatia non ci soddisfa, possiamo
sempre rifarci con il senso di colpa.  il tema del prossimo
mese -. E benedicevo la signora W., una delle mie pazienti,
perch aveva cominciato a tormentarmi invece di annoiarmi.
L'irritazione che provavo ascoltandola suggeriva che
qualcosa si stava smuovendo in lei, e dopo mesi di puntigliose,
monotone dissezioni delle abitudini dei suoi colleghi all'agenzia
pubblicitaria, e di versioni intellettualizzate della
sua infanzia, avevo apprezzato la sfumatura di rabbia leggera
ma inconfondibile nella sua voce. - Lui mi guardava come
se non esistessi, - aveva detto.
Mi scoraggiai, scriveva mio padre, quando Roger cominci
a disfare la sua valigia : completi, giacche sportive, pantaloni, maglioni,
cravatte, pigiami, ecc. Metteva ogni capo su una gruccia,
lo sollevava un istante per rimirarlo, poi lo appendeva nel guardaroba
con la solennit di un rito religioso. Quando usc dallo
stanzino gli dissi che poteva riempire anche il mio spazio inutilizzato,
sperando che, se qualcuno ci avesse fatto visita, avrebbe
scambiato i suoi vestiti per i miei. In quel nuovo ambiente mi
vergognavo della mia povert e facevo di tutto per celarla. Soprattutto,
non ne parlavo. Oggi mi vergogno di essermi vergognato.
La mia prima impressione del Martin Luther College? Una
grandiosa sfilata di moda.
Una donna che non avevo mai visto stava chiudendo la
porta di casa di Inga proprio mentre io arrivavo. Vidi il suo
corpo ingobbito e i capelli color ruggine mentre si voltava sul
pianerottolo e, a testa bassa, scendeva lentamente le scale.
Quando ci incrociammo, mi guard per una frazione di secondo.
Indietreggiai per lasciarla passare, ma lei non devi
dalla sua traiettoria e le nostre braccia si sfiorarono. - Mi
scusi, - dissi, anche se sentivo di non aver niente di cui scusarmi.
Inclin il capo verso di me, mi guard per un istante
negli occhi e poi, prima di spostarsi, sorrise. Era un sorriso
tetro, un miscuglio inquietante di vergogna e compiacimento.
Mi ricordava l'espressione di un bambino che d un calcio
a un cane e ne gode ma, quando viene scoperto,  profondamente
consapevole della disapprovazione degli adulti. Non
disse niente. Si volt subito e continu a scendere le scale,
ma l'espressione che avevo visto mi rimase in mente come il
fastidio dopo un pizzicotto.
Salutai Inga dicendole: - E quella chi ?
Mia sorella sembrava scossa. Il suo viso era privo di colore,
e notai che si sforzava di controllare la voce. -  una giornalista
dell'Inside Gotham.
- Ti ha fatto un'intervista per il tuo libro?
Annu. - Cos credevo io. Avremmo dovuto parlare di tutti
i miei libri. Mi sono persino riguardata Saggi sull'immagine
e Nausea da cultura per essere sicura di ricordarmi tutto.
La redattrice della rivista deve aver mentito a Dorothy. Pensavo
che gli editori proteggessero i loro autori da queste sanguisughe.
Per la prima mezz'ora non sono riuscita a capire
cosa volesse, ma continuava a chiedermi di Max, e a fare insinuazioni
di ogni tipo...
- Che insinuazioni?
Inga fece una smorfia. - Sediamoci. Mi sento male, Erik.
- Ti tremano le mani.
Inga le un davanti a s.
Una volta seduti, le chiesi cosa le aveva detto quella
donna.
- Non  quello che ha detto,  l'odore che le sentivo addosso,
qualcosa di rancido...
La fissai. - Odore?
Inga si raddrizz sul divano e prese fiato. - Sai cosa intendo.
Non le interessava quello che scrivo o penso. Voleva
pettegolezzi sul mio matrimonio, e io mi sono rifiutata di parlarne.
A un certo punto ha detto: Mi sembra giusto avvisarla
che girano parecchie dicerie, e forse  meglio fare dichiarazioni
pubbliche sulla sua storia piuttosto che starsene
zitta. Sta scrivendo un pezzo per il giornale. Sono sicura
che sar uno di quegli articoli pieni di maldicenze che ti fanno
venire voglia di ficcarti sotto la doccia dopo che li hai
letti -. Inga si port alla fronte una mano tremante.
- Hai qualcosa da temere, Inga?
- Amavo Max con tutto il cuore. Non mi ha mai lasciato -.
Notai che Inga stava pensando a come costruire la frase successiva.
Mi guard con occhi sgranati, intensi. - La verit 
che Max era fragile, sensibile e un po' instabile. Ogni tanto
lanciava degli oggetti. Ruggiva come un leone quando era arrabbiato.
Oppure era distante, si faticava a parlargli, ma quella
donna ha usato il termine fisicamente aggressivo, un eufemismo,
presumo, per uno che picchia la moglie. Non si pu
reagire a un'accusa del genere, sembra di voler negare l'evidenza.
Non c' modo di difendersi. Ha anche fatto cenno al
whisky, con un ghigno sardonico, chiedendomi che marca
preferiva, poi ha tirato fuori quella volta che Max ha dato un
pugno a quello stupido recensore a una cena del Pen. Max
beveva, ma ha lavorato sodo ogni giorno della sua vita, fino
a quando stava troppo male e ormai era alla fine. Anche in
ospedale prendeva appunti. Da quando lo conoscevo, si alzava
al mattino e scriveva. La differenza  che quando l'ho
incontrato non era triste. Era affamato di tutto, ma invecchiando
 diventato sempre pi triste. Quando la madre 
morta ha sofferto molto, e io con lui. Era il mio migliore amico,
ma posso dire di sapere tutto di lui? No, e nemmeno avrei
voluto. Quella donna orribile contatter Adrian e Roberta.
Sono state sposate con lui per tre anni esatti, tutte e due.
Adrian non dir un granch, ma Roberta sar felicissima di
sputtanarlo. Dio solo sa quante ex amanti e donne da una sola
notte ci sono in giro. Quella giornalista parler con quelle
che lo hanno odiato a morte e con quelle a cui continuava a
piacere. Ascolter le chiacchiere invidiose di una sfilza di romanzieri
da due soldi e scriver un'impeccabile schifezza,
senza una sola frase citata erroneamente, poi la sfogger come
la vera storia.  cos che andr, Erik, lo so. A disgustarmi
 stato quello che percepivo in lei, qualcosa di brutto, di
invadente, che mi ha fatto sentire contaminata, no, non solo
contaminata, spaventata. Terrorizzata.
- Da cosa?
- Avevo la sensazione che sapesse qualcosa... - fece una
pausa. - Ha accennato anche a Sonia, in modo sgradevole.
Ha detto qualcosa a proposito di tutte quelle donne e soltanto
una figlia. Era cos...
- Mamma -. Ci voltammo entrambi. Sonia era sulla soglia
e ci guardava. - Chi  che ha parlato di me?
- Una giornalista orribile.
- Aveva i capelli rossi?
- S, - rispondemmo all'unisono Inga e io.
Sonia fece qualche passo verso di noi. - Ero al Bowery
Poetry Club con degli amici e lei si  avvicinata e ha attaccato
bottone: Tu sei la figlia di Max Blaustein, bla bla bla.
Ho cercato di essere gentile e smontarla, ma lei continuava
a insistere. Mi sa che mi sono un po' arrabbiata. Le ho detto
di andare affanculo.
Scoppiai a ridere. Sonia mi sorrise, ma Inga scroll il capo.
- La prossima volta di' solo che non hai niente da dire.
Non so perch, ma l'immagine di Sonia in quel momento
si  fissata nella mia memoria. Indossava un paio di pantaloni
della tuta e una T-shirt sbrindellata con una scritta. Ho
dimenticato le parole, ma ricordo bene la sua espressione.
Mia nipote era una meraviglia: diciotto anni, un viso bellissimo,
i grandi occhi scuri e quel corpo lungo, flessuoso. Assomigliava
sia al padre che alla madre, ma quella sera in lei
vidi solo Max. Dio, come mi mancava. Dio, come scriveva.
Nelle sue storie scavava nei sotterranei, nelle regioni pi
profonde, pi dolorose della vita umana, con un linguaggio
comprensibile a tutti. Ma Inga aveva ragione. Era diventato
pi triste, e dormiva male. Una volta gli avevo suggerito con
tatto che la psicoterapia o l'analisi potevano essere una bella
avventura, e che, se quell'opzione gli sembrava impossibile,
un antidepressivo poteva risollevargli il morale, ma avrebbe
dovuto mollare l'alcol. Max si era proteso verso di me e
mi aveva dato una pacca sul braccio. - Erik, - aveva detto,
- lo so che mi dici queste cose con le migliori intenzioni, ma
io ho una tendenza all'autodistruzione nel caso tu non l'abbia
notato, cosa di cui dubito visto che  il tuo lavoro. La
gente come me non sceglie la salvezza. Sciancati e folli, ci
trasciniamo verso il traguardo, con la penna in mano.
Quella notte sognai che Inga e io eravamo in un lungo corridoio.
Sonia era chiusa dietro una delle porte. Inga camminava
davanti a me. C'era qualcosa che non andava nelle sue
gambe, zoppicava. Portava una parrucca rossa che trovavo
inquietante. Chiamavo Sonia, mi avvicinavo a una porta, la
aprivo e venivo colpito da un raggio di luce che illuminava
non Sonia ma Sarah, una mia paziente che si era suicidata
nel 1992. - Sarah, - dicevo. - Sei qui -. I suoi occhi erano
enormi. Strascicava i piedi verso di me con le braccia aperte
come se volesse abbracciarmi. - Dottor Davidsen, - diceva
con la sua voce tremante, troppo alta. - Dottor Davidsen, ci
vedo! - Mi svegliai di soprassalto, aspettai che le raffiche dei
miei battiti rallentassero, poi scesi a bere un bicchiere di latte.
Misi Charlie Parker e rimasi ad ascoltarlo per un po', seduto
sulla mia poltrona verde finch non mi sentii in grado
di tornare a letto.
L'esame d'inglese del secondo semestre includeva il cimento
di scrivere una vera e propria tesina. Non ricordo pi perch scelsi
Savonarola, il martire e riformatore italiano che scacci i Medici
da Firenze. Non avevo nessun problema con l'argomento,
ma finii per smarrirmi nei meccanismi della ricerca - schede infinite,
ciascuna con una specifica funzione e da compilare in un
determinato modo. Ancor pi complicate erano le note a pi di
pagina, con termini misteriosi come ibid. e op. cit. Le schede
formavano piccoli cumuli sparpagliati per tutta la stanza. Per
trarre un temporaneo sollievo dal mio disordine mentale, andavo
a ritirare la corrispondenza. All'ufficio postale aprii una lettera
che mi ordinava di presentarmi a Fort Snelling il 16 marzo,
due giorni prima della consegna della tesina. Tornai in camera,
raccolsi le maledette schede e le buttai tutte nel cestino. Quando
andai a letto quella sera, fui travolto dal panico. E se non
avessi superato la visita di leva?...
Passavamo da un medico all'altro, come in una catena
di montaggio. L'ultimo ostacolo da superare era lo psichiatra.
- Hai la ragazza? - mi domand. Grazie a Margaret, potei pronunciare
un deciso s. Mi fece passare. Ah, le raffinatezze della
mia professione: accettiamo chiunque respiri, tranne i gay.
Lars Davidsen aveva diciannove anni. A meno che ci fosse
stato qualcosa tra lui e Lisa, Margaret Lien era l'unica ragazza
che avesse mai avuto. Prima di lasciare il Minnesota per
la prima volta della sua vita, and a salutarla al suo convitto,
nel campus del Martin Luther College. Non le rivelai quanto
ero abbattuto. Chiacchierammo un po'. Ma se davvero ho
qualcosa che rassomiglia a un'anima, la voce di Margaret quella
sera ne far certamente parte.
Quando chiesi a Inga dell'articolo sull'Inside Gotham,
mi disse che non era ancora uscito e che sperava l'avessero
cestinato. - Sono sicura che non sono interessati a quello che
avevo da dire, e magari non hanno saputo niente di piccante
da altre persone, perci probabilmente non uscir... troppo
noioso. Ironia della sorte, nel mio libro cerco di parlare
del modo in cui organizziamo le percezioni trasformandole
in storie con un inizio, una parte centrale e una fine, e di come
i frammenti della memoria non hanno alcuna coerenza
finch vengono reimmaginati in parole. Il tempo  una propriet
del linguaggio, della sintassi e delle forme verbali. Ma
a quella donna non interessa il problema della coscienza, della
realt. Non gliene frega niente della filosofia. Questi giornalisti
credono di poter ottenere la storia reale, la verit oggettiva,
o di poter raccontare entrambi i punti di vista, come
se il mondo fosse sempre diviso in due. Al tempo stesso, reality
in America  diventato sinonimo di volgarit e squallore.
Abbiamo feticizzato la storia vera, la confessione
strappalacrime, la reality Tv, la gente reale nella sua vita reale, matrimoni
di vip, divorzi, tossicodipendenze, umiliazioni come
forma di intrattenimento -  la nostra versione dell'impiccagione
in piazza. Folle di spettatori a bocca aperta -. Dopo
questo discorso, Inga rimase in silenzio. - Sai a chi mi ha fatto
pensare?
- No.
- A Carla Screttleberg.
- La tua aguzzina in prima media.
Inga annu. - La sofferenza non  mai passata. Era riuscita
a tirare dalla sua parte tutte le ragazze. Nessuna mi parlava,
oppure se mi parlava era per dire qualcosa di cattivo. Non
avevo fatto niente a nessuna di loro. Lo trovavo incomprensibile,
eppure quei mesi sono sfocati ormai. Vedo dei frammenti,
mai cose intere, parti dell'edificio scolastico in cui mi
 stato detto qualcosa di crudele, una scala, un corridoio, la
classe, il mio banco, le tracce di gesso sul cemento per giocare
a mondo. Il tutto saturo di angoscia. E come se la mia tristezza
avesse impregnato l'architettura. Ti potrei raccontare
una storia, e non sarebbe una menzogna, ma quella ricostruzione
degli eventi sarebbe vera o reale?
- No... sarebbe vera solo per te adesso.
- Quando  successo a Sonia ero disperata.
- Ma si  risolta, per entrambe.
- S, con una nuova scuola. Era come essere un'altra persona.
Sonia ha detto la stessa cosa: Un giorno sei un paria,
il giorno dopo torni a essere una persona normale.
- Come sta Sonia?
- Ancora troppo ordinata.
- E gli incubi?
- Diminuiti -. Inga deglut. - Non parla molto di suo padre,
sai. Mi preoccupa. Scrive tante poesie.
- Ti permette di leggerle?
- A volte. Sono belle ma fanno anche un po' paura.
- L'adolescenza fa paura, - dissi.
Inga sorrise. - Mi chiedo come sarebbe Sonia se non ci
fosse stato l'undici settembre.
Ero andato al pronto soccorso quel giorno. Avevo sentito
me stesso spiegare che ero un medico e che volevo dare
una mano. Dovevano esserci moltissimi feriti, troppi per gli
ospedali della citt. Era un ricordo doloroso. - La tua descrizione
di quel giorno  il punto pi bello del libro, - dissi.
In Realt americana. Analisi di un'ossessione culturale, Inga
dedicava un capitolo alla versione mediatica dell'undici
settembre e alla creazione quasi istantanea di una narrativa
eroica per dissimulare l'orrore. Descriveva l'uso dei trucchi
cinematografici nei servizi televisivi, le riprese dei pompieri
con sottofndo musicale e bandiere americane sullo schermo
frammentato, le immagini spettacolari, gli annunci ipocriti
sulla fine dell'ironia mentre le ironie pi amare si accumulavano.
Scriveva delle folle osannanti in altre parti del mondo,
che avevano confezionato la propria versione di martirio eroico,
una versione cos potente da cancellare l'empatia. E per
contrastare le immagini trite e le parole morte, Inga raccontava
la propria storia di quel giorno cos come se lo ricordava,
un resoconto disarticolato. Aveva sentito alla radio che
un aereo si era schiantato sulla torre otto isolati pi a sud.
Aveva deciso di andare a prendere Sonia a scuola, e mentre
camminava aveva visto il secondo aereo bucare l'altra torre.
A quel punto si era messa a correre in senso contrario alla folla
che fluiva verso di lei, ma non aveva davvero capito cos'era
successo, e si era affrettata a raggiungere la Stuyvesant
High School, dove era stata fermata da una guardia. C'era
un'altra madre che non volevano lasciare entrare, una donna
la cui voce le ricordava i miagolii notturni di un gatto. Inga
ricordava la sua bocca distorta, la saliva che schizzava sul
colletto della guardia mentre urlava: - Fatemi entrare! Voglio
mio figlio! - L'espressione stravolta di quella donna aveva
reso Inga stranamente calma, distante. Era rimasta nell'atrio,
intontita, ad aspettare che andassero a cercare sua figlia,
e quando finalmente aveva visto il viso di Sonia si era
resa conto che probabilmente era uguale al suo, una maschera
di vuoto pallido. Fuori dall'edificio le torri luccicavano,
rosse come scheletri in fiamme, e Inga si era detta:  tutto
vero. Lo sto vedendo. Devo ripetermi che  reale, poi si erano
messe a correre verso White Street, a nord, senza dirsi
una parola, a correre insieme a centinaia di altre persone che
si allontanavano dagli incendi. Un uomo, carponi, vomitava.
Un altro sembrava impietrito: rivolto dalla parte sbagliata,
guardava in alto con una mano sulla bocca. Inga aveva provato
un senso di paura, di urgenza, ma non di panico. Niente
lacrime n grida. E poi c'era stato quello strano impulso
subito prima di svoltare su White Street. Aveva detto a Sonia,
- Okay, giriamoci a guardare -. E l'avevano fatto.
Nei giorni successivi non avevo potuto raggiungerle. La
zona era stata circondata da un cordone e quasi del tutto evacuata,
ma per qualche ragione la polizia non era mai arrivata
al 40 di White Street per dire ai suoi residenti di andarsene.
Il primo fine settimana Inga e Sonia riuscirono ad arrivare
fino a Brooklyn e io cucinai per loro. Parlammo un poco.
Inga mi raccont dei resti di auto accumulate su Church
Street, della voragine fumante pochi isolati pi a sud, della
polvere pallida che aveva coperto tutto come neve tossica,
della sua preoccupazione per i veleni nell'aria. Poi entrambe
dormirono, ore e ore, il sonno della spossatezza e forse anche
del sollievo di essere lontane da l, dal luogo dove era successo.
Ma domenica, quando Inga chiese alla figlia cos'aveva
visto dalla finestra della classe quel mattino, Sonia si limit
a scrollare il capo, gli occhi vuoti e la bocca serrata.
Quattro giorni dopo l'invasione dell'Iraq da parte degli
Stati Uniti, Eggy fece scivolare un disegno sotto la mia porta.
In primo piano c'erano due persone che si tenevano per
mano, una grande e una pi piccola. Le mani sembravano palline
sovrapposte ed erano attaccate a braccia magrissime. Poich
la figura pi bassa aveva un ammasso di ghirigori sulla
testa, immaginai fosse un autoritratto. L'altro personaggio,
con una linea dritta al posto della bocca, doveva essere Miranda.
Nella mano libera stringeva quello che sembrava un
aquilone, ma quando lo esaminai pi attentamente notai che,
appeso alla lunga linea curva, c'era un minuscolo uomo volante
proprio al margine superiore del disegno. Osservando
la rappresentazione data da Eggy di se stessa e della madre,
non riuscii a non chiedermi cosa i bambini potessero vedere
o subire in quel nuovo incubo militare.
Eppure, i miei cupi pensieri sulla guerra non mi impedivano
altri pensieri. Per qualche tempo dopo che Miranda aveva
pronunciato la frase Se anche lo sapessi perch dovrei dirlo
a lei? avevo evitato di portarmi a letto un'immagine mentale
di lei. La sostituivo con altre donne, Laura Capelli, ad
esempio, con il suo corpo voluttuoso e l'ampio sorriso, oppure
mi immergevo nella pornografia: sempre efficace, anche
se le immagini volgari mi deprimevano. Sognavo compagnia,
chiacchiere, passeggiate e cene, oltre al sesso. Miranda e io
ci eravamo a malapena parlati, e dovevo ammettere che la
mia attrazione avrebbe potuto essere annientata da una conversazione
che rivelasse una mentalit ordinaria dietro quegli
occhi incantatori. Razionalizzando, mi dissi che era solo
l'ennesimo rifiuto tra i tanti, e che dovevo accettarlo, ma ormai
c'erano tre immagini che non riuscivo a togliermi dalla
mente: il mostro tratteggiato da Miranda, il suo ritratto della
figlia e il disegno fatto da Eggy - forse la sua interpretazione
di famiglia? L'uomo volante era un'immagine del padre
assente? Forse Eggy voleva confidare al dottore dei dispiaceri
quello che la madre non voleva rivelare. Le parole di
Miranda mi avevano fatto pensare che conoscesse l'identit
del messaggero misterioso. Inoltre, immaginavo che la loro relazione
avesse qualcosa a che fare con la fotografia e l'arte, e
che probabilmente le erano arrivate altre foto a mia insaputa.
Scrissi a Eggy un messaggio e lo infilai sotto la porta.
Cara Eglantine,
grazie mille per il disegno. Mi  piaciuto molto, soprattutto l'omino
volante.
Il tuo amico
Erik
Negli anni in cui lavoravo in ospedale avevo visto troppi
veterani per apprezzare il patriottismo demenziale che veniva
propinato in televisione: tripudi di cineprese e carri armati,
mulinelli di bandiere e polvere, euforici giornalisti in mimetica
che blateravano eccitati di soldati coraggiosi, delle valorose
famiglie che li aspettavano a casa, di sacrificio, dovere,
America, patria. Il libro di Inga parlava proprio di questo
spettacolo grottesco, eppure ero certo che le sue parole avrebbero
incontrato soltanto sordit. La storia  fatta di amnesia.
Quello che durante la guerra civile americana veniva chiamato
cuore del soldato, si  tramutato nel corso del tempo
in choc da granata e poi in nevrosi da guerra. Ora
viene chiamato DPTS, disturbo post-traumatico da stress, il
pi asettico dei termini per definire ci che pu succedere a
chi  testimone dell'indicibile. Durante la prima guerra mondiale,
negli ospedali da campo, i medici francesi e inglesi se
li videro arrivare a frotte: uomini ciechi, sordi, tremanti, paralizzati,
afasici, catatonici, tormentati da allucinazioni, incubi
ricorrenti e insonnia, che vedevano e rivedevano cose
che nessuno dovrebbe vedere, oppure non provavano assolutamente
nulla. Ovviamente non soffrivano tutti di lesioni
cerebrali, quindi i medici cominciarono a definire i loro pazienti
NAD (non ancora diagnosticati) oppure DSS (Dio solo
sa) ovvero Dieu seul sait quoi.
- Dottor Davidsen, - mi disse. -  tornato, anche se sono
passati anni. Non  un ricordo, nossignore.  lo choc, lo
stesso di un tempo, come se lo rivivessi. Mi sveglio per l'impatto
alla gamba, nessun dolore, solo l'esplosione, poi lo vedo
Alcolista cronico, il signor E. non era stato ricoverato
per trauma. Gli era stata drenata un'ascite, ma l'avevano
mandato da me perch di notte urlava, svegliando tutto il reparto.
- Cosa vede?
Aveva un viso rugoso, cosparso di chiazze marroni. Si
sfreg le guance con entrambe le mani. Le braccia gli tremavano
in modo incontrollabile. - Harris sopra di me. Rodney
Harris, senza testa.
Il trauma non fa parte di una storia;  una storia esterna.
 ci che rifiutiamo di far entrare nella nostra storia.
Quel fine settimana Miranda torn prepotentemente nella
mia coscienza. Verso le nove di domenica mattina, quando
raccolsi la mia copia del New York Times davanti alla
porta, la vidi sul marciapiede. Era di spalle, e ai suoi piedi
c'era un secchio di acqua saponata. Notai con sorpresa che,
a quanto pareva, stava lavando un albero. Quando fece un
passo di lato, capii subito perch. Lo sconosciuto aveva lasciato
il suo marchio in pittura rossa sul tronco della grande
quercia che stava per germogliare.
Non scesi i gradini per parlarle. Raccolsi il giornale e richiusi
la porta pian piano, ma lei sent il rumore e si volt.
Per un attimo i nostri sguardi si incrociarono attraverso la
porta a vetri. Non sorrise, ma scorsi sul suo viso qualcosa di
pi morbido della volta precedente. Le feci, mi pare, un cenno
con il capo prima di tornare al mio caff, elettrizzato in
ogni singola parte del corpo dall'espressione del suo volto.
In una lettera non datata del 1944, mio padre scriveva:
Dopo molto tempo in mare, tocchiamo terra. La nave era calda
e affollata. Io non ho avuto il mal di mare, ma molti se la sono
vista brutta. Le cerimonie per l'attraversamento dell'equatore
sono state al contempo crudeli e divertenti. I nativi sono una novit
per me-.piccoli e neri, con i capelli crespi, a piedi nudi e con
dei teli intorno alla vita. Vendono, o meglio provano a vendere,
oggetti di conchiglie e bamb. Siamo da qualche parte in Nuova
Guinea. Sto scrivendo a lume di candela.
Il viso di Inga era arrossato dall'eccitazione quando apr
la porta. Aveva gli occhi sgranati e parlava in fretta: - Ho
trovato qualcosa all'anagrafe di Blue Wing. Non so ancora
cosa significa, ma  interessante. Ho il certificato di matrimonio
tra un certo Alf Odland e una tale Betty Dettling nel
1922. Un anno dopo hanno un figlio, per il nome sul certificato
di nascita non  Lisa ma Walter Odland. Non c' nessuna
Lisa nata da loro due. Pap aveva quindici anni e Lisa
doveva avere almeno la sua et, o anche di pi se stava lavorando
lontano da casa, quindi i conti non tornano.
- Forse  un altro Odland.
-  l'unico in citt, - disse Inga. - Magari era nata da un
precedente matrimonio. Forse lui aveva divorziato dalla prima
moglie, o lei era morta. Il divorzio era molto comune tra
gli immigrati nelle praterie. Certo, questo  successo pi di
recente, per sarebbe stato insolito per una ragazza restare
con il padre invece che con la madre, non trovi? Quindi 
pi probabile che sia morta. Alf Odland  morto nel 1962,
Betty nel 1975. La buona notizia  che Walter  ancora vivo.
Ho chiamato il numero indicato, ma non rispondeva nessuno.
 anziano, non ha la segreteria, ma spero di riuscire a
parlargli.
Fui pervaso da un'improvvisa riluttanza, la sensazione che
stessimo intromettendoci in qualcosa che avrebbe potuto rivoltarsi
contro di noi. Era strano che proprio io - cos abituato
ad ascoltare confessioni di tradimento, sofferenza e crudelt
- mi intimidissi per una storia nascosta dietro qualche
foglio in un'anagrafe, ma l'analista  in grado di ascoltare
qualsiasi cosa grazie al ruolo che occupa, alla sua posizione
nella stanza. Fuori da quella stanza, io occupo un altro territorio:
fratello, figlio, amico. - Sei sicura di volere andare
avanti?
- Tu no?
- Pensavo a Walter Odland. E se le tue domande... - mentivo.
Non stavo pensando a Walter Odland fino a quel preciso
secondo. - No, non  cos. Inga, forse sono preoccupato
per quello che scopriremo.
- Continuo a pensare che ne parler alla mamma, poi non
lo faccio. C' qualcosa che mi frena, la paura di ferirla, immagino.
Sta gi soffrendo abbastanza. Eppure, voglio sapere.
E secondo me anche tu.
- S -. Per un istante provai senso di colpa nei confronti
di mia madre. Devo chiamarla, mi dissi.
Poi parlammo di altre cose, del progetto di Sonia, un lungo
poema narrativo in rima, dei suoi piani per il college, dei
suoi silenzi. - Per met del tempo non so a cosa sta pensando,
anche se con me  quasi sempre carina.
- E continua a non voler vedere un terapeuta?
- S, ma penso che non le dispiacerebbe andare a pranzo
con lo zio Erik.
Le assicurai che avrei chiamato Sonia per portarla fuori,
e lei mi raccont che stava lavorando a un libro molto diverso
da tutti gli altri che aveva scritto. Storie di filosofi, disse,
storie di scoperte, storie che dimostravano come le sensazioni
e le idee sono inseparabili. Parl della carrozza di Pascal
in bilico sull'acqua del Pont de Neuilly, del suo salvataggio,
e del memoriale scritto il luned 23 novembre 1654, quando
aveva annotato le parole dell'estasi e se le era cucite nella
giacca per tenerle sempre con s. Mi raccont di un sogno
che Cartesio aveva fatto da giovane, in cui i fantasmi lo inseguivano
mentre il vento soffiava e lui non riusciva ad avanzare
contro quelle raffiche ma continuava a inciampare, di
Wittgenstein che, sul fronte russo nell'estate del 1916, scriveva
sul suo taccuino: Ci sono cose che non si possono mettere
in parole. Si rendono manifeste. Sono ci che  mistico,
e infine di quando Kierkegaard aveva scoperto il segreto di
suo padre. Kierkegaard aveva percepito qualcosa in quel genitore
cupo, severo, religioso, e quando il padre stava per morire,
lo scopr. Lo chiam il grande terremoto, il terribile
scompiglio, che lo costrinse a una nuova e infallibile interpretazione
di ogni fenomeno.
- Sto bruciando, Erik, - mi disse. - Brucio, e c' altro,
molto altro, ed  tutto molto vicino a me, come se queste storie
di rivelazioni appartenessero anche a me.  raro che i significati
reali, le intuizioni vere, siano asettici. Sono quasi
sempre accompagnati da emozioni. Certo, Schopenhauer era
un freddo, ma lasciamolo da parte. Non  solo la filosofia.
Pensa a scienziati come Einstein. Pensa ad artisti come Max.
Era cos felice quando trovava i suoi personaggi e le sue storie.
Adorava i suoi personaggi, ed erano soltanto il frutto
della sua fantasia. Tutti amiamo i prodotti della nostra
fantasia -. La voce le si spezz dall'emozione, e il suo viso
sembrava animato da una luce interiore.
Mia sorella era sempre passata attraverso periodi di scrittura
intensa, archi di energica produzione seguiti da emicranie
e tristezze che lei definiva crac neurologici. Se in quel
momento avessi visto mia sorella come una paziente, con gli
occhi lucidi e l'espressione rapita, mi sarei annotato che presentava
sintomi maniaco-depressivi. Come una volta mi aveva
detto un collega: Chiunque oltrepassi la mia porta  un
sospetto. - Sei molto tesa, Inga, - le dissi. - Dovresti stare
attenta.
Socchiuse gli occhi e mi guard sogghignando. - Pensi che
stia emergendo il mio io epilettico, grafomane, euforico, rapito
dagli angeli?
- Qualcosa del genere, - dissi.
- Ci convivo abbastanza bene, sai, tutto sommato, - disse
allargando le braccia. - Stringimi.
Mi avvicinai a Inga sul divano e la presi tra le braccia. Sentivo
le minuscole ossa delle sue spalle. Quando la lasciai, si
volt verso la finestra che dava sull'edificio di fronte. Dopo
qualche istante disse: - Kierkegaard non rivel mai il segreto
di suo padre. Potremmo non sapere mai nulla di nostro padre.
Ho immaginato di tutto, ho creato ogni genere di storia
nella mia mente, pensando che forse avevano visto morire
una donna o trovato un cadavere nei boschi. Ho persino pensato
a un omicidio, che avessero visto qualcosa di terribile...
Pap non avrebbe mai taciuto un crimine, no? Non mi sembra
possibile.
Mi venne in mente la piccola casa bianca che svettava nella
grande distesa di campi, poi mi ritrovai pi vicino, a guardare
mia nonna che apriva la botola della cantina in terra battuta,
mentre scendevamo nel buio guidati dalla sua torcia.
Mi era sempre piaciuto quell'odore di terra fredda, umida.
Odore di tomba, pensai all'improvviso.
- Poi lo torn a cercare quattro anni dopo, da Obert's, -
continu Inga. - E poi... c' Harry, e ora l'eventualit di una
matrigna. Avrebbe bruciato la lettera.  questo che continuo
a pensare. L'avrebbe bruciata, Erik. Forse ci ha lasciato
una chiave per il suo passato.
Chiavi sconosciute.
Lasciai White Street verso le sette, e nonostante la pioggia
fredda che cadeva sulla strada, notai che le giornate si allungavano
mentre mi chiudevo la pesante porta alle spalle.
Fu allora che vidi una donna con i capelli rossi a poca distanza.
Stava camminando verso Broadway con una grossa borsa
a tracolla. Mi fermai a guardarla, consapevole del mio crescente
timore che fosse la stessa che avevo incrociato sulle
scale, la giornalista dell'Inside Gotham. Ma non potevo
esserne sicuro. Camminava in fretta, a testa bassa, l'ombrello
inclinato per proteggersi meglio, con il passo deciso, svelto,
di chi ha una missione.
Avvicinandomi a casa, vidi Eggy dalla finestra illuminata.
Con un pigiama rosa su cui spiccava l'immagine stucchevole
di un gatto, e un piccolo asciugamano avvolto intorno
alla testa, saltellava per tutto il soggiorno. Mentre staccava
i piedi da terra, strizzava gli occhi per la concentrazione e
tendeva la bocca in un gran sorriso. Saltava a pi non posso.
Mi resi conto che speravo mi vedesse, ma non mi vide. Arrancando
su per le scale con la mia ventiquattrore, fui travolto
da una profonda tristezza, e mi sorprese sentire gli occhi
che si inumidivano mentre aprivo la porta. Quella sera feci
una telefonata piuttosto lunga a mia madre. Mi disse che era
inquieta, non riusciva a concentrarsi, a leggere, a riordinare
l'armadio. Tutte le sere a letto allungava un braccio per controllare
come stava mio padre e si stupiva trovando vuoto il
suo posto. Parl di nuovo della sua morte, dell'aspetto che
aveva quando era morto, del tipo di lapide che voleva per lui.
Mi fece delle domande su alcuni conti che aveva da pagare,
e mentre l'ascoltavo notai la vulnerabilit nella sua voce, un
tremolio che non c'era mai stato. Prima di riagganciare mi
disse: - E tu, mio caro Erik, tu come stai?
- Sono l, appeso, - dissi.
Le parole mi riecheggiarono in testa appeso, un uomo
che penzola nel vuoto, l. L dove? Pensai. Non qui, ma
l, da qualche altra parte. Mi venne in mente Dale Plankey,
che si era impiccato, appeso, un giorno di primavera in seconda
superiore, il giorno in cui non era salito sullo scuolabus.
Uno dei miei vecchi pazienti, il signor D., aveva trovato il padre
in cantina appeso a una cintura. Aveva sette anni quando
era successo. Mentre cenavo da solo i miei pensieri continuarono
a rincorrersi, confusi e caotici, lungo quel macabro
filo conduttore, poi, invece di leggere un articolo sulla neurobiologia
della depressione, mi scolai una bottiglia di vino rosso
davanti a un film che non guardai, poi rimasi ad ascoltare
le auto che passavano su Garfield Place, le risate rumorose
degli adolescenti che si aggiravano in gruppetti svogliati, il
suono distante di un televisore dalla casa accanto. Quando
riuscii a portare a letto un me stesso tormentato e alticcio, stavo
scacciando i pensieri su Sarah, con la voce di Genie in sottofondo
che urlava: Signor Perfetto! Signor Buono e Perfetto!
Sei uno stronzo! Pensai alle fughe di mio padre, e
mentre mi lasciavo sprofondare nel sonno camminavo con lui,
in lui, consapevole soltanto dei miei piedi che, uno dopo l'altro,
calpestavano la ghiaia muovendosi in fretta nell'oscurit
di Dunkel Road, la nostra strada, senza una luce, solo una distesa
piatta di campi di grano su entrambi i lati.
Il 6 dicembre 1944 mio padre scrisse ai genitori dalla Nuova
Guinea. Torniamo nel punto dove siamo sbarcati per riposare
un po'. Sto scrivendo questa lettera in una tenda e piove. Il
giorno dopo, gli uomini del 569 ricevettero la prima posta
dagli Stati Uniti. Tra le varie lettere ce n'era una di Jim, un
amico di mio padre al Martin Luther College. Un infortunio
mentre giocava a football alle superiori gli aveva evitato il
servizio militare.
Lars,
Howard Lee Richards  morto per le ferite riportate in combattimento
il 17 ottobre 1944. Si era paracadutato nel sud della Francia
due giorni dopo il D day, dopo essere stato in Italia per due mesi.
Lascia i suoi eterni camerati: Lars Davidsen, John Young e Jim
Larsen. Scrivi!
Jim
Trovai un posto in cui nascondermi, scriveva mio padre, e
piansi fino a non farcela pi. Lo stesso giorno ricevette una
lettera di Margaret. In cima alla pagina aveva trascritto 2 Corinzi
12, 9: La mia potenza infatti si manifesta pienamente
nella debolezza. Mi vanter quindi ben volentieri delle mie
debolezze.
Non riesco in alcun modo a dipanare il groviglio di emozioni
che mi avvilupp quella notte. Tendenzialmente non credo alle
storie di improvvisi cambiamenti di atteggiamento dovuti a
singoli eventi. Credo, tuttavia, nelle predisposizioni : materiale
esplosivo che si accumula poco a poco con il passare del tempo
finch arriva la scintilla che si prende tutte le responsabilit.
La notizia della morte di Lee era gi di per s pi di quanto potessi
sopportare. La definizione di grazia fornita da Paolo era al contempo
una consolazione e una burla. La morte quotidiana,
come Shakespeare chiamava il sonno, venne finalmente a farmi
visita. Mi svegliai con una strana sensazione di tranquillit. Senza
nessuno sforzo conscio da parte mia, mi ero in qualche modo
spogliato da un accumulo infinito di preoccupazioni banali. Provavo
una nuova sensazione di libert. Diventai un soldato migliore,
o almeno cos mi piace credere. Il tenente Goodwin, un
ufficiale che aveva studiato al college, fu forse il primo a notare
un cambiamento. Osservandoci mentre ci arrampicavamo sulla
scaletta della nave che ci avrebbe portato a Luzon, aveva una
parola di conforto per ognuno. Quando mi vide, disse: - Ecco lo
stoico -. Dopodich mi chiam sempre cos. A quel tempo avevo
solo una vaga nozione di ci che quel termine significava.
21 gennaio 1945. Da qualche parte nelle Filippine. Questa 
la mia seconda lettera.  difficile trovare il tempo per scrivere.
Durante il giorno siamo sempre in movimento, di notte non c'
luce.
Miranda era senza fiato, e mentre parlava piant gli occhi
nei miei. - Ho bisogno di un favore, - disse. Era in piedi
alla mia porta, alle sette di un mercoled sera. Dietro di lei
in fondo ai gradini c'era Eggy, in pigiama e maglione spesso.
Stringeva al petto una bambola e aveva le guance lucide di
lacrime. - Ho chiamato le mie sorelle e non sono disponibili.
 successa una cosa, - Miranda ansimava, - e... ho bisogno
che qualcuno stia con Eggy -. Distolse lo sguardo dal
mio. - Mi dispiace disturbarla, ma  urgente. Altrimenti non
glielo avrei chiesto.
Annuii e dissi: - Star via per molto?
- No, non dovrei. Ho... ho una cosa da risolvere.
Guardai Eglantine, che sembrava essersi rimpicciolita dall'ultima
volta che l'avevo vista. Forse era la sua immobilit
a farla sembrare minuscola. La bambina saltellante era impietrita.
- Ti va di stare con me mentre tua madre  fuori?
- le chiesi.
Mi fiss con occhi enormi. Mentre annuiva il labbro inferiore
le tremava in modo incontrollabile.
- Ti dispiace che la mamma esca.
Annu ancora.
- Tu e io abbiamo gi fatto delle belle chiacchierate, - dissi.
- Se non vuoi parlare con me puoi disegnare, e ho dei libri
che possono piacerti.
Miranda scese i gradini e si inginocchi di fronte alla figlia.
Non sentii ci che le disse, ma Eggy prese la mano della
madre e si lasci condurre alla porta. Dopo aver dato un
rapido abbraccio alla bambina inconsolabile, Miranda si allontan
in fretta. Appena la porta si chiuse, Eglantine cominci
a ululare: - Mammina! Mammina! - Si mise le mani
sul piccolo viso contratto lasciando cadere la bambola, e singhiozz
facendo scattare la testa avanti e indietro in un movimento
ritmico che mimava la disperazione.
Mi accovacciai e le toccai una spalla per cercare di consolarla,
ma la bambina mi spost la mano e si mise a lamentarsi
ancora pi forte, fino a urlare mentre correva in soggiorno
e si buttava sul divano.
Decisi di aspettare. Le dissi ad alta voce che sarei stato l
vicino, seduto al tavolo in sala da pranzo, se avesse avuto bisogno
di me.
La sentivo piangere, e mi sforzavo di scacciare quel suono,
sperando che smettesse pur non potendo farci niente.
Dopo parecchi minuti il volume dei singhiozzi diminu, poi
Eggy cominci a tirare su col naso rumorosamente. Un minuto
dopo, sentii il fruscio dei suoi passi leggeri e la vidi sulla
soglia. Con gli occhi arrossati e gonfi, e due strisce trasparenti
di muco che le scendevano dalle narici alla bocca, mi
fissava tirando su con il naso senza accorgersene. La testa e
il mento le tremavano a ogni inspirazione.
Dopo molti altri secondi di silenzio, annunci con voce
flebile ma piena di dignit: - Non mi piace quando Charlie
mi chiama Gelatina.
- E chi  Charlie? - chiesi.
- Un mio compagno di classe.
Rotto il ghiaccio, diventammo sodali, uniti da quella disgrazia
che si chiama attesa. Eggy bevve tre bicchieri di succo
di frutta, divor della cioccolata vecchia di un mese, una
banana, uno yogurt ai mirtilli, mezza scodella di cereali, recuper
Wendy, la bambola, che venne sgridata severamente
per numerose disobbedienze, disegn quattro versioni di un
topo molto triste e poi un ritratto molto pi allegro di una
donna che identific come una maroon, una schiava fuggiasca,
la sua bis bis bis bis bisnonna, fece un giro della casa,
che defin grande come una casa, ascolt rapita mentre leggevo
tre storie dal Libro verde oliva delle fiabe di Andrew
Lang, e chiacchier in ogni singola pausa fra un'attivit e l'altra.
Il piccolo flauto ansimante della sua voce mi tenne compagnia
con cronache di tradimenti d'asilo. - Alicia ha detto
che non era pi mia amica. Io ero triste, ma indovina! Se n'
dimenticata! Charlie  cattivo. Ha dato un pugno a Cosmo.
La maestra ha dovuto tirarlo su per la maglietta -. Nel corso
della serata a tratti Eggy si mostrava preoccupata per la
madre. Di tanto in tanto vedevo il suo viso contrarsi in un'espressione
che presagiva lacrime, che tuttavia non arrivavano.
Emetteva invece un gran sospiro seguito da un'esclamazione
che, nonostante la sincerit, aveva una sfumatura teatrale:
- Oh dove, oh dove potr mai essere la mia cara mamma?
Oh dove, dove sei mammina cara?
In effetti dov'era? cominciai a pensare verso le undici. A
quel punto ci eravamo piazzati in soggiorno davanti a Cappello
a cilindro, a guardare le silhouette grigie di Fred e Ginger
che si libravano in aria piroettando e saltando. Avevo dato
a Eggy un cuscino e una coperta, non perch avrebbe passato
la notte da me, sottolineai, ma perch era pi comodo
per guardare il film. All'una, da Cappello a cilindro eravamo
passati a Kitty Foyle, ragazza innamorata, e io ero ancora sul
divano con la bambina che dormiva al mio fianco, sempre pi
agitato e con l'orecchio teso al campanello, sperando di non
essere stato ingannato da quei begli occhi, che Miranda non
mi avesse sfruttato per passare la notte tra le braccia di un
amante, oppure, Dio ce ne scampi, che non avesse abbandonato
Eggy per sempre, cosa che per mi sembrava impossibile.
Non sapevo molto di Miranda, ma l'avevo vista abbastanza
spesso con la figlia da escludere tale eventualit, e allora
cominciai a pensare al sinistro sconosciuto e alle fotografie.
Quanto si deve aspettare prima di chiamare la polizia? La
stanchezza ebbe la meglio, e quando il campanello suon
scattai sull'attenti, guardai l'ora - erano le tre - e scesi di
corsa.
Sulla soglia, Miranda si stava stringendo la mano destra
con la sinistra, mentre il sangue le scorreva sulle dita. Senza
dire una parola, le afferrai entrambe le mani, e dopo aver trovato
il taglio sull'indice della mano destra, la condussi in cucina
per sciacquare via il sangue, mentre lei insisteva che non
era niente e non dovevo preoccuparmi, e dov'era Eggy? Le
medicai il dito con garza e cerotto, poi, imbaldanzito dalle ore
trascorse a farle il favore, le misi le mani sulle spalle e, dandole
del tu, le dissi di sedersi. Con mia grande sorpresa, obbed.
-  tardi, - dissi. - Non so cosa ti sia capitato o cosa stia
succedendo, ma  stata una serata dura per Eggy, e faticosa
anche per me. Mi hai trascinato in questa cosa e penso di avere
diritto a qualche spiegazione. Se non adesso, almeno domani.
Miranda era seduta con il dito fasciato posato davanti a
s sul tavolo. Prima di andare di sopra a prendere Eglantine,
si volt verso di me. -  una lunga storia, - disse. - Troppo
lunga. Ma voglio che tu sappia che stanotte non avevo scelta.
Davvero.
- E il dito?
- Danni collaterali, - disse con un debole sorriso.
- La mamma ha qualcosa, - disse Sonia, - qualcosa di
strano -. Biascic l'ultima parola mordendo il panino. Mi fiss
per un istante, poi mastic studiando il piatto. - L'altra sera
quando sono tornata a casa l'ho trovata in lacrime, e non
voleva spiegarmi perch.
- Tua madre piange spesso, - dissi. - Cio, le basta poco.
Lavora sodo, e ho avuto la sensazione che potesse avere un
crollo se non stava attenta.
Sonia annu. - C' qualcos'altro, per. Penso che c'entri
pap.
- Davvero?
- Ieri sera ha visto Nel blu. Ma non l'ha guardato fino alla
fine, continuava a riavvolgere certe scene e si vedeva che
era nervosa, agitata. Il fatto  che la mamma  abbastanza
aperta con me. Se le chiedo cos'ha, me lo dice. Qualcosa deve
averla depressa, ma  stata davvero vaga quando le ho chiesto
perch continuava a guardare la scena tra Edie Bly e Keith
Roland. Non aveva nessun senso...
- Tuo padre ha scritto la sceneggiatura. Magari voleva risentire
le battute.
- Cinquecento volte? - Sonia pos il panino e cominci
ad arrotolarsi una lunga ciocca di capelli con le dita della mano
destra. L'avevo gi vista fare quel gesto, era un suo tic, e
mentre la guardavo me la ricordai all'improvviso in grembo
alla madre, bambinona felice che succhiava il biberon e avvolgeva
pigramente le dita nei lunghi capelli biondi di Inga.
Sonia fece ruotare la ciocca di capelli e prosegu: - Quindi
c' qualcosa che non va, e probabilmente te ne parler. Sono
un po' preoccupata per lei, per quando andr via.
- Hai scelto la Columbia per restare vicina a tua madre?
Sonia avvamp lasciando la ciocca. - Zio Erik! Cosa dici?
Mi piace la citt, l'adoro, e poi la Columbia  una grande
universit. Non voglio passare i prossimi quattro anni su
un'isola deserta.
- Siete preoccupate tutte e due, l'una per l'altra.
- Mamma  preoccupata per me? - Sonia guard il panino
mangiato a met. Aveva la bellissima bocca della madre,
le stesse labbra piene che aveva Inga da giovane. I suoi compagni
andranno pazzi per lei, pensai, un po' impietosito da
quegli adolescenti senza nome che le sedevano accanto in
classe.
- Mi ha raccontato che hai gli incubi, - dissi.
- Tutti hanno gli incubi, - rispose Sonia. -  normale -.
Distolse gli occhi mentre lo diceva, e notai la sua riluttanza
a incrociare il mio sguardo.
- Parola grossa, normale, - dissi.
Si volt verso di me sogghignando: - Scommetto che lo
dici a tutti i tuoi pazienti.
La reticenza di Sonia non mi sorprendeva, eppure sentivo
una nuova sicurezza in lei. Mi parl con grande intelligenza
del suo lungo poema Ossa e angeli e della sua ambizione di
scrivere. Voleva fare russo per poter leggere Marina Cvetaeva
e Anna Achmatova in originale. Quando glielo chiesi, mi
confess che non c'erano ragazzi all'orizzonte. Aveva degli
ammiratori ma nessuno che le piacesse, e nonostante il suo
sospiro profondo ebbi la sensazione che non fosse pronta ad
amare qualcuno, non ancora. Anche dentro di lei c'erano fantasmi
silenziosi, e li custodiva gelosamente. Non dissi che
speravo di trovarli nel suo poema, ma le chiesi di leggerlo
quando l'avesse finito. Mia nipote mi abbracci forte quando
ci salutammo su Varick Street, e guardandola incamminarsi
verso est, notai che aveva un'andatura quasi saltellante.
Quel passo leggero era nuovo, e mi rallegr.
Mentre camminavo verso Chambers Street e la linea 3
pensai a Max e a Nel blu. Avevo ammirato quel film, e mi
torn in mente a sprazzi durante il viaggio in metropolitana
e nel corso di tutto quel caldo, brillante, vitale sabato pomeriggio.
Max aveva scritto la sceneggiatura originale per il regista
indipendente Anthony Farber e per un'attrice sconosciuta,
Edie Bly. Mi chiesi dove fosse finita. Aveva avuto
delle parti in alcuni piccoli film indipendenti americani e poi
era scomparsa. Ero stato seduto accanto a lei a una cena che
Inga e Max avevano dato prima che le riprese iniziassero.
Aveva capelli corti, scuri, un bel viso a forma di cuore e un'aria
spensierata, un po' incosciente, che si addiceva al suo personaggio,
Lili. Poi vidi sullo schermo il suo viso enorme, di
profilo, che inclinava la testa all'indietro per un bacio. Belle
donne che baciano e vengono baciate. Cosa sarebbe il cinema
senza di loro?
La storia che Max aveva scritto parlava di un giovane uomo,
Arkadi, che arriva in treno in una citt senza nome che
assomiglia molto al Queens, e che in effetti era il Queens.
Vaga per le strade e ben presto scopre che, ogni volta che
svolta un angolo, gli abitanti parlano un'altra lingua. Alcune
delle lingue nel film sono vere, altre inventate. Si mette a
cercare lavoro, ma nessuno capisce il suo inglese e tutti lo
scacciano. Tre uomini vestiti di rosso gridano cose incomprensibili
indicando i suoi abiti e lo scherniscono ridendo a
crepapelle. Lui porta dei normalissimi jeans e una maglietta.
Poco dopo nota una donna in strada, di schiena. Lei volta il
bel viso, gli sorride e scompare in mezzo a una folla di persone
in giallo. Qualche secondo dopo, Arkadi viene pestato
a sangue da un gruppo di sconosciuti in verde. Superate parecchie
altre disavventure, viene accolto da un caloroso albergatore
sordo, che gli offre una stanza e un lavoro come
custode. Durante la sua permanenza i colori della locanda
cambiano leggermente. Un mattino il tappeto  azzurrognolo,
il giorno dopo verdastro, quello successivo tende al giallo-verde.
Arkadi annota i suoi pensieri in un diario che viene
letto da una voce fuori campo mentre lui passa le sue giornate
a spolverare, lavare pavimenti e cambiare lenzuola nelle
stanze squallide, buie. Le stanze contengono oggetti, abiti e
carte che dovrebbero appartenere ai residenti, ma lui non ne
vede nemmeno uno. Di sera, studia un libro sul linguaggio
dei segni che il locandiere gli ha regalato. C' un'immagine
che mi piace molto, le mani di Arkadi in ombra contro la parete
mentre forma l'alfabeto della nuova lingua. Le sue uscite
quotidiane per fare la spesa sono invariabilmente punteggiate
da qualche minaccia. Bande di giovani vestiti in vari
colori si aggirano per le strade, ignorate dalla polizia. Arkadi
decide che ci deve essere un misterioso codice di colori che
va compreso per capire questa nuova citt. L'alternativa 
che stia impazzendo, e a questo punto lo spettatore non sa
per quale teoria propendere. Arkadi scorge Lili alla finestra
di una casa popolare. Lei lo guarda, sorride, poi abbassa le
veneziane. La vede da lontano che compra delle arance in un
negozio di alimentari. Lei incrocia di nuovo il suo sguardo e
sorride, ma quando lui si avvicina al negozio, se ne  andata.
Poi Arkadi scorge una foto incorniciata di lei in un negozio
di apparecchiature fotografiche, la compra e la mette sul
comodino. Ma la fotografia  solo una delle sue varie incarnazioni.
Ogni volta che Arkadi la vede, la giovane donna
sembra diversa: il trucco, i capelli, il portamento cambiano
da una volta all'altra. Durante il suo giorno libero, Arkadi
vaga per le strade, nota una galleria d'arte ed entra. Appoggiati
a terra, non appesi alle pareti, ci sono sette grossi dipinti.
Mentre lui li guarda, lo spettatore capisce che  successo
qualcosa di cruciale. La cinepresa fa una panoramica sulle tele,
ed  chiaro che tutti i dipinti sono identici: sette ritratti
di Arkadi che scrive il suo diario. Quando alza lo sguardo,
vede avvicinarsi la bella ragazza. Lei sorride, e cos ha inizio
la loro strana storia d'amore.
Penso che c'entri pap. Max aveva amato moltissimo quel
lavoro, e Farber l'aveva invitato sul set perch apportasse
delle modifiche, se e quando fossero state necessarie. Inga
aveva incorniciato una foto di Max e Tony che si cingevano
le spalle, raggianti, entrambi con un grosso sigaro tra i denti.
Mentre camminavo verso casa, l'aria e la luce della primavera
mi pervasero. Il rosso dei gerani, le viole del pensiero
nei vasi sulle verande di Brooklyn, il rosa shocking dei boccioli
di melo selvatico e il bianco dei cornioli mi colpivano
con un'intensit dolorosa. Forse i miei pensieri su Nel blu
avevano acuito la mia sensibilit ai colori. La donna sfuggente.
Genie era stata cos, almeno all'inizio. Miranda anche.
Immaginai Miranda che lasciava cadere la testa all'indietro
e mi guardava, e immaginai di baciarla. Non mi aveva chiamato
dopo la mia prova come babysitter, e non l'avevo pi
vista, ma sapevo che c'era dal rumore del cancelletto che si
chiudeva, dai suoi passi sul pavimento sotto di me, dai rimbrotti
che rivolgeva a Eggy di tanto in tanto.
Quella sera riguardai il film. Nella galleria, la donna si presenta
come Lili Drake e spiega di essere un'artista. Quando
Arkadi le chiede come ha fatto a ritrarlo, considerando che
si sono solo visti di sfuggita, lei dice: - Non dimentico mai
un viso -. La ragazza finisce nel letto di Arkadi la sera stessa,
ma si rifiuta di passare la notte con lui. Farber usava la
stessa scena tre volte, in una sorta di dj vu cinematografico:
Lili si veste in fretta, va alla porta in punta di piedi mentre
il suo amante dorme, scende le scale ed esce nella citt.
Poi una notte, bench dica che deve andare, si addormenta
al suo fianco. Quando lei si sveglia, lui la abbraccia pieno di
gioia, ma  successo qualcosa di terribile: lei non lo riconosce
pi. - Chi sei? - gli chiede, gelida. - Chi sei? - Nel film,
gran parte dell'azione  priva di dialogo, e la voce fuori campo
non corrisponde mai a quello che lo spettatore vede sullo
schermo. Max dava un finale ambiguo alla sua favola erotica.
Dopo aver cercato Lili in tutta la citt, tornando in ogni
luogo in cui l'ha vista, Arkadi si rassegna e sale su un treno.
La sua meta  ignota, ma quando si siede nota una giovane
donna seduta davanti a lui, con gli occhiali da sole e la testa
china su un libro. In lei c' qualcosa di familiare. Alza il capo
e sorride ad Arkadi. Farber aveva cercato dappertutto
un'attrice che somigliasse a Edie abbastanza da far funzionare
l'ultima scena. La ragazza che avevano trovato le somigliava
in modo impressionante ma non era un'attrice, e bench
dovesse soltanto alzare il mento e sorridere, la scena aveva
richiesto quindici riprese.
Quando squill il telefono, sperai fosse Miranda, ma con
mia grande sorpresa era Burton, un mio vecchio compagno
di medicina che non vedevo da anni. Burton era sempre stato
un eccentrico, ma con il passare del tempo si era isolato e
comportato in maniera sempre pi strana, e non ci eravamo
pi sentiti. Brillante ma introverso, Bertie, come veniva chiamato
allora (i genitori gli avevano fatto dono dell'orribile nome
Bernard o Bernie Burton), aveva lasciato medicina per
concentrarsi sulla ricerca - nel campo poco remunerativo ma
illustre della storia della medicina. Ora occupava una posizione
di un certo rispetto alla biblioteca di medicina sulla
Centotreesima Strada. Quando mi chiese se potevamo cenare
insieme, gli dissi che sarebbe stato fantastico, e subito
dopo mi sentii leggermente a disagio perch mi resi conto che
era proprio cos.
Mentre quella sera mi preparavo ad andare a letto, il vecchio
mantra mi usc dalle labbra parecchie volte. Arrivava,
come sempre, non richiesto, e io mi sentivo imbarazzato, come
se in quella stanza ci fosse uno sconosciuto che ascoltava
il mio ritornello: Sono cos solo.
Per tre notti fummo pesantemente bombardati, scriveva mio
padre, lo e altri eravamo abbastanza ingenui da credere che le
granate che ci urlavano sopra la testa la prima notte venissero dai
cannoni delle nostre navi e che i loro obiettivi fossero spaventosamente
vicini. Udivamo il picchiettio degli shrapnel che cadevano
nella sabbia. Quanto ci sbagliavamo... I giapponesi, che nel
1942 avevano catturato i nostri cannoni sulla costa, ora li usavano
contro di noi. Erano armi enormi montate su binari, che
di notte venivano tirate fuori dalle grotte. Colpivano la nostra
spiaggia in modo sistematico e ripetitivo. Non ci mettemmo molto
a capire il loro schema. Come tuoni, ogni esplosione si avvicinava
sempre di pi. Il terrore che provi sapendo che la successiva
potrebbe scavare una voragine nel punto in cui ti trovi  il
peggio della guerra. Il sollievo che si prova tutte le volte che si
sopravvive difficilmente include una vera preoccupazione per i
commilitoni pi su o pi gi lungo la linea del fronte. I bombardamenti
continuarono per tutta la notte, ma si interruppero all'alba.
I crateri erano enormi.
Durante la nostra prima notte in spiaggia, il mare port a riva
parecchi cadaveri. Le cose si erano messe male per alcuni di
coloro che stavano arrivando. Ci fu detto di lasciarli stare. Gli
uomini della Registrazione Vittime avrebbero setacciato la costa,
e loro sapevano cosa fare. Henry Parker e io strappammo un
corpo alle onde. Non sopportavamo di vederlo sbattuto avanti e
indietro. Quasi tutti gli altri corpi erano mezzi coperti dalla sabbia,
quindi nel loro caso una sorta di sepoltura aveva gi avuto
luogo. Nei due giorni successivi continuarono ad arenarsi corpi,
ma sempre meno. Il terzo giorno la spiaggia era cosparsa di
oggetti: provvigioni, munizioni, croci di legno, stelle di David,
le necessit basilari della guerra. Guarda caso, tutti avevamo un coprimaterasso
nello zaino .Nessuno ci aveva mai detto perch trasportavamo
quel mezzo chilo in pi, e quando lo capivi da solo,
accettavi senza protestare l'unico tab dell'esercito. Durante la
seconda guerra mondiale, ciascuno si portava in spalla la propria
sacca da morto.
La seconda sera ci mettemmo tutti a scavare ripari pi profondi,
non semplici buche ma vere e proprie trincee.La seconda notte,
ora che la trincea era pi profonda, ci filtrarono dentro diversi
centimetri d'acqua. A esasperare il mio tormento c'erano i
granchi che cadevano nella buca. Pi tardi, quella notte, mi trasferii
da Henry Parker, la cui trincea era pi in alto e grazie a un
avvallamento forniva spazio per due. Lui aveva meno paura di
me. Ogni volta che sopravvivevamo a un'esplosione che pareva
destinata a noi, Henry scoppiava a ridere e ripeteva:- Ci hanno
mancati! Ci hanno mancati! - La terza sera una spossatezza infinita
ebbe la meglio su di noi, e con essa giunse una sorta di indifferenza
fatalistica. Nonostante il frastuono, riuscivo a dormire
quando le granate cadevano da qualche altra parte. Al mattino
del quarto giorno guardammo i bombardieri americani in
picchiata demolire l'entrata delle caverne dove era nascosta l'artiglieria
che ci aveva dato tanti problemi. Un po' pi tardi ricevemmo
l'ordine di avanzare.
Dopo aver letto quel brano, ricordai mio padre nel suo
studio, mentre allontanava la sedia dal tubo dell'ossigeno che
si incastrava sempre sotto le rotelle, una fonte di irritazione
costante che lo faceva imprecare sottovoce. Aveva il capo
chino sulla pagina e sapevo che scriveva lottando contro il
tempo. L'urgenza del suo compito gli faceva tendere i muscoli
della schiena e del collo. Mi avvicinai a lui e gli misi una
mano sulla spalla. Si volt e sorrise, poi batt il palmo della
mano contro il mio in segno di cameratismo, di una vaga comprensione
virile tra di noi. Quando chin la testa e ricominci
a scrivere, restai un momento nella stanza a guardare dalla
finestra il campo al di l di Dunkel Road, steli marroni che
spuntavano dalla neve. Inga e io eravamo a casa, nel Minnesota,
per quello che sarebbe stato l'ultimo Natale di mio padre.
Ricordo di aver pensato che avrei dovuto dire qualcosa.
Le parole che avrei potuto pronunciare mi vennero in mente,
ma le accantonai. In quel ricordo ritrovo una vecchia sensazione
provata pi volte.  come se evitassi qualcosa di cui
ho paura, ma non so cosa. Ho conservato quel momento perch
mi ha turbato ed  carico di emozioni. Credevo di essere
riuscito, durante l'analisi didattica con Magda Herschel,
ad articolare la distanza che mi separava da mio padre, e che
l'empatia nei suoi confronti mi avesse portato ad accettare il
golfo tra di noi. Guardando da quella finestra, nel dicembre
2001, mi resi conto di essermi illuso.
Mentre mangiavamo il dolce e dopo una lunga chiacchierata
sul libro che stava scrivendo in merito alle teorie della
memoria a partire dagli antichi fino alle pi recenti ricerche
sul cervello, di punto in bianco Burton mi chiese di Inga. C'era
un lieve tremore nella sua voce, e mi ricordai la terribile
cotta che aveva preso per mia sorella quando eravamo tutti
giovani. Era una situazione penosa, perch gi allora Bernard
Burton era un uomo paonazzo, grasso, traballante, poco fortunato
con le ragazze. Ma il suo problema principale non era
tanto l'aspetto fisico quanto la sudorazione. Persino in inverno,
Burton aveva un aspetto umidiccio. Bolle di sudore
gli spuntavano sul labbro superiore. La fronte gli brillava, e
delle sue camicie scure si notavano i grossi aloni bagnati sotto
le ascelle. Il poveretto dava l'impressione di essere bagnato
fino all'osso, un acquitrino ambulante con un solo accessorio
vitale: il fazzoletto. Una volta, quando facevamo medicina,
avevo accennato alle terapie per l'iperidrosi. Burton
mi aveva confessato di aver provato ogni trattamento noto
che non rischiasse di trasformarlo in vegetale, ma il suo era
un caso disperato. - La mia essenza originaria  il sudore, -
mi aveva detto. Il primo anno di internato aveva segnato la
fine della sua carriera come medico praticante. La sua malinconia,
il viso gocciolante, le mani appiccicaticce e il fazzoletto
fradicio gli avevano alienato praticamente tutti i pazienti
in stato cosciente, ma a parte questo, non era tagliato per quell'iniziazione
cruenta. A dire la verit non lo era nessuno di
noi, ma Burton soffriva pi degli altri. Il cercapersone impazzito,
le rianimazioni d'emergenza, la perenne convivenza con
il sangue che comportava frugare dentro vene, arterie e colonne
vertebrali di neonati urlanti e ottuagenari dementi, con
l'aggiunta della cronica mancanza di sonno, ebbero la meglio
su di lui. Quando un paziente ululava: - Siete dei torturatori,
mi state uccidendo! - il suo viso si raggrinziva per l'angoscia
e, sempre serio, Burton non sorrideva mai quando Ahmed
e Russel, i due comici dell'ospedale, facevano giochi di
destrezza con le ciambelle, imitavano un paziente difficile o
facevano battute su piedi nella fossa o carni frollate.
Umorismo lugubre. Burton non ce l'aveva. Quell'anno era stato
duro anche per me, mi aveva portato all'esaurimento, e di
notte sognavo vene gonfie che fuoriuscivano dalle braccia e
cadevano a terra sprizzando sangue. Il mio unico, grande desiderio,
era concludere l'internato e andare avanti. Trovai un
modo di mantenere la distanza dalle espressioni agonizzanti,
dai gemiti in sottofondo, dall'odore di feci e urina, dai moribondi
e dai morti. Non era la guerra, ma capivo cosa intendeva
mio padre quando scriveva che riusciva a dormire se le
granate cadevano da qualche altra parte.
- Inga sta bene, - dissi. - Ha avuto un paio di anni pesanti
dopo la morte di Max, ed  ancora dura per lei, ma sta
lavorando bene.
Burton inspir a fondo. - Marted scorso sono uscito dalla
biblioteca per mangiare al parco. Mi porto dietro il pranzo,
sai, e be', guarda caso, ho visto Inga.  ancora una donna
notevole, bellissima direi. Eccezionale.
Ascoltando il mio vecchio amico, ricordai che quando il
discorso toccava qualcosa di personale, il suo eloquio si appesantiva
con ancora pi aggettivi del solito. Si asciug la
fronte e prosegu: - Ho preso in considerazione l'idea di parlarle.
Era molto vicina, seduta proprio l sulla panchina accanto,
dopo tutto quel tempo, dopo l'ultima cena che abbiamo
fatto insieme, il 5 novembre 1981, ma era con qualcuno,
una donna, ed erano immerse nella conversazione.
Fortunatamente avevo dietro qualcosa da leggere, un testo di
Shimamura sulla memoria e le funzioni del lobo frontale nella raccolta
di saggi curata da Gassinga. Te lo mando, se t'interessa
Dopo il mio cenno d'assenso, torn a Inga. - Non ho
potuto fare a meno di notare quanto era fervida, la conversazione
intendo. Tua sorella sembrava molto turbata -. Burton
cominci a picchiettarsi la fronte umida con il fazzoletto,
che nel corso della cena era passato dal bianco a una sgradevole
sfumatura di grigio. - Mi  passata davanti, - disse. -
Naturalmente non mi ha notato. Era distratta, anzi annichilita,
direi fuori di s -. Rimase in silenzio e osserv il piatto.
- Quella sera ti ho chiamato.
- Capisco, - dissi.
Burton pareva molto a disagio. - Mi sono trovato in una
posizione imbarazzante. Come ex amico, nonostante lo sfortunato
finale del nostro rapporto, durante il quale mi sono
disonorato non poco, ho sempre avuto e ho tuttora grande
stima di tua sorella, e vederla in quello stato mi ha sconcertato.
Stavo origliando, mi spiace ammetterlo, e non sapevo
a chi rivolgermi se non a te.
- Quindi?
- Quindi, - ripet. - Non ho capito molto. Si parlava di lettere.
Ho sentito quella parola varie volte, e anche di soldi -.
Aveva pronunciato la parola soldi in un tono di voce basso,
piatto. - Pensavo che tu sapessi di cosa si trattava, e che potessi
sgravarmi di questo fardello.
Scrollai il capo. - Com'era l'altra donna? - I miei pensieri
corsero alla giornalista con i capelli rossi.
- Era bassa, molto attraente, lunghi capelli scuri, mi sembrava
avesse un'aria un po' dura.
-  successo qualcos'altro?
- Alla fine tua sorella le ha gridato: Come hai potuto?
Come hai potuto fare una cosa del genere? E disgustoso!
Mi sforzai di nascondere a Burton la mia ansia mentre gli
dicevo che avrei parlato a Inga, che era una donna molto sensibile
e che quella scenata poteva anche non essere niente di
terribile, ma capii che parlavo cos per calmare Burton, le cui
mascelle tremavano dall'emozione.
Le sette foto che trovai la sera dopo erano state lasciate a
me, non a Miranda. Erano disposte in una fila ordinata fuori
dalla mia porta, ciascuna attaccata a un gradino con un pezzo
di nastro adesivo. Chinandomi per prenderle, notai immediatamente
la mia immagine nelle foto. Erano state scattate
il giorno in cui ero tornato a casa a piedi con Eggy e
Miranda, il giorno in cui avevamo trovato le prime Polaroid
sui gradini. Non includevano il ritrovamento delle foto, solo la nostra passeggiata sulla Settima Avenue e poi in Garfield
Place. Eggy era stata cancellata da ciascuna immagine,
di lei rimaneva soltanto una piccola sagoma bianca sul marciapiede.
Mentre studiavo le foto nel portico, mi parve di
sentire lo scatto di un otturatore, ma quando mi voltai non
c'era nessuno, solo una donna e un uomo che camminavano
dall'altra parte della strada. Mentre giravo la chiave nella serratura,
stringendo goffamente al petto con il braccio sinistro
le foto e la ventiquattrore, sentii di nuovo quel ticchettio frusciante,
ripetuto. Mi voltai di scatto, ma ancora una volta
non vidi nessuno. Spalancai la porta con un singolo movimento
e la richiusi con un calcio.
Sedendomi al tavolo, disposi le immagini davanti a me e
pian piano mi calmai. Conclusi che il sospetto poteva trasformare
qualsiasi lieve rumore proveniente da una moltitudine
di fonti nella fantasia paranoica di essere fotografato di nascosto.
Park Slope non  un quartiere rumoroso, ma neppure
del tutto silenzioso. Abitando da solo ero diventato sensibile
al guazzabuglio acustico che inondava il mio mondo
- il fragore stentoreo delle tubature, il fischio sibilante dei
radiatori, il rombo delle seghe circolari, la gragnola dei trapani.
Il traffico rombava in lontananza anche quando le strade
della zona erano deserte. In primavera stavo ad ascoltare
quasi ogni sera il ronzio tenue delle voci che si alzava dai giardini
sul retro, grida, urli, strilli e risate che sporadicamente
erompevano in strada, le cinque o sei frasi di qualche rap che
rimbombavano da un'auto di passaggio, le ballate rock, la
musica da camera e il jazz che si diffondevano dalle finestre
aperte in tutto l'isolato. Al mattino vari tipi di uccelli cantavano
e cinguettavano, e qualche volta una moltitudine si univa
in un coro eccitato, frastornante. Ma c'era anche un numero
infinito di suoni non identificabili: schiocchi, mormorii,
scoppiettii, sibili e vari ronzii meccanici che pulsavano
nel bailamme che faceva da sottofondo alla mia vita. Stavo
guardando delle foto e per questo avevo sentito lo scatto di
una macchina fotografica. Al contempo, se lo sconosciuto
non si nascondeva l fuori in quel preciso istante, di certo
l'aveva fatto poco prima, e l'idea della sua sorveglianza era
sufficiente a creare una sensazione generale di minaccia. Le
sagome vuote nel punto in cui avrebbe dovuto esserci una
bambina di cinque anni rendevano il tutto ancora pi inquietante.
Alzai il telefono e chiamai Miranda.
Se l'avessi contattata il giorno dopo aver badato a Eggy,
come avrei voluto fare, sarebbe parso come un piccolo gesto
ordinario, ma da allora l'atto di telefonarle si era ingigantito
nella mia mente ogni giorno di pi, finch l'idea di digitare
undici semplici numeri si era caricata di un significato tale
che mi ritrovai paralizzato. Quando udii la sua voce, mi sentii
sollevato, e mi resi subito conto che avevo temuto che mi
rimproverasse o che addirittura mettesse gi il telefono.
Quando le spiegai delle foto, disse che mi avrebbe chiamato
appena Eggy si fosse addormentata, e che avremmo potuto
parlare gi da lei.
Mi lavai le ascelle, indossai una camicia pulita e mi esaminai
allo specchio sulla porta interna dell'armadio. Genie l'aveva
appeso li per s, e io lo usavo di rado, preferendo quello pi piccolo nel bagno dove mi radevo. L'uomo che incroci
il mio sguardo non era brutto. Aveva tratti forti, regolari,
grandi occhi verdi e pallide sopracciglia dritte, ma il corpo
era magro, poco sviluppato nella zona del torace. La pelle era
di un rosa biancastro - quasi trasparente, con le vene ben visibili.
Non era semplicemente un uomo bianco, era un uomo
molto bianco. Il mio corpo significava qualcosa per Miranda?
Per sicurezza, mi cambiai le calze.
Le foto non parvero sorprendere Miranda. Quando le vide,
serr la mascella, socchiuse gli occhi e, dopo aver ispirato
a fondo una sola volta, si lanci nel racconto. Parlava come
se la sua storia riguardasse qualcun altro, con lo stile pragmatico,
quasi giornalistico, che mi era divenuto familiare
grazie ad alcuni miei pazienti. Teneva a bada le emozioni.
- L'ho conosciuto quando eravamo entrambi studenti, - disse.
- Io studiavo grafica alla Cooper Union. Lui era alla
School of Visual Arts. Era intelligente, sapeva molte cose...
un tipo un po' estremo, con qualche piercing. Sai, si considerava
un artista -. Biascic leggermente la parola. - Eravamo
solo amici, allora. Per qualche anno dopo la laurea non lo vidi
pi, poi un giorno lo incontrai in un ristorante di Williamsburg
dove stavo cenando con un'amica. Mi chiese se volevo
uscire a bere qualcosa con lui la sera dopo, e accettai. Fu allora
che mi disse che i suoi genitori erano morti in un incidente
d'auto in California tre anni prima. Si stava ancora riprendendo
dallo choc -. Miranda guard la libreria in fondo
alla stanza, poi abbass gli occhi. - Dopodich  successo tutto
molto in fretta. Ho lasciato il mio appartamento in condivisione
e sono andata a stare da lui -. Miranda si interruppe.
Eravamo seduti sul suo divano di tela azzurra, e le guardai le
braccia, che teneva incrociate sul petto. Sembravano brillare
alla luce della lampada. - Aveva ereditato dei soldi, quindi
non doveva lavorare per mantenersi. Si occupava solo della
sua arte, cio la fotografia, soprattutto in digitale.
- Era divertente, - prosegu, - un vero intrattenitore, il
tipo di persona che fa ridere tutti, che racconta storie, balla,
si sballa -. La sua voce era cambiata, l'inflessione era diventata
pi personale. - Te lo sto raccontando perch adesso sei
coinvolto. Ti ha incluso nelle foto -. Mi piant gli occhi addosso
e non potei evitare di notare, ancora una volta, la loro
forma e dimensione, e come definivano tutto il suo viso.
- Sapeva essere molto gentile e premuroso. Gli piaceva farmi
dei regali, portarmi fuori a cena, e adorava parlare di arte.
Ce ne andavamo in giro per Chelsea, e lui aveva le idee
chiare su tutto, su quello che andava e perch.  bianco, come
te, ma viene da un miscuglio di razze. Sua nonna era mezza
nera con un po' di sangue cherokee, il che lo rendeva un
nero in incognito, come diceva lui. Sai com', basta una goccia
di sangue -. Miranda mi rivolse un sorriso ironico. - Tipico
degli americani.
La fissai e lei incroci il mio sguardo. Lo sostenne finch
non fui io a distogliere gli occhi.  difficile continuare a guardare
negli occhi una persona, e accolsi la sua imperturbabilit
come una sfida. Invece di dire qualcosa, aspettai.
- Be', nonostante le precauzioni, sono rimasta incinta.
- Il padre di Eggy, - dissi.
- S -. Mi guard ancora, e questa volta i suoi occhi sembravano
addolorati.
- All'inizio ne era felice, o almeno diceva di esserlo. Poi,
dopo un po', ha cominciato ad accennare all'aborto, non per
lui, sosteneva, ma per il mio bene. E poi, alla fine, mi ha detto
che non voleva la bambina. Io ho risposto: bene, la faccio
da sola. Avevo ventotto anni e non volevo interrompere la
gravidanza. I miei genitori mi hanno sostenuta, e io mi sono
trasferita da loro Fece un'altra pausa. - Senza di loro e
senza le mie sorelle non ce l'avrei fatta -. Miranda avvicin
le gambe al petto e, sottovoce, disse: - Adesso per la vuole.
Adesso la vuole vedere.
- E tu non vuoi?
Scroll il capo. - Non ha firmato il certificato di nascita.
L'ha abbandonata. A quel punto io ho detto basta.
- Ha cambiato idea. Ma perch fa cos, con le foto? 
ostile.
- Non sono certa che lui la veda cos. E il suo modo di fare.
Mia madre direbbe che  inopportuno. Faceva parte
del suo fascino, lo spirito ribelle. Non faceva mai niente in
modo normale. Magari si metteva il naso da clown all'inaugurazione
di una mostra o una maglietta con la frase di un
critico d'arte che avrebbe fatto discutere. Quando veniva
presentato a qualcuno, esordiva con un commento strampalato
oppure faceva un balletto prima di stringere la mano.
Certe persone lo detestavano, altre erano affascinate. S, non
riusciva a entrare in una stanza e basta, doveva fare in modo
che la gente lo guardasse. Gli piaceva fingere di non essere
ambizioso, che il suo lavoro era ci che importava davvero,
ma passava molto tempo a conoscere gente e a farsi notare,
senza che sembrasse intenzionale. E aveva sempre la
macchina fotografica. Di solito chiedeva il permesso alle persone,
se non poteva farne a meno, ma non sempre. Adorava
fotografare la gente famosa. Mezzo artista, mezzo paparazzo.
E le foto le vendeva pure.
- New York  piena di gente cos, - dissi. - In ogni campo.
Forse fra i medici i nasi da clown sono rari, ma non il sapersi
vendere.
- Lo so, - disse Miranda. - Quando sono rimasta incinta
devo aver perso il mio valore aggiunto, a livello d'immagine.
- Cio?
- Ho avuto la sensazione che non volesse pi farsi vedere
con me. Ero la sua ragazza nera, carina e intelligente. La
gravidanza non andava bene per la sua immagine.
- Te l'ha detto?
- Non  stato necessario. Anche quando le cose hanno cominciato
ad andare male, mi fotografava in continuazione.
Mi svegliavo e vedevo l'obiettivo puntato su di me. Lavoravo,
e lui scattava. Se litigavamo prendeva la macchina fotografica,
era un maniaco della documentazione -. Chiuse
gli occhi per un istante, come per ritrovare l'orientamento,
e quando li riapr erano rivolti verso di me. - Quel giorno,
quando hai tenuto Eggy,  ricomparso. Quasi ogni giorno,
per un mese, ho trovato delle immagini di me e di mia figlia,
o istantanee di me da sola scattate quando stavamo insieme,
e sapevo che alla fine si sarebbe presentato di persona. Il mio
numero non  sull'elenco, quindi non poteva chiamare. Ha
suonato il campanello e me lo sono trovato davanti a casa con
un gigantesco cavallo di pezza. Era patetico. Una cosa tremenda.
L'ho trascinato fuori e gli ho detto che non poteva
presentarsi all'improvviso qui e dire: Ciao, sono tuo pap.
Cos gli ho promesso di andare da lui quella sera. I miei parenti
erano tutti occupati, perci ho chiesto a te. Appena sono
entrata in casa sua, ha cominciato a scattare. Ho avuto la
sensazione che gli interessasse pi fotografarmi che parlarmi.
Alla fine ha messo via la macchina e abbiamo parlato. Dice
di volere Eggy nella sua vita, ma non sa spiegare come.
Non vuole parlare di soldi, giorni di visita o cose del genere.
 tutta una cosa sua.
- E tua figlia? Lei cosa sa di tutto questo? Cosa le hai
detto?
Miranda allung di nuovo le gambe e drizz la schiena. - Le
ho detto la verit nel modo pi delicato che potevo: che vivevo
con suo padre, che sono rimasta incinta di lei, e che anche
se suo pap  una brava persona non era pronto per fare
il padre.  come se non avesse registrato. Si inventa ogni genere
di storia. Che  invisibile. Che  in un altro paese.
- Che  in una scatola.
Miranda scroll il capo e sorrise.
- Hai paura di lui o sei solo infastidita?
Teneva gli occhi incollati alla parete. - No, non ho paura.
Non  una persona cattiva,  solo immaturo... non so.
- C' qualcosa che non mi stai dicendo? - le chiesi. Quella
domanda mi era sfuggita di bocca, ed ebbi il timore che la
trovasse aggressiva.
Miranda si volt verso di me. - Non c' sempre qualcosa
che la gente non dice? Sei uno psichiatra. Scoprire quello che
la gente non dice  il tuo lavoro, giusto?
- Non l'ho mai considerato cos, - dissi. -  un processo,
un processo di scoperta.
Miranda rimase in silenzio. - Jeff  stato in terapia per un
po'. Poi ha smesso.
-  cos che si chiama?
- S, Jeffrey Lane.
- Perch ha tolto Eglantine dalle foto, secondo te?
Scroll il capo, ma notai che il suo viso si contraeva leggermente
e che due lacrime le si erano formate agli angoli degli
occhi, ma non erano cadute. Mi protesi e le toccai la mano destra,
che teneva appoggiata sul ginocchio, poi mi ritrassi.
- Ha tolto anche i tuoi occhi, - dissi.
- Adorava i miei occhi, - disse lei con voce tremante.
- Parlava sempre dei miei occhi.
- I tuoi occhi sono bellissimi Mi sentii arrossire di nuovo
mentre pronunciavo quella frase, e mi voltai verso le finestre.
Le tende erano abbassate e non c'era niente da vedere.
- Ti piaccio, vero? - disse all'improvviso.
- S.
- Mi conosci appena.
- Anche questo  vero.
Dopodich rimanemmo in silenzio per parecchi secondi e
mi resi conto che non importava, perch Miranda non sembrava
per niente imbarazzata. Avremmo continuato a parlare se
Eggy non fosse spuntata sulla soglia. Era immobile, con le braccia tese, le mani aperte a ventaglio e le gambe arcuate. L'espressione
tragica che aveva in viso era degna di Ofelia.
Guard prima la madre poi me e farfugli: - Ho fatto la pipi!
- Va tutto bene, Eggy, - disse Miranda con calma. - Non
preoccuparti.
- Vado, - dissi.
Prima di uscire, mi accovacciai davanti alla bambina e le
dissi: - Succedeva anche a me.
Sgran gli occhi. - Quando eri un bambino piccolo?
- Gi, - dissi. - Secoli fa.
Miranda scoppi a ridere.
La memoria offre i suoi doni solo se stimolata da un elemento
del presente. Non  un magazzino di figure e parole
fisse, ma una rete dinamica, in continuo movimento, di associazioni
cerebrali, ed  soggetta a revisione ogni volta che recuperiamo
una vecchia immagine o parola del passato. Sapevo
che, semplicemente entrando nella mia vita, Eglantine mi
aveva spinto all'indietro verso le stanze della mia infanzia, le
cui porte, nonostante l'analisi, avevo tenuto chiuse - o perlomeno
aperte appena quanto bastava per vedere uno scorcio
di luce o inalare di tanto in tanto un odore stantio. Ma quella
sera mi ritrovai nel corpo del bambino che ero stato e sentii
il cigolio del rigido telo plastificato sotto il lenzuolo quando
mi muovevo nel letto e mi svegliavo con l'urina calda che
mi colava sulle gambe, inzuppando pigiama e lenzuola. Mi
sentivo scivolare di nuovo in un sonno pesante, come quello
indotto dai farmaci, e pi tardi venivo risvegliato dal cotone
gelido contro le gambe e da quell'odore acido, penetrante. A
cinque, sei anni, andavo da mia madre, come Eggy, ma pi
avanti presi l'abitudine di appallottolare lenzuola e pigiama
e ficcarli nella cesta della biancheria. Sono troppo grande,
troppo grande, mi dicevo. Mio padre mi sorprese solo una
volta mentre sgattaiolavo fuori dallo stanzino del bucato. Stava
uscendo dal bagno, e scorsi la sua figura imponente nella
penombra. Avrei voluto mettermi a correre dalla vergogna,
invece rimasi impietrito davanti a lui. Appoggi per un istante
la sua grossa mano sulla mia spalla, poi si volt e si allontan
lungo il corridoio senza dire una parola.
Mentre aspettavo il signor R. per la sua seduta, notai la
mia crescente irritazione nei suoi confronti. Il signor R. era
arrivato in ritardo cinque volte di fila. Mentre guardavo il
palazzo al di l della strada dalla finestra del mio studio, ricordai
una sua espressione dall'ultima seduta: affidamento sul
s. Mi era venuto in mente Emerson, ma lui non aveva citato
il filosofo. Quell'espressione era venuta fuori tre volte. Il
signor R. era nato da genitori gi avanti con gli anni, soprattutto
il padre. Entrambi lavoravano fino a tardi, e il mio paziente
aveva imparato a fare affidamento su se stesso.
Quando entr, era senza fiato e mi bombard di giustificazioni.
L'ennesimo collega l'aveva piantato in asso proprio
quando lui doveva uscire. Sogghign prendendo posto sulla
poltrona. Quando gli feci notare che il suo ritardo era diventato
un'abitudine, alz le mani con il palmo verso di me, come
per respingere un attacco, e disse: - Era inevitabile Poi
si lanci in una descrizione dettagliata dell'incompetenza della
sua segretaria. And avanti per pi o meno cinque minuti
con fare concitato, poi sembr esaurire l'argomento e cominci
a calmarsi. A quel punto mi chiese di ricordargli dell'ultima
seduta. Se ne dimenticava spesso. Quando gliela
rammentai, sottoline ancora una volta la sua indipendenza
da bambino. Aveva persino imparato a prepararsi da mangiare
da solo. Poi disse: - Quello che mi piacerebbe davvero
sapere in questo momento  cosa le passa per la testa. Se ne
sta seduto li, calmo, distaccato, tranquillo, ma a cosa pensa?
- Stavo pensando, - dissi, - che mentre la aspettavo oggi
mi sentivo frustrato, e anche un po' arrabbiato, poi ho pensato
alle lunghe giornate di lavoro dei suoi genitori e a cosa
poteva significare per lei aspettare ogni giorno che tornassero
a casa.
Il signor R. mi lanci uno sguardo sorpreso. Si studi le
mani che aveva posato sulle cosce. Poi le lasci cadere mollemente
sulla poltrona, abbassando gli occhi in grembo. Dopo
un lungo silenzio, alz il viso verso di me. La sua bocca
era tesa in una smorfia piatta, tirata, e la pelle tra le sopracciglia
era solcata da due profonde rughe di angoscia.
Per la prima volta, quell'uomo mi piacque.
Gli era venuta in mente l'espressione esausta della madre,
le gambe allungate davanti a s quando sprofondava in poltrona.
Non ora, non ora. Sono troppo stanca. Diceva sempre
cos.
Poco prima che la seduta finisse, notai che il suo sguardo
si era posato sulla parete dietro la mia scrivania, a cui era appeso
un piccolo tappeto dal Turkestan. -  nuovo, - disse,
- vero?
- No, - risposi. - E l da quando abbiamo iniziato, quasi
un anno fa.
- Be', chi l'avrebbe mai detto, - mormor. - Chi l'avrebbe
mai detto.
Mia sorella si rifiut di raccontarmi cos'era successo nel
parco. Disse solo che le dispiaceva per Burton e la rattristava
sapere che era preoccupato per lei. Quando le accennai al
fatto che anche Sonia era preoccupata e aveva intuito che il
problema aveva a che fare con Max, Inga rimase in silenzio.
Strinsi per parecchi secondi il ricevitore, aspettando una risposta.
- Erik, - disse, - non posso parlartene, semplicemente
non posso. Ti prometto che lo far appena posso. Ma non
serve insistere -. Lasciai perdere. Si lanci subito su un altro
argomento, con quella che io definisco difesa loquace,
spiegando entusiasta che voleva organizzare una cena e invitare
un po' di gente mentre nostra madre era in citt, che era
agitata per il menu, che aveva bandito un potenziale invitato
perch era vegetariano, che se poteva evitarlo non avrebbe
fatto mai pi quella maledetta sbobba di melanzane.
- Mamma ha bisogno di divertirsi, e anche di mangiare
carne -. E a quel punto, senza rifletterci n esitare, dissi:
- Vorrei portare una persona, se ti va bene -. Ovviamente Inga
disse di s. Poi le chiesi di Walter Odland. - Non l'ho
richiamato, - disse. - Volevo riprovarci ma ho avuto troppe cose
da fare. Potresti provarci tu, sai.
- Sono indeciso su tutta questa storia, - dissi. Prima di
riagganciare, rividi la piccola casa bianca in mezzo alla campagna,
con le finestre scure. Mi sento in colpa, pensai. Ed 
una colpa mia o di qualcun altro?
Circa due settimane dopo il nostro sbarco, ebbi un'esperienza
che fatico sia a ricordare che a raccontare, scriveva mio padre.
 l'unica esperienza di guerra che sia tornata a turbarmi ripresentandosi
in sogno. Eravamo in quattro, e la nostra jeep procedeva
a scossoni su una stradina di campagna. Il tenente Madden
era uno dei quattro. Scorgemmo un ufficiale giapponese a una
certa distanza. Lo riconoscemmo perch portava con s una spada
da samurai. Aveva modi strani. Quando si accorse di noi, sgattaiol
via con passo effeminato, punta-tacco. Poi si accovacci
in un cespuglio, anche se a poca distanza c'era un nascondiglio
di gran lunga migliore. Lo circondammo e avanzammo lentamente.
Il povero diavolo era visibile da ogni lato. Non si mosse.
Speravo che si comportasse in modo ragionevole e alzasse le mani.
Invece mi sembr di vederlo pregare. Nel giro di pochi secondi
quattro canne di carabina l'avrebbero costretto all'azione facendolo
uscire da quello stato di trance. Poi si sentirono due colpi
rapidi. L'uomo non emise un suono. Rotol su un fianco,
molto lentamente, con qualche spasmo, come se volesse distendersi,
nient'altro. Era stato il nostro tenente a sparare. Nessuno
di noi aveva notato che si era fermato per mettersi al riparo, che
era la mossa giusta da fare. - Per amor di Dio, stava per tirare
una granata, -fu la sua spiegazione. Non c'era nessuna granata.
C'era una pistola, una Luger giapponese, ma la fondina era perfettamente
chiusa.
Sarebbe pretenzioso affermare di sapere cosa passa per la testa
in momenti del genere. Forse mi aspettavo un esito pi umano
e rimasi sconvolto vedendo accadere il contrario. Forse pensai
che non bisognerebbe sparare a una persona che sta pregando.
La sua posizione di preghiera aveva avuto un impatto enorme
su di me. Ero molto turbato e mi comportai malissimo, secondo
gli standard militari. Mi scagliai contro il tenente dicendogli
che anche lui avrebbe dovuto essere giustiziato. Fui portato via
di li, e qualcuno mi schiaffeggi alcune volte. Quando tornai in
me mi vergognai per quello che avevo fatto. Il tenente disse che
ci credeva in pericolo di vita. Forse lui sarebbe sopravvissuto a
una granata, ma noi no. Poteva sopravvivere, disse, con il pensiero
di quello che era accaduto, ma non di quello che sarebbe
potuto accadere. L'ufficiale giapponese doveva essere sotto choc
per aver vissuto chiss quali esperienze e probabilmente aveva
vagato giorni e giorni senza venire scoperto. Come mai era separato
dalla sua unit? Un ufficiale poi? Perch si era nascosto in
modo cos maldestro? Quell'esperienza mi indur. Sei mesi dopo,
quando ero in Giappone, cominciai a rivivere quello spettacolo
penoso, spesso non appena mi addormentavo.
Mio padre scriveva che l'uomo si era accovacciato nell'erba
e poi aveva assunto una posizione che l'aveva fatto
pensare alla preghiera. Lo immagino in ginocchio, che supplica
rivolgendo lo sguardo al cielo, chiedendo piet. Forse
aveva le mani giunte. Poi erano arrivati gli spari. Harris, sopra
di me. Rodney Harris, senza testa. Ricordi importuni. Frammenti.
Questi sono i pezzi che non si riescono ad assimilare.
Le grida notturne di Sonia. Gli incubi di mio nonno. Sapevo
che la ricerca confermava ci che avevo sempre pensato
dei miei pazienti: i loro ricordi di guerra, stupri, incidenti
quasi letali ed edifici distrutti non sono come gli altri ricordi.
Vengono tenuti separati nella mente. Ricordo le Tac dei
pazienti affetti da disturbo post-traumatico da stress e le zone
pi colorate che mostravano un maggior flusso sanguigno
al cervello destro e all'area limbica e paralimbica, il vecchio
cervello in termini evolutivi, e un flusso minore nelle aree
corticali di sinistra, quelle preposte al linguaggio. Il trauma
non si manifesta a parole, ma in un urlo di terrore, a volte in
immagini. Le parole creano l'anatomia di una storia, ma all'interno
di una storia ci sono spiragli che non possono essere
chiusi. A quel punto della sua vita, mio padre aveva visto
molti cadaveri, ma quest'ultimo era diverso. Non era caduto
in battaglia. Vi prego. Aiutatemi. Quell'uomo non aveva
reagito, non aveva cercato una pistola o una granata. Mi chiesi
se l'ufficiale giapponese non avesse ricordato a mio padre
un altro uomo che si era lasciato cadere in ginocchio, implorando
una seconda possibilit, o forse la sua posizione sottomessa,
spaventata era una metafora visiva che simboleggiava
ci che Lars Davidsen non riusciva a mettere in parole.
- Non c'era vento il giorno in cui Lars  morto, - disse
mia madre la prima sera del suo arrivo in citt. - E stava nevicando.
Veniva gi dritta in grandi fiocchi lenti, ora dopo
ora. Per un po' nel pomeriggio, prima che arrivasse Inga, sono
rimasta da sola con lui. Non era pi cosciente. Gli tenevo
la mano, gli massaggiavo le braccia e la fronte. A un certo
punto ho avuto la sensazione che qualcuno fosse entrato
nella stanza, alle mie spalle. Pensavo fosse l'infermiera, ma
quando mi sono voltata non c'era nessuno. E successo tre
volte -. Mia madre scroll lentamente il capo. - Non ero per
niente spaventata, - disse. - Era un semplice fatto -. Seduta
di fronte a me, teneva le mani pallide intrecciate davanti
a s sul tavolo, i grandi occhi azzurri profondamente concentrati.
- Lars non poteva andare avanti cos. Questo lo so.
Non era possibile. Eppure  strano. La cosa pi strana della
sua morte  che non gli posso pi raccontare le cose. Se esco
e chiacchiero con qualcuno, mi ritrovo ancora a pensare: oh,
devo correre a casa a raccontarlo a Lars, oppure a Lars piacer
un sacco questa storia, poi mi rendo conto che non c'
pi -. Accenn un sorriso. Notai che i suoi occhi erano rivolti
all'interno. Un istante dopo, si protese verso di me e strinse
la mia mano tra le sue. Fa cos da sempre, e quando si 
assicurata la presa della mia mano, la carezza alcune volte prima
di lasciarla andare.
Non c' un confine netto tra ricordare e immaginare.
Quando ascolto un paziente, non ricostruisco i fatti di
un'anamnesi, ma cerco di individuare gli schemi, i flussi emotivi
e le associazioni che potrebbero allontanarci da dolorose
ripetizioni e portarci a una comprensione articolata. Come
ha detto Inga, siamo noi a costruire le nostre narrazioni,
e queste storie create da noi non possono essere separate dalla
cultura in cui viviamo. In certi casi, tuttavia, la fantasia,
l'illusione o la vera e propria menzogna si presentano come
autobiografia, ed  necessario fare distinzioni nominali tra
fatto e finzione. Il dubbio  una sensazione sgradevole che
pu facilmente trasformarsi in sospetto, e nella situazione intima
della psicoterapia potrebbe risultare altamente pericoloso.
In aprile cominciai a provare quell'incertezza con la signorina
L., e ora riconosco che segn una svolta non solo in
lei, ma anche in me.
Da quasi sei mesi, la bella, elegante signorina L. si sedeva
su quella poltrona; tesa, ginocchia incollate e occhi bassi,
aveva rivelato una vita di privilegi, soldi e abbandono:
il divorzio dei suoi quando aveva due anni, i lunghi viaggi della
madre con i vari fidanzati in case e appartamenti ad Aspen, Parigi
e nel sud della Francia, le crisi, i pianti, le bevute e lo shopping.
La sfilza di tate e baby-sitter, l'insopportabile seconda
moglie e i due altri figli del padre, le sue rare telefonate e i regali
sporadici, i due odiati convitti, i tentativi di suicidio, i ricoveri,
le tre settimane in un collegio orribile, gli amanti abbandonati,
sia uomini che donne, tutti esseri umani repellenti,
i terapeuti abbandonati, tutti incompetenti, le lezioni che
aveva iniziato a frequentare e poi abbandonato per la stupidit
dei professori, gli amici che aveva perso, i lavori che aveva
perso, i periodi in cui aveva avuto una sensazione di vuoto
e di irrealt, i grandiosi sogni a occhi aperti, le sfuriate. Nella
vita della signorina L. le persone si suddividevano in due
categorie soltanto: angeli o diavoli, e i primi potevano facilmente
trasformarsi nei secondi. - Sono venuta da lei, - aveva
detto tempo addietro, - perch ho sentito dire che  il
migliore -. Le avevo detto che le parole migliore e peggiore non
sono applicabili alla psicoterapia, che il lavoro si fa insieme,
ma la signorina L. voleva un genio, un amico/medico/padre/madre
divini. Quando glielo feci notare, lei sorrise e disse con
dolcezza: - Penso che lei possa aiutarmi, tutto qui -. Non mi
idealizz per molto: cominci a sballottarmi da un estremo all'altro,
e mentre passavo in continuazione dal ruolo di eroe a
quello di cattivo mi sentivo sempre pi fragile e ferito. Era
difficile mantenere l'equilibrio, ma ancor peggio, a volte la signorina
L. faticava a distinguere fra l'uno e l'altro di noi due,
e la sua confusione causava in me un profondo disagio.
La voce della signorina L. era acuta. - Mia madre dice che
dovrei perdonarla e ricominciare da capo! Riesce a crederci?
- Pensavo che non parlasse pi con sua madre.
- Infatti. L'ha detto l'ultima volta che abbiamo parlato.
Ma io le ho chiesto se riesce a crederci. Mi ha interrotto! -
La sua furia era come uno schiaffo.
- S, riesco a credere che sua madre possa desiderare una
cosa del genere. Mi interessa il fatto che, anche se non le parla
da oltre un anno, la sua rabbia nei suoi confronti  molto
immediata, come se sua madre fosse qui con noi.
Per parecchi secondi, la signorina L. non disse nulla. La
guardai serrare i pugni. - Allora? - sibil. - Cos'altro ha da
dirmi, Signor So Tutto?
- Non saprei, - dissi, - perch non so tutto.
- Allora a cosa serve tutto questo, se me ne sto qui con
un deficiente?
- Serve per la sua rabbia, forse. Forse se si aggrappa alla
sua rabbia verso di me, riuscir ad aggrapparsi alla storia tra
lei e sua madre. C' sempre qualche speranza nella rabbia,
speranza che le cose cambino.
- Speranza? - Si guard le ginocchia con le labbra tremanti,
e la osservai aprire le mani. - Ha ragione, ho sempre
bisogno di essere arrabbiata. E come una droga. La voglio,
in ogni momento. Quando non sono arrabbiata, mi sento
estromessa e assiderata.
Ebbi una visione della signorina L. davanti alla porta chiusa
di una casa, che tremava nella bufera. Il dolore che quell'immagine
mentale port con s era affilato come un coltello.
A quel punto parlammo dell'espressione estromessa e assiderata,
e della mia immagine di lei chiusa fuori nella neve, del
fatto di sentirsi vuoti, intorpiditi, irreali, delle sue fantasie
di vendetta, e si calm. Ebbi la sensazione di essere riuscito
a manovrare una nave fuori da una tempesta.
Alla fine della seduta, mentre si avviava verso la porta, si
volt verso di me e disse con calma: - Mia madre ha cercato
di uccidermi, sa. Me lo sono ricordato. Mi sta tornando tutto
in mente. Gliene parler la prossima volta.
Sto attraversando il campus del Martin Luther College
dopo la lezione di chimica organica, assorto nei pensieri sul
resto del semestre e su tutto quello che devo fare.  tardo
autunno e fa molto freddo. Il ricordo porta tracce di foglie
secche, grigiastre, sollevate dal vento, e di qualche fiocco di
neve piccolo e pungente che mi colpisce il viso. Alzo lo sguardo.
Mio padre avanza verso di me a grandi falcate. Gli sorrido.
Faccio un cenno, sollevo la mano? Non so. Mi guarda
dritto in faccia ma non mi riconosce.  come se non sapesse
chi sono. Continua a camminare. Anch'io continuo a camminare.
Perch non lo fermo? Perch non lo raggiungo di
corsa, non gli do un colpetto sulla spalla? Pap, sono io, Erik.
Ci siamo incrociati senza vederci. Stai andando a lezione?
Posso accompagnarti? Non lo faccio perch c' qualcosa di
severo in quel viso impenetrabile, come una porta che  meglio
lasciare chiusa. L'idea di aprirla scatena la vecchia paura.
Estromesso e assiderato. Le parole della signorina L. mi
tornano alla mente. Mi sono ricordato di quell'episodio altre
volte, ma senza grande emozione. Vedo il marciapiede, rievoco
la mia sorpresa, il disagio, ma prima leggevo l'episodio
in modo diverso: mio padre, il professore distratto. Un caso.
Con i gomiti puntati sulla scrivania, mi afferrai i lati della testa
con le mani e mi concessi di soffrire. Rimasi in quella posizione
per ben pi di un minuto. Prima di rialzarmi, capii
che la mia visione della signorina L. nel freddo era stata anche
un'immagine di me stesso.
Rientrato dal lavoro, mi feci coraggio e suonai il campanello
di Miranda. Apr la porta in jeans aderenti chiazzati di
pittura, una maglietta bianca stretta e un foulard azzurro avvolto
sulla testa. Mi salut e mi guard, in attesa.
- Sono qui, - dissi, recitando le frasi che avevo programmato,
- per invitarti a una cena che mia sorella ha organizzato
per mia madre, la prossima settimana, venerd.  in citt
per qualche tempo...
Mi interruppi perch Miranda aveva abbassato gli occhi
e si stava fissando le mani.
Proseguii. - Mi piacerebbe andarci con qualcuno, tutto
qui. Niente di formale.
- Non so se posso.
La mia delusione dovette essere evidente. Stavo stringendo
i denti, me ne accorsi. Per insistetti. Le parole mi uscirono
di bocca prima che potessi trattenerle: - Potresti considerarlo
come un favore.
Alz il viso e mi guard. - S, - disse, con un sorriso fugace.
- In questo caso, se trovo una babysitter, cio qualcuno
che non sia tu, accetto.
Provai una sensazione di trionfo, subito seguita da imbarazzo
e senso di colpa. Mi ero abbassato alla coercizione. Lo
sapevamo tutti e due, e rimasi a fissarmi le scarpe per parecchi
secondi finch Eglantine non spunt in corridoio ballando
e cantando. - Trallallero, trallall, salto di qua e salto di
l -. Sventol il foglio che impugnava, e quando mi raggiunse
lo sollev piena di orgoglio. Lanciai un'occhiata a Miranda
prima di voltarmi verso Eggy, e notai con sollievo che sembrava
divertita, non irritata. Sul foglio c'era un disegno a carboncino,
con grandi chiazze nere sbavate. Vidi cinque o sei
grossi rettangoli, varie croci, e tre personaggi che sembravano
addormentati. Quando chiesi a Eggy di spiegarmi il disegno,
s'inginocchi e mi fece cenno di accovacciarmi vicino a
lei.
- Sono persone morte, - disse, - sotto la terra nel clemitero. Sono
morte, per davvero verissimo. Questa  la mia bisnonna,
e questo il mio bisnonno -. Eggy pieg le labbra morbide
in un broncio inconsolabile e per nulla convincente. Poi,
per enfatizzare la sua disperazione, tir su con il naso alcune
volte e si sfreg il pugno sotto un occhio.
- E chi  questa persona grande e grossa con tanti capelli? -
chiesi, tracciando con un dito le linee di un corpo prono,
allungato.
Mi guard con gli occhi sgranati: - Quella  Grande Nonnona.
Lei pu svegliarsi e combattere e tornare non morta.
Lei ha la scienza.
Quando alzai lo sguardo su Miranda, stava sorridendo.
- Era una leader maroon, e una obeah, una sorta di sciamana.
Ha combattuto gli inglesi e li ha convinti a firmare un
trattato, in modo che il territorio dei maroon rimanesse indipendente.
Cos  diventata l'eroina giamaicana per antonomasia.
Mio padre  una specie di storico amatoriale dei maroon,
quindi Eggy ha sentito un sacco di storie su di lei. 
un personaggio realmente esistito, ma anche una leggenda.
Impossibile separare le due cose.
Mentre Eggy era occupata a fingersi morta e a risorgere
come una terrificante Grande Nonnona, Miranda mi tir da
parte e disse: - Erik, lui ha smesso di mandarmi foto -. Doveva
essere la prima volta che mi chiamava per nome, ed ebbi
un lieve sussulto. Quando le dissi che mi sembrava un buon
segno, lei ribatt sottovoce: - S, ma non risponde al telefono.
Ci ho pensato a lungo e ho deciso che dobbiamo trovare
una soluzione, per il bene di Eggy, ma ora  scomparso. Gli
ho lasciato dei messaggi a casa e sul cellulare, ma niente.
Le consigliai di dargli tempo. Prima di andarmene, strinsi
la mano di Miranda per congedarmi e all'improvviso mi ricordai
del suo dito sanguinante. - Mi sono sempre chiesto
come ti sei tagliata quella notte, - dissi, rendendomi conto
che questo mi dava la possibilit di continuare a tenerle la
mano. Esaminai il dito, su cui c'era una piccola cicatrice.
Miranda non indietreggi, e sentii un brivido di corrente
sessuale tra noi. Non volendo perdere il contatto, le strinsi
forte la mano e me la misi sul petto. Miranda, che evidentemente
non si aspettava quello strattone vigoroso, rimase a
bocca aperta, incespic in avanti e scoppi a ridere. Vacillando
imbarazzato, la lasciai andare.
Mi rivolse uno sguardo gentile, con un piccolo sorriso sulle
labbra che subito svan. Parl lentamente: - Jeff ha preso
un coltello e ha detto che si sarebbe sfregiato un braccio se
non gli permettevo di vedere Eggy. Allora gliel'ho strappato
di mano e senza volerlo mi sono tagliata.
Ogni nuova storia su Lane metteva sempre pi a fuoco il
suo carattere, ma quest'ultima, con quella minaccia istrionica,
ingigant il mio disagio. Sapevo benissimo che parecchie
persone ragionevolmente sane possono perdere le staffe,
una frase che invariabilmente mi fa pensare a un paio di anelli
metallici che cadono nella polvere. In un attacco di collera,
Genie una volta mi aveva lanciato uno spazzolino in faccia,
scena che avrebbe potuto risultare comica se la piccola
arma non fosse stata scagliata con forza considerevole. Lane
non aveva usato il coltello contro la sua ex amante, ma cominciavo
a temere che fosse molto pi instabile di quanto
Miranda pensasse.
Quando mio padre lasci le Filippine, il ragazzo entrato
nell'esercito a diciannove anni come soldato semplice era stato
promosso sergente maggiore, e durante una partita di
poker nel cuore della notte si era guadagnato il soprannome
di Lou. Uno dei suoi commilitoni si era messo in testa che
mio padre assomigliava all'attore Lew Ayres. Lew divenne
Lou. Quel nome rimase, e i suoi uomini lo chiamavano sempre
cos. Terminata la guerra serv in Giappone, poi dopo
quattro anni fu finalmente congedato. La notte prima che lui
tornasse negli Stati Uniti, la compagnia si riun per una cerimonia
di addio che, scrisse mio padre, mescolava sincerit e
frivolezza. Nelle sue memorie tuttavia si soffermava soprattutto
sull'aspetto frivolo.
Come la maggior parte delle unit militari, avevamo un gruppetto
di patiti delle rigorose esercitazioni a ranghi serrati, manovre
con coreografie molto complesse. I pi sofisticati usavano
i fucili. La nostra squadra, composta da cinque persone, tendeva
al comico, imbracciando scope e spazzoloni che tuttavia
erano pi conformi alle regole del manuale di quanto lo fossero
le nostre carabine. Le esercitazioni avvenivano quasi sempre
in silenzio, contando un predeterminato numero di passi prima
di fare dietrofront. Quella sera invece, mentre quattro marciavano,
uno gridava gli ordini con un accento scandinavo del Minnesota
. Avevano ideato uno schema in cui due seguivano la sequenza
e due facevano il contrario, o cos pareva, ma con una
serie di ordini successivi riuscivano in un modo o nell'altro a
sincronizzarsi di nuovo. Nel frattempo cantavano. Come finale,
marciarono al ritmo di una famosa, vivace marcetta che si
poteva adattare inserendo il nome che si voleva. Ricordo la prima
strofa :
Siamo la truppa del sergente Lou
Siamo i cavalieri della notte blu
Siamo gran figli di mignotta
Amiamo pi la fuga della lotta.
Mio padre venne a sapere che all'adunata serale del giorno
dopo gli sarebbe stato chiesto, come gesto di commiato,
di passare in rassegna le truppe. Le squadre avrebbero marciato
come unit individuali per poi unirsi ai loro plotoni e
formare la compagnia. I sottufficiali preposti avrebbero fatto
rapporto al mio sostituto che a sua volta avrebbe fatto rapporto
a me e io al comandante della compagnia o all'ufficiale di
picchetto, una semplice cerimonia che segnava la mia ultima
funzione ufficiale nel 569, ma che si rivel molto pi di
questo.
Una panca grezza che solitamente fungeva da rialzo per tre o
quattro fusti di benzina nell'autoparco era a mia disposizione
come podio per la sfilata. Era una parata in alta uniforme. Poi
venne la sorpresa : un cambiamento nella catena del comando. I
caporali si presentarono ai sergenti di plotone, i sergenti di plotone
al nuovo sergente maggiore, che a sua volta si present al tenente
Noel. Lui si present al colonnello Bass, e il colonnello
Bass, come chi l'aveva preceduto, fece dietrofront, salut e si present
a me. Penso che nessun vincitore della medaglia d'oro alle
olimpiadi, ritto sul podio sfavillante, possa aver provato un'ondata
di emozioni pi intensa di quella che travolse me su quella
piattaforma chiazzata d'olio. Pi tardi nella vita ho avuto occasione
di ricevere alcuni riconoscimenti da alte cariche, ma nessuno
 stato pi soddisfacente di quello.
Avevo in mente di tornare a Brooklyn, cambiarmi e portare
Miranda da Inga, ma proprio quando stavo per uscire
dallo studio squill il telefono e sentii una voce familiare:
- Il vecchio cervello  tornato, Doc, manie tettoniche a infrarossi
lass sotto il cranio. Il chip farfugliante, il bla bla bla
impazzito, dirottato, il genio della chiacchiera multilingue,
glottale, fricativo.
- Signor T.? - chiesi. - E lei?
- Il fiume, Eraclito, amico. Rantolo-di-morte brontola.
Io... non voglio andare, - borbott.
Quando capii che il mio vecchio paziente era l sotto, corsi
gi dalle scale invece di aspettare l'ascensore e mi precipitai
fuori. Faticai a riconoscerlo. Lo smilzo laureato in letteratura
comparata che avevo avuto in cura alla Payne Whitney
dieci anni prima era diventato enormemente grasso. I
vestiti erano lerci e aveva una piaga purulenta sulla guancia
gonfia. Inginocchiato sul marciapiede, teneva un bisunto taccuino
bianco e nero premuto sul petto, e il mento alzato come
se stesse invocando i cieli. Notai che le sue pupille sfrecciavano
avanti e indietro. Probabilmente le voci arrivavano
rapide e furiose. Quando gli tesi la mano, riusc a portare in
posizione eretta il corpo enorme. - Non sono soddisfatti di
te, - disse. - Sta' attento.
- La accompagno al pronto soccorso del New York Hospital.
Prendiamo un taxi insieme. Va bene?
Mi guard, annu e continu a parlare. - Piantatori di chip
dell'altra parte, mi canalizzano, amico, le grandi teste morte
(non grate, ingrate) Goethe, Goering, Dio, Buddha, Bach,
Bruno, Houdini, Himmler, Spinoza, santa Teresa. Rasputin.
Elvis. Tombe parlanti. Selezionate dall'altra parte. Spazi non
dimensionali, testi che arrivano, picchiando forte lass. Mingus.
Paura e tremore, paura e tremore. Ripetizione. Parole
assassine. Mi vogliono dall'altra parte -. Il signor T. teneva
il taccuino vicino alla faccia. - Tutta la vita, - mormor.
- Vuoto e rumore bianco, ragazzi.
Una volta trovato un taxi, fatto accomodare accanto a me
il mio compagno in preda alle allucinazioni e dato l'indirizzo
all'autista, guardai il signor T. che apriva il suo taccuino,
estraeva la penna e cominciava a scrivere. Il signor T. non
stava componendo. Scriveva sotto dettatura dei morti. Poeti,
filosofi, profeti, tiranni e molti altri parlavano tramite lui
producendo un'accozzaglia di riferimenti, neologismi e citazioni
ingarbugliate in almeno tre lingue. L'avevo avuto in cura
per cinque mesi alla Payne Whitney e avevo osservato un
lento miglioramento. All'inizio custodiva gelosamente il taccuino
dai ladri che volevano carpirgli le sue rivelazioni. Se
comprese correttamente, quelle verit universali avrebbero
avuto il potere di prolungare la vita del lettore. Il signor T.
era un maestro delle dissonanze. Nei suoi discorsi, le vocali
e le consonanti erano macchine generatrici che creavano frasi
memorabili, come ad esempio Lavinia in Slovenia slitta
nella schizofrenia, un verso proveniente da quello che il signor
T. una volta mi aveva descritto come un Meisterwerk
en suite, l'Insignia Divinia di Iggy. Ma le voci lo avevano quasi
distrutto. Dopo essere stato ammesso in reparto, era rimasto
ritto accanto al suo letto, con un'espressione torturata ma
vigile in viso, e aveva continuato a gemere per ore.
Mentre camminavamo insieme verso il pronto soccorso
psichiatrico, il signor T. continu con il suo monologo.
- Multi vox -. Chiuse gli occhi. - Vox et praeterea nihil, non,
no, nein, nicht, nada.
- Ha interrotto la cura? - gli chiesi.
- Non sopportavo i medicinali, Doc. Bacche avvelenate. Mi
hanno fatto diventare cos grasso e lento, cos lento, fratello.
Il signor T. avanzava strascicando i piedi. Speravo che
non avrebbe rifiutato le bacche. Aveva il taccuino aperto.
Poi si ferm ed ebbi paura che girasse sui tacchi. Stava fissando
un brano pieno di chiazze e righe, a malapena leggibile,
scritto in versi, una poesia:
Dov' il bar, Mr Farr?
O est le scar, Dsespoir?
Wo ist mein Schade Star
Mit la lumire bizarre
Ich will etwas sagen,
Monsieur Fragen.
Krankheit. Blindsight.
Strut Stage. Rage Page.
Il signor T. si fece ricoverare. Mi assicurai che potesse tenere
il suo taccuino. L'ultima cosa che dissi al medico di turno
fu: - Niente Haldol. Non lo tollera.
- Ci vediamo l, - disse Miranda quando le raccontai della
mia emergenza. - Non ti preoccupare.
Invece di arrivare in ritardo come immaginavo, scoprii di
essere il primo ospite. Mia madre, che stava da Inga, non era
ancora emersa dalla camera da letto, e anche Sonia era nascosta
da qualche parte. Il loft era illuminato dalle candele.
Si sentiva odore di agnello arrosto, basilico e fiammiferi bruciati,
e del profumo di mia sorella. Cercando di scacciare il
signor T. dalla mente, mi dissi che avrei controllato come stava
l'indomani mattina.
Mia sorella era vestita nel suo stile da diva, con giacca aderente
di seta, pantaloni stretti, capelli raccolti e labbra rossissime.
Le dissi che le mancava soltanto un lungo bocchino
da sigaretta per completare l'immagine.
- Ho smesso, non ricordi?
Con un sorriso malizioso, Inga tese il pollice e cominci a
elencare gli ospiti, alzando un dito per ciascuno: - Tu e la tua
misteriosa eroina di Shakespeare; mamma, Sonia, io; Henry
Morris, docente di letteratura americana alla New York University,
conosceva un poco Max, si sta riprendendo da un divorzio
doloroso da quella pazza di Mary. Un filino rigido, ma
molto intelligente. Anzi, a dire il vero mi piace parecchio.
Ho avuto un appuntamento con lui Inga mi fece l'occhiolino,
poi alz il pollice dell'altra mano per continuare a contare.
- Il mio amico Leo Hertzberg, altro professore, ma in
pensione, insegnava storia dell'arte alla Columbia, vive a
Greene Street, ci vede pochissimo ormai, ma  molto interessante
e gentile. Me l'ha fatto conoscere il mio amico Lazlo Finkelman. Gli leggo Pascal una volta alla settimana per
un'oretta, poi prendiamo un t. Il suo grande dolore  che il
suo unico figlio  morto all'et di undici anni. Ha disegni di
Matthew in tutta la casa -. Mi lanci un'occhiata. - E poi
ho invitato Burton.
- Non posso crederci, - dissi. - Dopo l'episodio nel parco
di cui non vuoi parlare?
Il suo sorriso svan. - Be',  per questo che l'ho invitato.
L'ho trovato sulla guida telefonica e l'ho chiamato.
La conversazione fu interrotta dal campanello e pochi secondi
dopo entr Miranda. Dire che era bellissima quella
sera sarebbe troppo poco. Quando la vidi varcare la soglia
mi si mozz il respiro. Indossava una maglia bianca che le lasciava
nude le spalle, pantaloni neri e anelli d'oro alle orecchie,
ma a colpirmi furono soprattutto il lungo collo, le braccia
sottili e gli occhi scintillanti, per non parlare del portamento.
La schiena dritta e il mento lievemente alzato comunicavano
un ineffabile miscuglio di sicurezza e orgoglio. Inga
si mise subito a chiacchierare con lei. Mia madre e Sonia
apparvero tenendosi a braccetto, entrambe elegantissime per
l'occasione, anche se nel caso di Sonia questo significava un
abito largo su un paio di stivali da motociclista.
Non era la prima volta che un gruppo eterogeneo di divorziati,
vedovi, abbandonati o semplici solitari si riuniva
per una cena a New York, ma nonostante il fatto che Inga
avesse parecchi amici appaiati, non aveva incluso una sola
coppia sposata nella sua lista degli invitati. Era una serata in
onore di nostra madre, la cui mente non riusciva ad allontanarsi
per molto da nostro padre, in quel primo anno dopo la
sua morte, e forse Inga aveva pensato che la vista di coppie
affiatate, giovani o anziane, per lei potesse risultare dolorosa.
Sapevo che mia sorella considerava le cene come un rituale
basato sull'idea che la conversazione  una forma di gioco.
Come i bambini durante l'intervallo, i giocatori devono
sforzarsi di resistere alle scorrettezze e mantenersi entro limiti
rispettosi. Era anche convinta che la combinazione delle
personalit fosse cruciale per il successo o il fallimento di
una serata, quindi mi concentrai con curiosit sui due sconosciuti
a cui fui presentato.
Leo Hertzberg era un uomo di corporatura media con radi
capelli grigi, barba, pancetta e occhiali che nascondevano
gli occhi. Si aggirava con cautela per la stanza aiutandosi con
un bastone. Quando raggiunse Inga, i due si diedero un bacio
frettoloso su entrambe le guance, poi sentii che lui diceva
a bassa voce: - Puoi controllare che non abbia niente fuori
posto?
Inga gli mise entrambe le mani sulle spalle, diede un'occhiata
alla camicia azzurra, all'anonima cravatta, alla giacca
sportiva grigia, ai pantaloni leggermente stazzonati e disse:
- Sei uno schianto. Nessun bisogno di ritocchi.
L'uomo sorrise e scroll il capo come per dire: anche se il
complimento mi fa piacere, so che non  vero.
La prima cosa che notai in Henry Morris furono gli occhi.
Dopo averlo osservato per un po', capii che batteva le palpebre
molto meno della maggior parte delle persone, una caratteristica
un po' snervante. Era di appena qualche centimetro
pi basso di me, incredibilmente bello e forse di qualche anno
pi giovane di mia sorella. Quando mi strinse la mano, mi
fiss con uno sguardo distaccato ma non ostile. La stretta per
era vigorosa, quasi combattiva, ed ebbi la sensazione che fosse
uno di quegli uomini che considerano d'istinto tutti gli altri
uomini come rivali. Ma a darmi da pensare fu ci che notai
un paio di minuti dopo. Morris stava chiacchierando con
Inga in cucina, e lei rideva di qualcosa che lui le aveva detto.
Mentre si voltava per prendere un vassoio di antipasti, lui le
pos le dita sul braccio destro e strinse sempre pi forte, o
perlomeno cos mi parve. Inga smise di ridere e si volt a guardarlo
con un'espressione seria e compiacente, gli occhi che
luccicavano. Poi, con un piccolo sorriso, pos gentilmente la
mano sulla sua e gli fece lasciare la presa. Il loro legame erotico
era palpabile, e mi resi conto che l'utilizzo della parola
appuntamento da parte di Inga era stato un eufemismo.
Burton arriv per ultimo. Eravamo tutti seduti con un
bicchiere in mano, e quando Inga gli apr la porta, il mio amico
sembrava ancora pi corpulento del solito, come se si fosse
vestito troppo per quella serata primaverile. Appena entrato,
porse a Inga un mazzo di fiori avvolti nella plastica che
teneva con entrambe le mani e si scus profusamente per il
ritardo. Studiando il suo corpo con pi attenzione, mi venne
da pensare che avesse sotto il completo uno strato ulteriore
per assorbire il sudore, sospetto confermato quando Inga
prese i fiori e io udii un fruscio ben distinto in prossimit delle
ascelle di Burton. Ma era il viso che mi preoccupava. La
sua espressione quando i suoi occhi incontrarono quelli di Inga
era cos indifesa, cos palesemente adorante, che mi fece
pensare non a un uomo innamorato, ma a un cane che scodinzola
alla vista della sua padrona. Mi si strinse il cuore.
Quella sera la conversazione spazi dalla guerra in Iraq alle
vicissitudini della memoria, alla natura dei sogni. Il vino
scorreva generosamente e il passaggio da un argomento all'altro
era poco limpido, ma quando ci trasferimmo a tavola
per gustare l'agnello, avevo scoperto che Henry Morris stava
scrivendo un libro su Max - dettaglio non di poco conto
che Inga aveva trascurato nella sua descrizione -, che era ardentemente
contrario alla guerra e che affettava e masticava
la carne con una puntigliosit e una delicatezza maniacale.
Quella sera il fazzoletto di Burton pareva dotato di vita
propria. Come una bandiera bianca, si srotolava, picchiettava
e asciugava il viso del mio amico, poi svaniva nel suo taschino
in attesa. Burton sembrava euforico, una combinazione,
sospetto, del vino e della vicinanza all'amata, perch quando
sorrideva, e lo faceva spesso, le sue labbra erano molli,
flaccide come non le avevo mai viste. Discorreva con Inga dall'altra
parte del tavolo e lei, con le guance arrossate, annuiva
entusiasta. Mia madre ebbe un tte--tte con Leo Hertzberg,
di cui colsi alcune battute. - Quando lasciammo Berlino, -
disse lui, - i miei genitori trovarono un appartamento a Hampstead.
Ricordo che mi sembrava sporco e piccolo, e non mi
piaceva l'odore. - Io vivevo fuori Oslo durante l'occupazione,
- disse mia madre a bassa voce. - Dopo la guerra, come
molte ragazze norvegesi, andai in Inghilterra e lavorai come
colf. Rimasi per un anno da una famiglia a Henley-on-Thames.
Poi tornai all'universit -. Miranda sembrava pi a suo agio che
mai. Sorrideva di pi, gesticolava di pi quando parlava e pareva
aver almeno momentaneamente dimenticato i suoi guai,
quali che fossero. Era seduta vicino a me, e la vicinanza del suo
corpo pareva attivare le mie terminazioni nervose periferiche.
Mi sembrava quasi di sentirle formicolare. Si era messa un profumo,
e io provavo il desiderio impetuoso di affondare il naso
nell'incavo dietro il suo orecchio per annusarlo. Miranda parl
con me ed Henry dei primi costruttivisti russi e della grafica
dei loro libri, un argomento di cui non sapevo nulla, poi la conversazione
si spost sull'uso del colore per influenzare le emozioni,
e Miranda disse che una certa tonalit di turchese pallido
le faceva venire i brividi, quasi fosse un attacco di influenza.
Allora io accennai alla sinestesia e a un uomo di cui avevo
letto, che vedeva involontariamente un colore ogni volta che
conosceva qualcuno. - Mi sembra che vedesse il verde se incontrava
una persona riservata, per esempio, - dissi. - Ma i colori
hanno sempre dei sentimenti, - ribatt Sonia. - Il rosso 
completamente diverso dal blu.
La conversazione fu interrotta dall'esclamazione di Inga:
- Cio state associando i sistemi classici della memoria alle
neuroscienze! E fantastico! - Burton le rivolse un sorriso
trionfante. Il fazzoletto gli sgusci fuori dal taschino catturando
l'attenzione di tutti ed entr in contatto con il suo bicchiere,
che prontamente cadde dal tavolo e and in mille pezzi.
Nonostante le immediate proteste di Inga, il commento
di Henry, - Che mira, - e l'applauso spontaneo di Sonia,
Burton, con un'espressione mortificata e la misteriosa biancheria
intima che scricchiolava, chin il corpo informe e si
mise a raccogliere i vetri.
L'incidente del bicchiere segn un mutamento nella serata.
Ci trasferimmo tutti e otto in soggiorno. Dopo aver chiesto
il permesso, Morris fum un sigaro, e Burton mi sorprese
facendo lo stesso. Fu versato il cognac, e le candele ormai
non pi cos alte che brillavano nella stanza tremolarono debolmente
nella brezza che proveniva dalle finestre aperte,
con la sagoma indistinta degli stoppini che bruciavano avvolti
nel fumo.
- Eppure, - mia madre stava dicendo a Leo Hertzberg
con un lieve sorriso, - ci sono molte cose nella vita che non
riusciamo a capire, cose che succedono senza alcuna spiegazione.
Ero sicuro che si riferisse alla presenza invisibile che aveva
percepito nella stanza il giorno in cui era morto mio padre.
Leo annu. Sembrava pensieroso e un po' triste.
Burton, che apparentemente si era ripreso, si intromise,
e all'improvviso lo stavamo ascoltando tutti. - Signora
Davidsen, -
attacc. - Marit, - disse mia madre.
- Be', grazie. Lo considero un onore -. Burton fece un
cenno del capo rivolto a mia madre. - Marit, sono assolutamente
d'accordo con lei. Nella mia ricerca, be', forse non in
tutta, ma in buona parte della mia ricerca, di sicuro,  diventato
eminentemente chiaro che noi, intendo dire non io, ma
gli scienziati, siamo all'oscuro di tutta una gamma di fenomeni
umani. Prendiamo il sonno Burton si asciug il viso.
- Nessuno sa perch dormiamo. E i sogni. Nessuno sa perch
sogniamo. Negli anni Settanta, anzi nel Settantasei per
essere precisi, s, posso essere preciso, Daniel Dennett formul
la teoria secondo cui i sogni non sono reali, non sono
affatto esperienze, ma solo falsi ricordi che ci inondano al risveglio.
Teoria screditata. Totalmente. Cos come la teoria
del Rem.
- Davvero? - chiese mia madre educatamente.
- Certo Il fazzoletto tampon. - Ci sono sogni non-Rem, alcuni del tutto indistinguibili dai sogni Rem. Allan
Hobson, - Burton fece un respiro profondo e ripart in quarta,
- esperto per antonomasia dell'attivazione-sintesi, un
grande nel suo campo,  convinto che siano proprio i centri
bulbo-pontini, cio quello che veniva chiamato cervello rettile,
- il fazzoletto sfrecci verso il collo di Burton, - a causare
il sonno e i sogni. Secondo la sua teoria, l'immaginario
onirico si accumula in modo casuale e il prosencefalo cerca
di dargli un significato. Secondo lui i sogni non celano nessun
senso, nessun desiderio, nessun travestimento, nessun
Freud. Mark Solms, psicanalista, studioso del cervello e
neurologo, implora caldamente di dissociarsi. L'ho sentito parlare
non molto tempo fa. Oratore eccellente. I pazienti con
specifiche lesioni del prosencefalo smettono del tutto di sognare.
Solms  convinto che parti del prosencefalo generino
le immagini oniriche, che siano coinvolti complicati processi
cognitivi e che quindi i sogni abbiano significato. La memoria
 coinvolta, ma nessuno sa esattamente in che modo.
Francis Crick, si, l'inimitabile Crick del DNA, sosteneva che
i sogni sono la discarica della memoria, i rimasugli, il nonsense,
se vogliamo, rimescolati e buttati fuori nel sonno. David
Foulkes pensa che i ricordi semantici ed episodici siano attivati
a caso nei sogni, ma che i sogni abbiano caratteristiche
prevedibili. Da tempo esistono teorie... oh, fatemi pensare,
almeno da Jenkins e Dallenbach nel 1924, secondo cui durante
i sogni elaboriamo e consolidiamo i nostri ricordi. Poi... -
Il cervello di Burton lavorava a pieno regime. Cominci a
elencare: - vengono Fishbein e Gutwein, Hars e Hennevin...
Per fortuna Inga interruppe le note a pi di pagina esclamando:
- Fishbein e Gutwein! E meraviglioso... un brodo
di laboratorio: lische di pesce e buon vino!
Burton fece un sorriso imbarazzato, la fronte madida che
luccicava alla luce delle candele. - Non ci avevo mai pensato.
A ogni modo, altrettanti ricercatori dicono che si sbagliano,
sulla memoria, intendo.
- Io so che i sogni vengono dai ricordi, - disse Sonia, con
un'espressione seria.
Guardai mia nipote. - Ci sono vari tipi di sogni, - dissi.
- Ho avuto pazienti che facevano sogni ripetuti su un singolo,
terribile evento. Sono pi rivisitazioni che narrazioni oniriche.
Tuo nonno li faceva dopo la guerra.
Gli occhi di Sonia erano sgranati, pensosi, ma non ribatt.
- Nei miei sogni, - disse Miranda, - vivo quasi sempre
nella stessa casa. Non somiglia a nessuno dei posti in cui ho
realmente vissuto. In parte la casa  mia, ma su alcune stanze
ci sono dei dubbi. Sono tutte collegate, a volte apro una
porta e trovo una stanza che non avevo mai visto prima, e
non  mai chiaro a chi appartenga -. Aveva un'espressione
pensosa. - Al quinto piano ci sono tre piccole camere da letto
di cui per qualche motivo mi sono dimenticata. Giro una
chiave nella toppa e le riscopro una a una. Stanno cadendo a
pezzi e dovrei ripararle ma non lo faccio mai. A voi non capita
di tornare negli stessi posti nei vostri sogni, voglio dire,
posti che non esistono da nessuna altra parte?
- Non ne sono sicura, - disse Inga. - Di solito  una casa
o un appartamento che dovrebbe essere un posto ben preciso,
ma non ci somiglia affatto.
- S, mi  capitato anche questo, - disse Miranda, - ma
ultimamente prendo nota dei sogni che faccio e mi sto rendendo
conto che quello che succede dall'altra parte  una specie
di esistenza parallela. Ho dei ricordi di quello che succede
nell'altra esistenza. C' un passato, un presente e un futuro.
Ritorno nella stessa casa, ma ... - Miranda strizz gli
occhi, come se cos potesse ricordare meglio... -  come se le
regole per viverci fossero diverse. E la vista dalla finestra
cambia. Qualche volta sono gli Stati Uniti, qualche volta la
Giamaica. Nei sogni ogni tanto faccio dei disegni, magari sono
strani, ma mai privi di senso.
- E i disegni che fai somigliano ai sogni? - disse Inga.
- Quando li hai finiti, ti sembrano fedeli?
Miranda si protese in avanti e fece un gesto con la mano
destra. - No, - disse. - Non sono fedeli nel senso che intendi
tu. Inizio dagli schizzi che faccio appena mi sveglio e poi
li completo pian piano, avanzando a tentoni, per assicurarmi
che non diano la sensazione sbagliata.
- Io ho fatto un sogno stranissimo sul mio corpo, - disse
mia madre. - Ho sognato che era deforme.
- Anche a me  successo, - disse Miranda. - Che diventavo
un mostro.
Pensai alla mostruosa figura femminile che avevo visto nei
suoi disegni - la bocca immensa e le zanne al posto dei denti:
una donna lupo.
- Io ho sognato spesso di avere degli occhi in pi, -disse
Inga. - Uno o due sulla fronte o sul retro della testa.  mostruoso,
ma nel sogno mi sento solo un po' inquieta.
- Prima di addormentarmi del tutto, - disse Miranda, -
vedo spesso orribili creature che continuano a cambiare forma.
Le trovo affascinanti. Mi chiedo da dove vengono.
- Allucinazioni ipnagogiche, - disse Burton.
- Ah,  cos che si chiamano. Pensavo che avessero un nome
pi bello -. Miranda sembrava pensierosa.
- Io vengo sempre inseguita, - disse Sonia. - Strano che
non mi svegli esausta dopo tutte quelle corse notturne.
- Nei miei sogni, - disse Leo a bassa voce, - adesso ho la
vista offuscata come da sveglio. Sogno in una foschia di suoni,
parole e sensazioni tattili, e scappo dai nazisti che mi hanno
braccato fino a Greene Street e stanno bussando alla mia
porta.
- In verit, - disse Henry, - io ricordo poco i miei sogni.
Schiocc le dita. - Scompaiono e basta.
- Devi svegliarti lentamente, - disse Miranda, - e prendere
appunti, o disegnare.
Henry mise il braccio sullo schienale del divano dietro Inga,
poi lo spost vicino al suo collo. Guardai mia madre che
studiava quel gesto.
- Tu sei un analista, Erik, - disse Henry. - Devi interpretare
i sogni. Qual  la tua posizione in materia? Segui la
linea freudiana ortodossa?
- Be', - dissi, chiedendomi se ci fosse un pizzico di ostilit
nella sua voce, -  successo molto in psicanalisi dai tempi
di Freud. Sappiamo che Freud aveva ragione sul fatto che
gran parte di quello che il cervello fa  inconscio. Ovviamente
non l'ha inventata lui questa teoria - bisogna perlomeno
risalire a Helmholtz - eppure non  passato molto tempo da
quando parecchi scienziati rifiutavano anche solo di prenderla
in considerazione. Sono arrivato a pensare alla coscienza
come a un continuum di stati, dalla meditazione durante la
veglia alle fantasie a occhi aperti a stati di coscienza alterati
come le allucinazioni e i sogni. Comunque, l'interpretazione
dei sogni pu avvenire solo quando siamo svegli. Credo che
la mente crei e pretenda significato. E essenziale alla percezione
e alla consapevolezza in tutte le sue forme. Ma in psicoterapia
i significati davvero importanti sono soggettivi.
Molte ricerche confermano che il contenuto dei sogni riflette
i conflitti emotivi di chi li fa.
- Hartmann, - precis Burton.
- Si, - dissi. - Raccontando un sogno, il paziente esplora
una parte profondamente emotiva di se stesso e crea significati
tramite le associazioni all'interno di una storia ricordata.
La teoria citata da Burton secondo cui i sogni non hanno
senso non spiega come mai i sogni siano narrazioni.
- Max usava delle strutture oniriche nei suoi romanzi, -
disse Morris, voltandosi verso Inga. - Slittamenti e trasformazioni
improvvise. Sto pensando a Un uomo a casa. Horace
si sveglia, va a lavorare, torna a casa, cena, d il bacio della
buonanotte ai figli, fa l'amore con la moglie, e il giorno dopo
si sveglia e sono tutti spariti. La casa  vuota, tranne per
il letto in cui lui ha dormito. Non c' nient'altro.
- Leggere un testo di Max  come rivedere lui in sogno,
- disse Inga lentamente, e la sua voce si incrin sulla parola
lui. - Come quando ti sembra di riconoscere qualcuno, ma
poi scopri che il viso  completamente diverso e si tratta di
un'altra persona -. Presero a tremarle le mani. Mia madre
lanci alla figlia uno sguardo preoccupato. Il fazzoletto di
Burton scomparve tra le sue mani e Sonia si volt verso la finestra.
Penso che c'entri pap. Henry Morris, invece, tenne
gli occhi fissi sul viso di mia sorella.
- Non preoccuparti, - disse Inga, stringendosi le cosce con
le mani. - Sto bene. Passer -. Fece un sorriso tirato. - Credo
che tutti abbiano la sensazione che i sogni siano in un
modo o nell'altro importanti. Gli Egizi credevano in simboli onirici universali. I Greci pensavano che i sogni fossero
messaggi divini; Artemidoro scrisse l'Oneirocritica, una specie
di dizionario per l'interpretazione dei sogni. Maometto
ha sognato la maggior parte del Corano, e cos via -. Inga abbass
la voce. - La scorsa notte ho sognato di essere nella
vecchia casa in cui siamo cresciuti. C'eri tu, mamma, e anche
tu, Erik, e sembrava tutto come prima. Eravamo in soggiorno,
e a un tratto pap era li in piedi, uguale identico a
com'era lui. Ma non aveva il deambulatore n l'ossigeno. Sapevo
che era morto, e poi  sparito. Nel sogno mi dicevo:
Ho visto il fantasma di mio padre.
Dopo un istante di silenzio, Leo disse: - Non pu essere
un caso che rivediamo nei sogni persone che abbiamo amato
e conosciuto. Di sicuro  una forma di desiderio.
Sonia era rannicchiata su una poltrona. Gett qualche
sguardo a Leo mentre parlava, poi si abbracci le ginocchia
e si dondol un paio di volte. Pronunci una parola sottovoce,
ma non riuscii ad afferrarla.
Restammo tutti in silenzio. Guardai una candela scoppiettare
per un istante prima di spegnersi. La festa era quasi finita.
Sonia sussurr che le sarebbe piaciuto vedermi presto.
Leo baci con naturalezza la mano di mia sorella. Di sicuro
Burton avrebbe voluto fare lo stesso, ma il baciamano non
era nel suo repertorio. Divent paonazzo quando Inga lo salut
baciandolo su entrambe le guance. La mia ultima immagine
della serata fu mia madre che, con sguardo circospetto
e vigile, osservava Inga dare la buonanotte a Henry.
Miranda e io tornammo a casa in taxi e la invitai da me
per il bicchiere della staffa. Utilizzai proprio quell'espressione,
che sembrava strana in bocca a me, ma lei rifiut. Mi baci
educatamente su entrambe le guance, mi ringrazi per la
bella serata e mi lasci ai miei immaginari exploit, in cui
lei, come sempre, non ricopriva un ruolo secondario.
Mio padre torn a casa sulla S. S. Milford ai primi di aprile
del 1946, sbarc a Seattle, dove mangi un pezzo di carne
piccolo, duro, e gustoso che avrebbe dovuto essere una bistecca,
offerto dall'esercito, e fu frettolosamente congedato. Il mio
ultimo attacco serio di malaria era cominciato prima di salire sul
treno per casa. All'inizio si sente un forte bruciore nei bulbi oculari
i brividi e la febbre arrivano dopo. Il mio compagno di viaggio
era un sergente diretto a Camp McCoy nel Wisconsin per il
congedo. Di tanto in tanto estraeva una lettera e la leggeva. Avevo
la sensazione che non contenesse buone notizie. Pi tardi,
quando cominciai a sentirmi meglio, mi raccont che sua moglie
aveva conosciuto un altro uomo, voleva il divorzio e sosteneva
che era colpa sua. Quell'uomo non era una compagnia piacevole,
ma aveva voglia di parlare. L'ultima carrozza aveva una
specie di piattaforma sul retro. Non so come finimmo li, appoggiati
alla ringhiera di ferro a guardare l'orizzonte occidentale da
cui ci stavamo allontanando, e a un certo punto dichiar - non
senza timore che qualcuno lo sentisse - che appena arrivato a casa
avrebbe ucciso sua moglie.
Ovviamente non riuscii a tenere a bada il mio sconcerto come
sembra raccontandolo ora. Erano le sbruffonate di un soldato?
Uno scherzo per vedere come reagivo? Dovevo trovare il modo
di denunciarlo? Avevo la sensazione di dover difendere quella
moglie. Prima optai per un discorso sul genere : Non puoi dire
sul serio. Citai il fatto che almeno una volta la settimana
qualcuno nella nostra unit riceveva una lettera di benservito.
Benvenuto nel club era quanto di meglio i miei commilitoni
riuscissero a tirar fuori in tali occasioni. Ti mettiamo in lista
per una medaglia al valore, dicevano altri. Anche Salterai su
un altro treno passava per saggezza militare. Gli dissi che trovavo
il suo piano molto stupido. Quando arrivammo a St Paul,
aveva deciso di andare prima a trovare i genitori, poi una sorella
sposata. Solo pi tardi avrebbe affrontato la moglie: non mi
parve pi il caso di denunciarlo.
Mio padre prese l'autobus per Cannon Falls. Suo padre
stava facendo il suo turno al sanatorio di Mineral Springs, e
Lotte era al lavoro a South St Paul. Mia nonna, zio Fredrik
e Ragnild Lund lo aspettavano in stazione. Mia madre perse
completamente la sua compostezza quando mi vide. Fu una sceneggiata.
Ragnild, che faticai a riconoscere da quanto era dimagrita,
osservava leggermente imbarazzata. In Fredrik c'era qualcosa
di strano, che inizialmente non riuscivo ad afferrare, ed era
cresciuto almeno di una spanna dall'ultima volta che l'avevo visto.
Poi, saliti sulla Ford 1935 della mamma, andammo a casa,
dove nulla era cambiato a parte l'ulteriore deterioramento degli
edifici, soprattutto il granaio. Quello fu il mio ritorno a casa.
Mia nonna doveva essere scoppiata a piangere. Io lo trovo
normale, ma in questo brano mio padre, solitamente molto
compassionevole, esprime come minimo irritazione, se non
addirittura vergogna. Si era forse messa a urlare e gemere?
Si era gettata su di lui? Manca qualcosa. Nel seguente paragrafo,
c' il tentativo di un'ulteriore spiegazione. La capacit
di preoccuparsi di nostra madre non aveva confini. Pur sapendolo,
stentavo a comprendere ci che aveva passato durante il mio
periodo oltremare. C'erano state alcune vittime di guerra nella
nostra comunit. Man mano che quei telegrammi infausti raggiungevano
le famiglie dei nostri conoscenti, le sue paure aumentavano.
Il pastore Adolph Egge aveva pianto sul pulpito durante
le funzioni commemorative, ricordando i giovani che aveva
cresimato. Mia madre aveva vagato negli inferi della disperazione
per giorni e giorni. Mio padre, come d'altronde chiunque altro,
non sapeva come affrontare la cosa. Mi sono chiesto spesso
che impatto avesse avuto tutto questo su Fredrik, o su Lotte, ma
lei era pi grande e non viveva a casa.
Ho un vago ricordo di mio padre che smantella il vecchio
granaio con zio Fredrik. Potrei sbagliarmi.  possibile che
mio padre me l'abbia solo raccontato, e che io abbia associato
un'immagine al suo racconto. Quel che  certo  che non
voleva che quella struttura fatiscente andasse in rovina. Mi
viene in mente l'espressione pugno in un occhio. Si assicur
che il granaio venisse demolito. Una questione di orgoglio.
Dopo aver parlato con la madre del signor T., il medico
di turno in reparto scopr quello che io gi sapevo: il signor
T. aveva smesso di prendere le medicine. A quanto pareva
lo Zyprexa aveva agito bene sui sintomi, ma l'aveva anche
fatto diventare obeso, e dopo un anno l'aumento di peso e
quella che definiva testa lenta gli erano parsi insopportabili.
L'interruzione improvvisa della cura aveva precipitato
la crisi psicotica a cui avevo assistito. Stavano provando il
risperidone, che mi parve una scelta ragionevole. Il dottor N.
era di fretta, e quando gli chiesi cosa ne pensava degli appunti
del signor T., accenn a un disturbo del pensiero e chiuse
il discorso. Quando era mio paziente, il signor T. si era
guadagnato la mia comprensione e poi il mio affetto. I suoi
nonni paterni erano sopravvissuti ai campi di concentramento
nazisti, ma il padre non ne aveva mai parlato. Rilessi i miei
vecchi appunti. Le primissime parole che mi aveva detto erano
state: La terra urla.
La signorina L. mi raccont che quando era molto piccola,
pi o meno a due anni, la madre l'aveva trascinata gi
dal lettino nel cuore della notte e l'aveva sbattuta pi volte
contro il muro come una bambola di pezza. Il ricordo le
era tornato alla mente all'improvviso, e continuava a rivedere
la scena. Quando termin di descrivermela, disse con una
traccia di sorriso: - Tentato omicidio.
Ho avuto in cura molti pazienti che avevano subito traumi
infantili - erano stati picchiati, violentati, molestati
sessualmente - ma ebbi subito la sensazione che ci fosse qualcosa
che non andava nella storia della signorina L. L'amnesia
infantile blocca i ricordi espliciti risalenti a una cos tenera
et, ma a volte le persone si convincono che eventi accaduti
in un certo periodo siano avvenuti molto prima. Anche
l'espressione come una bambola di pezza stonava, perch
pareva suggerire che la paziente non fosse coinvolta, ma stesse
osservando la scena. Questa specie di visione dissociata
pu verificarsi quando le persone sono gravemente traumatizzate,
ma l'accenno della signorina L. al tentato omicidio
rimandava a una scena da tribunale, e il sorrisetto che aveva
seguito il racconto mi aveva messo in guardia sulla sua valenza
sadica. Era come se fossi io la bambola di pezza, non lei.
Quando le espressi i miei dubbi, rimase in silenzio per tre
minuti, fissandomi con uno sguardo vuoto. Le ricordai il nostro
accordo. Se non aveva niente in particolare da raccontare,
doveva dire qualunque cosa le venisse in mente. Le parole
ti odio vennero in mente a me, e sentii il pronome insinuarsi
tra di noi. Tu mi odi. Cosa intendevo?
La signorina L. cominci ad accarezzarsi le cosce mentre
continuava a fissarmi. Poi prese a massaggiarle. L'effetto fu
immediato. Mi eccitai ed ebbi la fantasia di schiaffeggiarla
forte facendola cadere dalla poltrona. Lei sogghign, ed ebbi
la netta impressione che mi stesse leggendo nel pensiero.
Le sue mani smisero di muoversi. Quando le dissi che i suoi
gesti seducenti sembravano un tentativo di tenermi sotto controllo,
la signorina L. ribatt: - Sa che la mia matrigna  venuta
a curiosare nel mio palazzo e a parlar male di me ai vicini?
Le chiesi quali prove avesse, e lei sbott: - Lo so e basta.
Se non si fida di me, qual  il punto?
Il punto era esattamente quello, ma dicendoglielo alzai un
altro muro.
Quando se ne and mi sentii disorientato. Le illusioni della
mia paziente, la paranoia e quelle che temevo fossero bugie,
mi avvolgevano come una nebbia velenosa da cui cercavo
disperatamente di uscire. Alla fine della giornata telefonai
a Magda e le lasciai un messaggio. Sapevo di aver bisogno
di aiuto con la signorina L. Mentre aspettavo la metropolitana
trovavo difficile pensare, se non a frammenti, e quando
il treno entr sferragliando in stazione ebbi la terribile
impressione che il cigolio delle rotaie avesse qualcosa di
umano.
Esattamente una settimana dopo la cena da mia sorella,
fui svegliato da strani rumori sopra la camera da letto. Stavo
sognando di costruire un marchingegno con una carrucola
che avrebbe facilitato il recupero dei libri dalla mia biblioteca.
Al braccio del congegno era attaccata una specie di mano,
ma quando cercavo di usarla per afferrare un volume, le
dita si riducevano a inutili moncherini. Mezzo addormentato,
di primo acchito pensai che quelli che sentivo sopra di me
fossero i passi di mia madre, ma poi ricordai che lei si era sistemata
da Inga. Forse qualcuno stava camminando nella casa
accanto. Nelle vecchie case di arenaria spesso  difficile
capire da dove provengono i suoni. Non sarebbe stata la prima
volta che mi lasciavo trarre in inganno. Mi drizzai a sedere,
trattenni il respiro e restai in ascolto. No, i passi erano
proprio sopra di me. C'era qualcuno nel mio studio. Un intruso.
Facendo meno rumore possibile, composi il 911 e bisbigliai
le informazioni nel ricevitore. La centralinista disse
varie volte: - Non riesco a sentirla, - ma alla fine riuscii a
farle capire l'indirizzo e la situazione. Nei momenti successivi
valutai le conseguenze delle mie azioni. Se fossi rimasto
immobile, il ladro avrebbe potuto prendere ci che voleva e
andarsene. Ma mentre lo udivo muoversi al piano di sopra,
mi ricordai del martello che avevo lasciato nel ripostiglio dopo
aver messo un gancio in pi all'interno della porta.  terribile
cercare di muoversi silenziosamente nel cuore della notte,
quando ogni rumore viene amplificato, ma riuscii ad avvicinarmi
al ripostiglio, ad aprirlo con un unico cigolio e ad
afferrare il martello. Poi mi avvicinai alla porta, la socchiusi
e mi appostai dietro per avere una buona visuale sul corridoio
e sulle scale. Sapevo che se l'intruso avesse cercato di
scendere le scale, ogni gradino avrebbe scricchiolato. Aspettai,
immobile. La persona scese lentamente, fermandosi tra
un gradino e l'altro per un tempo che sembrava eterno. Finalmente,
nello spazio tra i gradini, vidi una grossa scarpa da
ginnastica, seguita da un polpaccio nudo e dall'orlo di un paio
di bermuda abbondanti. La parte bassa del corpo era illuminata
debolmente dal lucernario in alto. I miei polmoni si erano
ridotti a due involucri senza aria, e feci consapevolmente
un respiro profondo perch non mi girasse la testa. Poi vidi
mani che non impugnavano armi, seguite da un torace
magro in una T-shirt abbondante. L'uomo stava scendendo
con grande prudenza le scale, che cigolavano rumorosamente.
Si tenne al corrimano finch non raggiunse il pianerottolo,
poi si ferm. Pian piano, con cautela, procedette nel corridoio
verso di me. Dalla porta del bagno aperta, una luce di
sicurezza illumin il viso di un giovane con i capelli neri e la
pelle olivastra, una quindicina di centimetri pi basso di me.
A pi o meno un metro dalla porta lo vidi mettersi la mano
in tasca, e a quel punto balzai nel corridoio brandendo il martello.
Mentre gridavo, - Cosa ci fai in casa mia! - vidi che
l'oggetto che aveva estratto dalla tasca era una piccola macchina
fotografica digitale, e nello stesso istante capii che mi
trovavo faccia a faccia con Jeffrey Lane. Quella rivelazione
mi fece abbassare il martello. Poi rimasi impietrito. Lui colse
l'occasione al volo, si volt e si mise a correre, ma ebbe la
sfacciataggine di fermarsi a fotografarmi. In un nuovo impeto
di rabbia, lo inseguii su per le scale urlando che avevo chiamato
la polizia. L'uomo sal i gradini due alla volta, attravers
con un balzo il pianerottolo, spalanc la porta che dava sul
tetto e si arrampic sulla scala d'acciaio con me alle calcagna.
Mentre salivo, vidi che la botola era aperta. Tentai di afferrargli
un piede, ma era troppo svelto per me. Quando riuscii
a inerpicarmi sul tetto, l'uomo stava gi sfrecciando oltre il
comignolo dei vicini; ansimando, lo guardai sparire tra le file
di case.
Raccontai tutto alla polizia, tranne il fatto che conoscevo,
o pensavo di conoscere, l'identit dell'intruso, e che aveva
scattato delle foto. Il fatto di mentire mi fece sentire a disagio,
e al tempo stesso mi resi conto di quanto mi era facile,
come se ci fossi abituato. Ma qualche secondo dopo che
le parole mi erano uscite di bocca, mi domandai se il mio tentativo
di proteggere Miranda non fosse inopportuno. Un uomo
che entra di nascosto in casa di qualcuno e scatta delle
foto dovrebbe essere arrestato, no? Per sapevo di aver fatto
uno stupido errore. La domenica precedente ero salito a
controllare il lucernario perch durante un acquazzone avevo
notato una perdita. Avevo fatto parecchi viaggi con pennello
e sigillante per riempire le crepe nel catrame, e dovevo
essermi dimenticato di bloccare la botola alla fine.
Quando la polizia ebbe terminato di verbalizzare la mia
dichiarazione, ammettendo con garbo che quel tipo di episodi
si concludeva di rado con l'arresto del presunto colpevole,
tornai in cucina, mi versai un po' di vino rosso e lo bevvi
lentamente. Se non avessi visto la macchina fotografica avrei
potuto uccidere quell'uomo. Aveva rischiato stupidamente.
Voleva arrivare a Miranda? Cosa ci faceva nel mio studio?
Mentre rimuginavo sull'episodio, mi parve di ricordare l'espressione
che aveva in viso appena era riuscito a scattarmi
la foto. Si trattava di eccitazione? No. Le associai un'altra
parola: euforia. Per un istante, l'ex di Miranda, il padre di
Eglantine, era sembrato euforico. Per lui, pensai, la fotografia
 una forma di furto, un'incursione che agisce come stimolante.
Era un ladro di sembianze.
- Sembra una cosa da lui, e al contempo non sembra proprio
da lui, - disse Miranda. - Una volta mi ha raccontato
che alle superiori rubava nei negozi, non perch volesse quelle
cose, ma come atto di ribellione nei confronti del
consumismo -. Rimase in silenzio. - Litigavamo. Lui mi chiamava
bacchettona moralista Sorrise pronunciando quelle
parole. - Non ti ha preso niente, vero?
- Non manca niente, per quanto ne so -. Eravamo seduti
nel soggiorno di Miranda. Eglantine era in giardino. La
sentivo cantare. - Penso che cercasse te, - dissi.
- Sai cosa penso? Probabilmente voleva fotografare la casa,
magari voleva entrare nel nostro appartamento e fotografare
me ed Eggy mentre dormivamo.
- Perch?
- Be', gli piace fotografare le persone mentre dormono.
Gli piace perch i soggetti non lo sanno, sono vulnerabili.
- Ma non hai paura di lui?
- Non penso che ci farebbe del male, se  questo che intendi.
Miranda guard lontano per un momento. Era difficile
capire cosa provasse o non provasse per Lane. Dopo
qualche secondo di silenzio, le chiesi di vedere alcuni dei suoi
disegni ispirati dai sogni.
Nonostante avessi intravisto il mostro di Miranda, non
sapevo cosa aspettarmi. Mi spieg che per i sogni preferiva
raccontare la storia a vignette. Il primo pannello occupava
tutta una pagina. Abbassai lo sguardo su una grossa scala interna,
riprodotta meticolosamente e colorata in tonalit fredde
di azzurro. La precisione e la quantit di dettagli mi fecero
pensare ai fumetti di Superman che quando ero ragazzino
tenevo nascosti sotto il materasso. Miranda aveva usato penna,
matite colorate e acquarelli. Dopo un momento notai che
la prospettiva era leggermente sfalsata, cio non seguiva le
regole a cui ormai siamo abituati, e quella lieve alterazione
creava l'effetto onirico a cui Miranda aveva accennato a cena.
Vicino alla cima del foglio c'era una porta rossa e stretta,
anche quella un po' inclinata. Il secondo disegno rappresentava
una grande stanza in cui spiccava un unico mobile:
un letto di ferro con un malconcio materasso a righe. In alto
c'era una finestra con quattro pannelli di vetro. Nel disegno
successivo, il letto era visto dall'alto e sopra c'era una persona,
una persona fragile, anziana il cui corpo era coperto da un
lenzuolo. Non si capiva se fosse un uomo o una donna, ma
aveva la testa piccolissima, avvizzita, simile a una testa mozzata
e fatta seccare che avevo visto una volta, tranne per il
colore, che era il giallo biancastro della panna quando si sta
trasformando in burro. Sotto il lenzuolo si intravedeva la sagoma
di un corpo minuscolo rannicchiato in posizione fetale.
Nell'ultima immagine, il lenzuolo era stato tolto, e anche
se la testa rimaneva miniaturizzata, il corpo esposto occupava
tutto il lettino, un robusto torace femminile con lunghi
arti atletici, di un bel marrone caldo. Uno dei piedi era incatenato
alla colonnina del letto. La testolina raggrinzita risultava
grottesca su quel corpo voluttuoso, e guardandola mi
sfugg un'esclamazione sorpresa.
- Lo so, - disse Miranda, -  terribile, e penso fosse ancora
peggio nel sogno. Ero terrorizzata. Ho fatto subito uno
schizzo della testa, ma mentre lavoravo alla sequenza ho
capito all'improvviso da dove veniva. Sto leggendo molto a proposito
della storia della Giamaica -. Indic il cranio rugoso.
-  come se quella fosse la piccola testa bianca dei colonizzatori
che vuole dominare l'enorme corpo nero della Giamaica.
Guarda, un piede  incatenato, schiavo, l'altro  libero,
come i maroon. E come se il mio cervello avesse compresso
tutto in una singola, orribile figura -. Fece una pausa. - Ma
penso che in questa parte la testa minuscola e il corpo vecchio,
- prosegu Miranda tracciando con un dito i contorni
della sagoma sotto il lenzuolo, - siano stati ispirati da mia
nonna. Era rimpicciolita prima di morire. Mia madre diceva
che alla fine era come tenere in braccio un bambino. Suo nonno
era un bianco, quindi  tutto mischiato, e c' anche sangue
indiano nella mia famiglia. Nonna era molte cose insieme.
Aveva frequentato le scuole anglicane, letto i poeti inglesi
e ci teneva molto al decoro e alle buone maniere. Le sue
figlie e nipoti dovevano diventare perfette gentildonne. Al
tempo stesso, sapeva tutto di erbe curative e adorava raccontare
storie di duppy.
- Duppy?
- Fantasmi, spiriti.
- Mia nonna sentiva i passi del fantasma del nonno che
entrava e usciva di casa. Giurava che il suo cappello andava
e veniva con lui.
Avevo sperato di vedere altri sogni, ma Eggy ci corse incontro
e, saltellando davanti alla madre, disse: - Mammina,
ti prego, possiamo andare al parco, per favore?
Cos passeggiammo per un paio d'ore a Prospect Park, facendo
un gran giro attraverso i prati fino allo stagno e poi inoltrandoci
nel bosco su sentieri che non avevo mai imboccato
prima. Miranda e io camminavamo. Eggy saltellava, piroettava,
faceva ruote sbilenche, correva. Dopo aver chiesto il permesso
ai padroni, carezzava ogni cane che incrociavamo. Chiamava
le anatre, si complimentava con i passanti per i loro abiti:
Che bel cappello, Mi piace il tuo vestito, Carine
quelle scarpe da ginnastica, rendendoci praticamente impossibile
incrociare animali o esseri umani senza farci notare. Mentre
guardavo la bambina davanti a me, mi tornavano in mente,
a sprazzi, alcune immagini della sera prima, ma anche se
non stavo attivamente rievocando l'uomo che si era calato dal
tetto, capii che quell'incontro aveva lasciato delle tracce nel
mio corpo, i postumi di un'ansia che mi faceva aumentare il
passo se udivo un rumore e mi rendeva sensibile alla gente intorno
a noi. Mi voltai varie volte per capire da dove proveniva
il rumore di passi che sentivo. Non ne parlammo, ma ebbi
la sensazione che anche Miranda fosse irrequieta. Quando
Eggy insegu uno scoiattolo fuori dal sentiero e scomparve nel
sottobosco, Miranda la chiam con un tono stridulo che non
le avevo mai sentito usare prima di allora. Eggy spunt subito
fuori. - Mammina, - disse, guardando la madre con un'espressione
confusa. - Sono qui. Sono qui. Non preoccuparti -. Miranda
sembrava imbarazzata. Si chin e sorrise alla figlia: - Devo
tenerti d'occhio, - disse, - non sparire.
Mentre camminavano, Miranda mi raccont che la sua famiglia
si era trasferita a New York dopo che lo zio era morto.
Il padre di lei era stato in affari insieme a quel fratello minore,
e la sua morte era stata un colpo terribile per lui, che
aveva una sorella a Londra e un altro fratello in Giamaica ma
non si era mai sentito unito a loro come a zio Richard. Pronunciando
il suo nome, Miranda abbass la voce e distolse
lo sguardo. Suo padre aveva venduto l'attivit e si era stabilito
a Brooklyn, dove conosceva molte persone nella comunit
giamaicana. La famiglia aveva acquistato una grande casa
vittoriana in Ditmas Park, dove abitavano ancora i suoi
genitori. I bisnonni paterni di Miranda erano stati entrambi
attivi nel movimento panafricano e avevano conosciuto Marcus
Garvey. Era evidente che Miranda era orgogliosa di loro,
soprattutto della bisnonna, Henrietta Casaubon. - Aveva
la pelle chiarissima, cosa che a quell'epoca conferiva un
certo status. Era istruita, laureata in storia, ed era anche molto
carina, - disse. - Poi incontr il mio bisnonno, George,
che aveva grandi idee sull'identit nera e... be', le apr nuovi
mondi. Per mi sa che lui correva dietro alle donne e che
il matrimonio non fu poi tanto felice. Abitarono ad Harlem
per un po', ma alla fine tornarono in Giamaica. Mio padre
mi ha raccontato che, quando erano a New York, Henrietta
aveva una cugina di primo grado a cui non poteva far visita
perch si faceva passare per bianca.
Alla fine Eggy era stanca, cos la portai in spalla per parecchi
isolati. Mi stringeva il mento con le mani e io la tenevo
ben salda per le gambe. Dopo un po' mi appoggi la guancia
sulla testa e si mise a cantare, con la sua vocina dolce:
- Erik, Erik sei un bravo dottore, a casa tua mi passa la bua,
mi passa la bua... - Poi i bua scemarono in un mormorio acuto
intervallato da pause.
Non volendo separarmi da Miranda e sua figlia, le convinsi
a cenare con me. Ordinammo qualcosa da un ristorante
tailandese e mi resi conto che mi piaceva il modo in cui
Miranda mangiava. Masticando piano, mi guardava con quei
suoi grandi occhi intensi e ascoltava con tale concentrazione
da rendermi goffamente consapevole di ogni parola che pronunciavo.
Dopo aver messo Eggy davanti alla videocassetta
di Cantando sotto la pioggia, mi chiese del mio lavoro.
- Perch hai lasciato il posto in ospedale?
- Era dura, - dissi. - Turni lunghissimi. Un'emergenza
dopo l'altra. La burocrazia era sempre peggio e la qualit delle
cure anche. Il business delle assicurazioni. Non vogliono
tenere ricoverato nessuno. Sbattono fuori i pazienti troppo
in fretta. E in pi guadagnavo meno di adesso -. E poi, pensai
tra me e me, Sarah.
Non posso dirle questa parola. Non posso dirla perch  vietata
e non ha senso. L'ho scritta sulla carta. Abbasso lo sguardo
sulla parola. Sarah aveva scritto il pronome Io.
- Tutto bene? - mi chiese Miranda con gentilezza.
- S, - dissi.
- Probabilmente pensi che Jeff sia pazzo come i tuoi pazienti,
ma io non credo sia cos. Quando mi mandava le foto,
ero infastidita, ma il fatto  che da sempre lavora a qualche
progetto assurdo. Ha un milione di foto appiccicate sui
muri. Magari ha tolto un naso o un oggetto per sostituirlo
con qualche altra cosa. Ha seguito molte persone, scattato
foto e manipolato i risultati. Gli piaceva dire: Sto rifacendo
il mondo -. Miranda guard un punto alle mie spalle,
verso la cucina.
Appoggiai una mano sulla sua. Lei abbass lo sguardo e
sfil le dita da sotto le mie. La canzone Make 'Em Laugh riecheggiava
dalla camera vicina, e mi chiesi se Eggy avesse alzato
il volume. Miranda mi guard e disse: - Non so come
dirti quanto ti sono grata per la tua gentilezza con me ed
Eglantine -. Sentii tornare la vecchia formalit nella sua voce
e distolsi lo sguardo. - Sei bravissimo con noi -. Ogni parte
del mio corpo si irrigid mentre continuava a parlare, e anche
se l'ascoltavo, avevo l'impressione che una parte di me
si fosse allontanata lasciandosi noi due alle spalle. Aspettavo
la parola che non poteva non arrivare, e infatti arriv. - La
tua amicizia  molto importante per me. Non voglio perderti
come amico, ma le cose sono molto complicate per me adesso -.
Miranda continu ancora a parlare, ma non ricordo molto
di ci che disse, perch non aveva importanza. Mi era
stato ingiunto di battere in ritirata, e mentre stavo seduto
davanti a lei fingendo di ascoltarla, guardavo le vaschette
bianche con gli avanzi di maiale al basilico e pollo al curry e
un grumo di riso al vapore appallottolato nel piatto di Eggy,
ed ero vagamente consapevole della canzone che raggiungeva
il culmine: Make 'em laugh, make 'em laugh, make 'em
laugh! Falli ridere! La fitta appena sotto le costole arriv,
un dolore sordo e familiare. Mi venne da pensare a una
parola desueta: dolente. Dal latino doleo, mi dissi. Il dolente
dottor Davidsen. Quando madre e figlia se ne andarono,
mentre buttavo via le vaschette e pulivo i piatti, ricordai una
storia che mi aveva raccontato mio padre su un nostro parente,
un certo Sjur Davidsen, che aveva lasciato Bergen, in Norvegia,
nel 1893. Pap conservava delle lettere che l'uomo aveva
scritto ai miei nonni, e notando che si erano interrotte nel
1910, aveva rintracciato uno dei nipoti di Sjur per informarsi
sulla sua sorte. La risposta fu che Sjur Davidsen si era tolto
la vita nel 1911 a Minot, nel North Dakota. - Dicono che
l'abbia fatto per kvinnesorg, - mi aveva raccontato mio padre.
Una parola che letteralmente significa donna-dispiacere.
Accompagnai mia madre all'aeroporto. Per buona parte
del tragitto chiacchier del suo ritorno in Minnesota, dell'appartamentino
che l'aspettava e di vari amici che era impaziente
di rivedere. Dopodich restammo in silenzio. Poi mi
chiese cosa ne sapevo di Henry, e quando le risposi: - Praticamente
nulla, - annu con aria pensosa.
- Miranda ha un bel modo di fare, - disse.
- S,  vero.
- Raffinato.
- S, - dissi, guardando mia madre e chiedendomi dove
volesse andare a parare. L'infanzia in tutto e per tutto borghese
di mia madre in Norvegia l'aveva resa molto sensibile
alle sfumature del comportamento sociale.
- Pu essere difficile, - disse.
- Parli del fatto che Miranda  nera? - dissi.
Si volt verso di me e sorrise. - Quello, - disse, - e il fatto
che ha una figlia dal primo matrimonio e che in lei ho sentito
una specie di... - si interruppe per scegliere la parola. -
Ambivalenza.
Non c'era bisogno che aggiungesse nei tuoi confronti.
Provai una fitta di orgoglio ferito misto all'irritazione per il
suo accenno eccessivamente delicato alla razza. Notai anche
che non l'avevo corretta sul primo matrimonio. Restammo di
nuovo in silenzio.
Il traffico scorreva bene, ma a un certo punto, poco prima
dell'uscita per LaGuardia, le auto rallentarono e, mentre
avanzavamo a passo d'uomo, mia madre disse: - Sai che mi
ci  voluto un anno intero per ottenere il visto per andare negli
Stati Uniti a sposare tuo padre?
- Me lo ricordo, - dissi.
- Non vedevo Lars da moltissimo tempo -. Mia madre tast
la borsetta che teneva in grembo. - Quando sono scesa
dalla passerella, lui mi stava aspettando. Si  avvicinato, io
l'ho guardato ed  stato come se non lo conoscessi, come se
fosse un estraneo. Non so spiegarti quanto sia stato inquietante,
Erik. Ma poi tuo padre ha cominciato a parlarmi e a
gesticolare, e all'improvviso era di nuovo il solito, caro Lars.
- Quanto  durato... per quanto non sei riuscita a riconoscerlo?
- Be', l'ho riconosciuto, ovviamente, ma in un certo senso
non era lui. Non so.  stato molto rapido, nemmeno un
minuto, forse solo qualche secondo, ma non l'ho mai dimenticato.
Quando ci congedammo davanti al controllo sicurezza,
mia madre mi abbracci forte una sola volta e mi guard negli
occhi: - Erik, - disse con voce dolce, bassa, - se potessi,
le farei un incantesimo, - poi si volt, mise la borsetta e le
scarpe sul nastro trasportatore e aspett che la donna in
uniforme le facesse cenno di passare sotto l'arco del metal
detector.
Nonostante la gioia del ritorno a casa, scriveva mio padre,
vissi un'estate di diffuso malcontento. Ero a casa ma avevo nostalgia
di casa.Mi mancava la vita dell'esercito, non solo la mia
cerchia di amici, ma il cameratismo che solo il servizio militare
pu offrire. Mi mancava il trambusto della vita quotidiana e le
battute amichevoli, quel modo di mettercela tutta sia nel lavoro
sia nel tempo libero, senza mischiare le cose. Ero giunto ad
apprezzare l'ordine e l'irreggimentazione militare, sempre che
rientrassero nei limiti della giustizia, e persino gli eccessi di zelo
quando si trattava della cura degli acquartieramenti, delle armi
e dell'equipaggiamento. Trovavo sciatta e a volte caotica la vita
civile, e persino la mia casa.
Mio padre trascorse una buona parte dell'estate del 1946
a tagliare alberi. Il tutto ebbe inizio da una conversazione tra
mio nonno e un vicino. Il vecchio Larsen gli aveva detto che
stavano morendo parecchi alberi nella sua propriet, e mio
padre si offr di comprarne un po' come legname da costruzione.
Il mattino dopo ci incontrammo per segnare gli alberi che
sarebbero andati a me, magnifici vecchi esemplari con il tronco
che arrivava fino a dodici metri prima di ramificare. Le querce
erano a quattro dollari l'una, mentre i tigli, il cui legno  morbido,
erano a tre. Tagliare legna non  un lavoro estivo. I boschi
sono caldi e umidi, l'aria  immobile, infestata da zanzare e moscerini.
I miei attrezzi erano una sega, un'ascia, una mazza e un
set di cunei di ferro. Lavoravo da solo, a parte un aiuto da pap
e da Fredrik per far cadere gli alberi. Mi godevo la solitudine
di quel lavoro e avevo un'energia infinita che dovevo sfogare. Ricordo
la soddisfazione di andare a letto fisicamente esausto. Usare
la sega da solo  sfiancante; a differenza della sega manovrata
da due persone, devi sia tirare che spingere.
Ricordo mio padre alle mie spalle con le mani sulle mie
mentre alzavamo l'ascia insieme e poi l'abbassavamo dritta
sul tronco, che si spaccava in due met perfette lungo le
venature. In seguito, imparai a tagliare la legna da solo, sotto
la supervisione di mio padre. Dopo un po' mi facevano male
le braccia e tutto il corpo si stancava, ma non glielo dicevo.
E aveva ragione: si provava un grande piacere nel colpire
il segno e vedere il tronco spaccarsi davanti agli occhi. Mi
sembra di vederlo anche adesso, che sorride con il sudore che
gli cola sulla faccia, le maniche della camicia arrotolate al di
sopra dei gomiti, le mani sulle cosce mentre guarda la legna
accumularsi. - Niente male, Erik, niente male.
Da solo nei boschi, l'ex sergente spingeva e tirava con la
sua sega. Incideva e staccava la corteccia degli alberi moribondi,
i suoi imponenti nemici in una gara di necessit emotiva.
Non aveva idea di cosa ne avrebbe fatto di quel legname,
ma abbattere querce e tigli aveva uno scopo che andava
ben oltre la semplice utilit: il lavoro come esorcismo. Fu zio
Fredrik a dirmi che non aveva idea di cosa mio padre avesse
passato durante la guerra, finch un giorno suo fratello aveva
sfondato il soffitto con un pugno mentre dormiva. Fredrik
non approfond, ma ho il sospetto che i diavoli di mio
padre fossero una legione. Alcuni erano entrati in lui quando
era nel Pacifico, ma ce n'erano anche altri. Dopo aver assicurato
l'incompetente psichiatra militare di Fort Snelling
che le ragazze gli piacevano, doveva aver pensato di essersi
lasciato alle spalle i vecchi demoni. Forse per quando si era
trovato di nuovo in quel luogo, i fantasmi erano tornati a ululare
alla vista della minuscola abitazione e del granaio vuoto,
cadente, la casa fuori.
La sofferenza che avevo provato durante il discorso di Miranda
non mi abbandonava. Mi ero rifugiato in una visione
del futuro che includeva lei ed Eggy, e senza quell'immaginario
tempo a venire sprofondai nel ben pi cupo scenario
del presente senza amore. Al mattino mi svegliavo avvolto
in una nube, e sebbene solitamente si dipanasse mentre ero
con i miei pazienti, sapevo di essere entrato in una fase che,
in gergo medico, viene definita anedonia, assenza di gioia.
Ero anche consapevole che la mia reazione alle parole di Miranda
non poteva essere disgiunta dalla morte di mio padre,
che mi pareva di non aver elaborato a sufficienza. Evidentemente
il mio esame delle sue memorie e gli appunti quotidiani
su di lui erano forme di elaborazione del lutto, ma c'era
anche qualcosa che mi mancava, e quell'assenza si era trasformata
in agitazione. Le notti erano tremende. Come se
fossi posseduto, ascoltavo la miriade di voci che chiedevano
pi spazio nella mia testa, un discorso interiore frammentario
accompagnato da immagini che inevitabilmente diventava
pi sconnesso man mano che entravo nella terra di confine
tra veglia e sonno. Una notte vidi una figura snella simile
a mia madre. Prima era sola nella vecchia casa, poi camminava
lungo il ruscello avanzando di buon passo, determinata,
ma a un certo punto rallentava e cominciava a barcollare sul
sentiero. Se potessi, le farei un incantesimo. Come faceva a
saperlo? Nessuno sa perch dormiamo o sogniamo. So che non
dirai mai niente di quello che  successo. Non ha pi importanza
ora che lei  in cielo, e nemmeno per coloro che sono in terra.
Le parole nella lettera di Lisa mi tormentavano, come se
ne fossi in qualche modo coinvolto, responsabile. Qualche
volta, mentre scivolavo finalmente nel sonno, sentivo mio
padre tossire - un suono inconfondibile quanto la sua voce -
e mi risvegliavo con un sussulto. Mi teneva sveglio anche una
moltitudine di fantasmi erotici in continuo mutamento, obbedienti
meretrici inventate per allentare la pressione sessuale
che mi opprimeva come le cinghie di una camicia di forza.
Man mano che la mia brama onanista andava montando, le
figure di fantasia cominciavano inevitabilmente a somigliare
a Miranda, e i miei immaginari accoppiamenti con la sua
controfigura erano violenti, furiosi, per niente delicati, e dopo,
l'amarezza e il senso di colpa mi schiacciavano il petto
come una gelida sbarra metallica. Cos, un pensiero angoscioso
si susseguiva all'altro. Ero preoccupato per Lane, e
spesso mi sembrava di sentire dei passi sul tetto. Sognai di
trovare una macchina fotografica vicino al letto, e, aprendo
il retro, sangue e muco mi schizzavano sulle mani, come da
un animale ferito. Ero preoccupato per mia sorella e per la
donna sconosciuta nel parco, e mi facevo delle domande su
Henry. Aveva occhi da falco. Stava scrivendo un libro su
Max. Penso che c'entri pap. Durante quelle crisi notturne,
indagavo sui personaggi di Max - Rodney Fallensworth,
Dorothea Stone, Mrs Hedgewater, e il clown, l'Uomo Verde -
come se fossero stati indizi narrativi. Ricordavo la strana storia
di Un uomo a casa, e mi chiedevo se la famiglia perduta
di Horace celasse i desideri oppure le paure segrete dell'autore.
Ripensavo alle dita di Arkadi che formavano parole in
Nel blu, come se i segni fossero un messaggio da decifrare.
Cosa cercava Inga mentre rivedeva il film? E la giornalista
dai capelli rossi cosa pensava di sapere, con quel suo ghigno
indecente? Come se fossi stato l presente, vedevo Sarah che
si buttava dalla finestra dell'appartamento della madre e precipitava
per dodici piani. Poi la madre sconvolta che urlava
nel mio studio: - E stato lei a dimetterla! L'ha uccisa! - i capelli
rigidi di messa in piega che rimanevano immobili nonostante
gesticolasse in modo isterico. La voce della signorina
L. come colpi d'ariete. La mia paura. La voce di Peter Fowler,
la sua mano sulla mia schiena: - Carbamazepina, amico,
perfetta per la rabbia -. Prepotente, presuntuoso, Fowler il
farmacologo. - Dobbiamo tenerci aggiornati, Davidsen. Arriva
roba nuova ogni giorno per i pazienti borderline -. Il
mio pugno che colpiva la sua mascella. La sua testa che colpiva
il muro e l'immaginazione che dava sollievo mentre brani
di articoli mi sfrecciavano per la testa: disregolazione affettiva,
disturbo dell'identit. Neutralit, pensai. Cosa significa?
Un'altra bugia. Il signor T. che canalizzava le sue
rivelazioni: - Deragliato. Io ho fallito. Lei ha pagato. Lui 
intimorito. Non  riuscito -. E la signorina L.: - Come pu
credere in questa stronzata della terapia? Voglio dire,  cos
stupido starsene seduti a guardarla. Pensa di essere importante,
vero? - La immaginavo a terra, le afferravo i polsi. Ti
odio.
In breve, le mie notti diventarono incontri di wrestling
con me stesso, e sentivo il richiamo insistente dell'oblio farmacologico,
zolpidem per addormentarmi in fretta. L'avevo
preso di tanto in tanto quando tenevo delle conferenze in
Europa, e il farmaco non solo eliminava l'attesa del sonno,
ma ne impediva l'esperienza stessa: nessun risveglio intontito
nel cuore della notte, nessuna sensazione di uscire da un
sogno, nessuna seppur vaga consapevolezza del mio corpo nel
letto. L'inquietante capacit di quella pasticca di annientarmi
per sette ore - una qualit di cui non mi ero mai fidato -
luccicava ora come una candida, minuscola promessa di paradiso.
- Mamma non  a casa, - disse Sonia al telefono. - Sono
davvero preoccupata, zio Erik. Non  da lei. Sono le nove.
Non mi ha lasciato un messaggio, niente. Non risponde al
cellulare.  dalle sei che sono a casa e cerco di chiamarla.
- Sei sicura che non dovesse andare a una riunione o a una
cena? Magari te ne sei dimenticata.
- No! - Sentivo il respiro affannato di Sonia. - Forse 
ferita, o  stata rapinata. E poi c' quella donna.
- Quale donna?
- Quella stupida giornalista, Linda Qualcosaburger.
- Quella con i capelli rossi?
- S. Continua a chiamare. L'altro giorno ho sentito mamma
che diceva: Non ho niente da dirle. Gliel'ho gi ripetuto
molte volte. Sembrava cos scossa, e dopo era pallidissima -.
Sonia fece una pausa. - Quella sera ho sentito mamma
che parlava con qualcun altro in camera da letto, una
lunga conversazione. Teneva la voce bassa, ma sentivo che
era turbata, e ultimamente  stata strana, assente, scrive come
una pazza, finch  esausta, e non mi chiede del mio lavoro,
di niente. C' qualcosa che non va, qualcosa di brutto -.
Dopo un'altra pausa, Sonia disse: - Zio Erik, potresti venire
qui? Puoi andare in studio da qui, no? Ti preparo il letto.
Ho tanta paura che sia successo qualcosa. Sto impazzendo.
Trovai Sonia in pigiama che camminava avanti e indietro
nella grande stanza anteriore del loft, che sapeva di fumo di
sigarette e deodorante. Il tavolino era coperto di libri, fogli,
bucce d'arancia, carte di gomme da masticare e spiccioli. Non
mi sfugg il fatto che per la seconda volta mi trovavo ad aspettare
il ritorno della madre di qualcuno. Feci del mio meglio
per rassicurare Sonia, ma anch'io ero preoccupato. Inga era
una persona responsabile, sempre precisa sugli orari, e nei
confronti di sua figlia si dimostrava diligentemente protettiva.
Non aveva senso.
- Forse  con Henry, - dissi.
Sonia fece una smorfia.
- Non ti  simpatico?
-  okay. Ma l'ho gi chiamato, e mamma non  da lui.
Sonia lasci a Inga parecchi messaggi. Accese il televisore
e osservammo distrattamente delle forfecchie molto ingrandite
che si muovevano sullo schermo e una monotona
voce maschile che ne descriveva i prodigi. Sonia si torceva i
capelli a una velocit preoccupante, e dopo aver cambiato
centinaia di canali senza trovare nulla di neanche lontanamente
interessante, le chiesi se aveva voglia di leggermi il suo
poema. Inizialmente si tir indietro, dicendo che non riusciva
a concentrarsi, che era troppo nervosa, ma poi si calm e,
dopo avermi spiegato che doveva ancora revisionarlo, che
non era sicura di tutte le strofe, e non ne aveva ancora scritta
una molto importante, e che aveva scelto una forma restrittiva
per capire se sarebbe riuscita a farcela, prese un piccolo
plico di fogli dal tavolino e, con voce limpida, cominci
a leggere:
Anni fa, ho visto mio padre morire,
un corpo vuoto senza pi la voce
che mi ninnava prima di dormire
o raccontava la storia feroce
di un villaggio di spettri e sospiri,
voce ventosa, gemito atroce,
a Paradou, chiamavano chi restava.
E ancora la mia anima tremava.
Ora, quegli spettri li vorrei rivedere.
Non il morto piange ma il vivo bisognoso.
Caro Dio, cambia l'oggi in ieri
ti prego, dammi una tregua, il riposo.
Al regno perduto tornerei volentieri
un bacio di notte per credere, oso,
che lui sappia il vero. Ho fatto l'attore
fingendo stoicismo: sotto, il terrore.
Mi schiarii la voce. Un'estate, Genie e io eravamo andati
a trovare Max, Inga e Sonia a Le Paradou, un paesino della
Provenza non lontano da Les Baux, dove avevano affittato
una casa. Ricordavo il sorriso di Max alla luce della candela
che tremolava sul tavolo intorno a cui sedevamo al fresco.
Con la sigaretta tra i denti, le spirali di fumo che salivano,
aveva alzato il bicchiere per brindare alla stagione calda, alla
bella vita, alla famiglia.
Sonia mi guard. - Non ti fa schifo, vero?
Mentre scrollavo il capo, lei prosegu: - E la stessa forma
del Don Juan di Byron. Queste ottave di solito sono comiche,
ma volevo vedere se potevano essere serie -. Rimase in
silenzio, mentre io pensavo alle macchinazioni linguistiche e
alle rime folli del signor T. - Dopodich dovrebbe esserci una
strofa sull'undici settembre, ma non sono riuscita a scriverla.
Ci ho provato tante volte, ma  difficile. Forse lascer il
foglio bianco, il nulla, un grande spazio vuoto, soltanto con
la data -. Sonia mi guard, all'improvviso aveva un'espressione
veemente. - Poi vengono queste due.
Dicono che da giovani della morte non si sa,
e non  vero affatto. Nelle ossa  lo spavento,
nel cervello, negli occhi, in ogni cavit,
nelle cose che temo, nel telefono spento
che annuncia terribili calamit,
nei suoni che prima del sonno sento,
gemiti senza corpo nella mia testa,
echi di un dolore che coi morti resta.
Due agenti vengono a perlustrare il tetto,
facce lunghe, guanti, buste con cerniere.
Salgono le scale pieni di sospetto,
i resti cercano sotto le bandiere
che sventolano senza pi rispetto.
Li vedo in ginocchio, con quali maniere
staccano il catrame con occhi di vaghezza
senza speranza, n pena, n incertezza.
Appena prima che Sonia pronunciasse l'ultima parola,
udimmo le chiavi di Inga nella serratura. Mia sorella si precipit
in casa, Sonia scoppi in lacrime. Non vedevo mia nipote
piangere da quando era piccola, e per un attimo quel
suono mi ammutol. Inga corse verso sua figlia, le gett le
braccia al collo e si lanci in una vociferante apologia stringendo
al petto la sua testa castana, ma dopo qualche secondo
Sonia la spinse via e le disse, irremovibile: - Cosa sta succedendo?
Cosa sta succedendo? Me lo devi dire, adesso!
Inga si lasci ricadere sul divano tra Sonia e me. Prima di
parlare corrug la fronte, e i suoi occhi azzurri sembrarono
tristi.
- C'entra pap, vero? Cosa vuole quella Burger?
- Linda Fehlburger.
- S! - disse Sonia. - Cosa vuole?
- Vuole che parli del mio matrimonio con tuo padre, e io
non voglio farlo, non con lei. Sta cercando di contattare tutti
i nostri amici e conoscenti... Spera di scoprire del marcio,
come si dice.  implacabile, ma adesso spero abbia capito
l'antifona -. Inga abbass lo sguardo a terra. - Non
preoccuparti, tesoro, - disse. - Non devi preoccuparti.
Sonia non insistette, il che inizialmente mi sorprese, ma
poi pensai che forse non voleva davvero sapere. A quel modo
era pi al sicuro.
Inga prepar delle omelette al formaggio e chiacchierammo
piacevolmente del pi e del meno. Notai che in presenza
della madre, il corpo di Sonia era cambiato - la ragazza
ingobbita che si torceva i capelli era tornata quella di prima,
dolce ma impenetrabile. Verso mezzanotte, mia nipote si scus
e prima di lasciare la stanza mi gett le lunghe braccia intorno
al collo e mi baci la guancia. - Ti voglio bene, zio Erik, -
disse. - E grazie per essere venuto.
Accolsi quella dimostrazione di affetto, devo ammetterlo,come un gradito raggio di sole tra le nuvole d'inverno, e
mentre auguravo la buonanotte a Sonia sentii un calore improvviso
alle guance.
Quella fu la sera in cui parlammo, mia sorella e io, di ci
che mi stava tenendo nascosto. Non raccont la storia di getto,
ma sulle prime si limit a girarci intorno, e io non feci
pressioni. - Ti ricordi la scena di Nel blu, quando lei si sveglia
e non lo riconosce?
- Certo, - dissi. - L'ho riguardato poche settimane fa.
-  davvero un momento terribile, no? - continu Inga.
- Essere visti ma non riconosciuti. Lui si  trasformato di
nuovo in uno sconosciuto. E poi ci sono quei ritratti fatti da
lei che Arkadi trova nella sua stanza dopo averla cercata dappertutto,
e li porta fuori, dietro la pensione, e li brucia, una
conflagrazione di se stesso. A quel punto si capisce che ha
deciso di cedere.
Annuii.
- Il problema, - dissi, - ha a che fare con il film?
- Stasera sono andata a trovare Edie Bly.
- L'attrice di Nel blu?
- S, - disse Inga. Si volt verso la finestra, come se l'attrice
potesse spuntare dall'altra parte della strada.
- Erik, ci  successo qualcosa, a me e a Max, pi o meno
nel periodo del film, anzi no, prima. Dopo la morte di Sadie.
Max non immaginava che la morte della madre sarebbe stato
un colpo del genere. I suoi attacchi di panico sono cominciati
allora. Fu tremendo finch non prese i farmaci. Mi guardava
in uno strano modo. Cio,  andata avanti per anni e
anni. I suoi occhi erano vivaci, brillavano, poi all'improvviso
sembravano spenti -. Inga si morsic un labbro. - Be',
una notte stavamo litigando per qualcosa che ho completamente
dimenticato, e lui mi ha guardato e ha detto: Forse
sarebbe meglio se vivessimo separati per un po'.
La guardai: - Per Max non ti ha mai lasciata, vero?
Inga scroll il capo. - No, ma quando ha pronunciato quelle
parole  stato come se mi avessero strappato le viscere.
Non  assurdo? Voglio dire, succede a chiunque, di continuo,
ma in quel momento mi sono resa conto che avevamo
idee diverse su tutta la questione. Per me il matrimonio era,
anzi , un assoluto. Max aveva gi due matrimoni alle spalle...
- S, ma non erano durati molto, - commentai.
-  vero. Eppure quelle parole mi hanno fatto cos male
Inga si premette entrambe le mani sul petto. - Persino allora,
una parte di me ha pensato: oh Dio,  cos banale -. Pronunci
quell'ultima parola con un tono secco e una freddezza
ironica che di rado avevo notato in lei. - Il marito sente
gli anni che passano e si stufa della moglie che ormai gli  fin
troppo familiare... - Lasci la frase in sospeso.
- Gli ho detto che non volevo, che il matrimonio pu essere
duro, che cambia sempre, ma io lo amavo da impazzire.
Allora lui  stato gentile. Dio, sapeva essere cos gentile, ma
io non volevo gentilezza. E comunque, quando poi ha iniziato
a lavorare al film, non lo vedevo praticamente mai. Stava
sul set, poi andava tutte le sere a vedere il girato, e tornava
a casa quando io ero gi addormentata. Per era felice, irritabile
ma felice. Adorava quel lavoro -. Inga prese fiato.
- Ma vedi, i problemi tra noi erano colpa mia Le sue labbra
tremarono. - In quel periodo ero difficile, anzi, mezza
matta se ci ripenso. Avevo finito il libro. Era stato cos faticoso
scriverlo, cos doloroso, ma sapevo quant'era buono,
quant'era insolito. Sapevo anche, o pensavo di sapere, che
sarebbe stato attaccato, o peggio, ignorato, e sentivo di non
poterlo sopportare. Cos mi lamentavo e mugugnavo e mi disperavo
per il mio destino di donna intellettuale incompresa
e dimenticata. Soffrivo per quel che temevo sarebbe successo
ancor prima che succedesse, e facevo soffrire Max.
- Ma il libro  andato molto bene, - dissi.
- Dovresti sapere, Signor Psicanalista, che il problema
non  la realt.
Sorrisi.
- E non aiutava il fatto che, qualunque cosa Max dicesse,
anche solo Ho mangiato uova a colazione, era come se
a parlare fosse Dio in persona.
- Ma anche lui  stato attaccato, Inga. Per tutta la vita.
- Lo so, - disse. - Non mi sto giustificando. Cominciavo
a rendermi conto di quanto ero stata pazza, difficile, vanitosa
e cieca. L'ironia era che il tema del mio libro era proprio
come vediamo, come percepiamo il mondo, e il fatto che, come
ha detto Kant, non riusciamo ad afferrare la cosa in s
ma ci non significa che non ci sia un mondo l fuori. Il problema
 che siamo tutti ciechi, tutti dipendenti da rappresentazioni
prestabilite di ci che pensiamo di vedere. Il pi
delle volte  cos. Non facciamo esperienza del mondo. Facciamo
esperienza delle nostre aspettative del mondo. Aspettative
davvero complicate, complicatissime. Le mie aspettative
erano diventate assurde. Non venivo mai presa sul serio
come avrei voluto. Cominciai a desiderare di essere un uomo.
Di essere brutta.
- Non lo pensavi davvero, - dissi.
- Un po' s. Ho capito che il mondo aveva dei pregiudizi
e mi sono arrabbiata. La mia percezione di me stessa come
una donna importante e seria e del modo in cui immaginavo
che gli altri mi percepissero era del tutto sbagliata.
- Immaginavo  la parola chiave.
Inga si accigli. - Lo so. Ma Erik, c'era gente, sia prima
che dopo la morte di Max, che non mi riconosceva senza di
lui, gente con cui chiacchieravo, per cui avevo cucinato qui
a casa, gente che conoscevo, non cari amici, ma gente che
avrebbe dovuto conoscermi. Lui era diventato l'unico contesto
per la loro percezione di me. Non era colpa di Max. Lui
non sopportava che fosse cos. Gli dispiaceva per me, e ovviamente
il mio orgoglio ne era terribilmente ferito. Quando
ho visto il film per la prima volta ho pensato che la scena
dell'amnesia fosse scritta per me, ma ribaltata. Una donna
che dimentica un uomo.
- Anche tu dimentichi certe persone, Inga. Anzi, ho visto
delle persone che si avvicinavano a te e tu non te le ricordavi
affatto.
Inga non stava ascoltando. - Ora penso che fosse su qualcos'altro,
quella scena.
- Su cosa?
- Su Edie.
Sentii una stretta al cuore. - In che senso?
- Si  innamorato di lei, Erik. E stato lui a volerla nel
cast. Non aveva fatto molto, solo un paio di oscuri film indipendenti,
ma lui si era battuto per averla. Penso che se ne
fosse innamorato ancora prima di parlarle. Era molto giovane
allora, bellissima, e scatenata. Ricordo di averla vista ballare
alla festa di fine riprese e di aver pensato che in lei ci fosse
qualcosa di selvaggio, animalesco, di incurante pi che crudele,
non so se mi spiego.  una cosa molto affascinante, no?
Una cosa che gli uomini adorano.
- Non saprei, - dissi.
- Invece lo sai. L'hai sposata, una ragazza cos.
Ignorai il suo commento. - Mi stai dicendo che hanno avuto
una storia.
- S -. Il volto di Inga era teso, lo sguardo freddo.
- Lo sapevi all'epoca?
- No, ma lo sospettavo. Ero gelosa di Edie perch sentivo
la tensione in lui. Non l'avevo mai sentita prima, non cos.
- Qualunque cosa sia successa tra loro, Max  tornato da
te -. Pronunciai quelle parole a bassa voce, e non dimenticher
mai l'espressione di mia sorella mentre mi ascoltava.
Stava sorridendo, un sorriso tirato, insensibile, cupo. Una
ciocca di capelli le ricadde sul sopracciglio sinistro e lei la
spost.
-  quello che ho sempre pensato, Erik, che se anche ci
fosse stato qualcosa tra loro, non importava, perch alla fine
era tornato da me -. Inga uni il palmo delle mani come se dovesse
confrontare la lunghezza delle dita. - Ma stasera mi ha
detto che  stata lei a lasciarlo, che lui la voleva disperatamente
ma lei l'ha cacciato via, ha chiuso. Quindi, capisci,
forse Max  rimasto con me per ripiego Inga stava ancora
sorridendo, e faticavo a guardare quell'espressione gelida sul
suo viso.
- Inga, - dissi. - Sai che la vita non  cos. Non puoi dare
per scontate cose del genere. Supponiamo che Max se ne
fosse andato con lei. La loro storia sarebbe durata? Per quanto?
Probabilmente sarebbe tornato tra le tue braccia nel giro
di una settimana.
- Edie ha delle lettere di Max, e vuole venderle.
Mi lasciai sfuggire un gemito. - Allora era con Edie che
parlavi nel parco, quando ti ha visto Burton.
- Per pubblicare le lettere ha bisogno del mio permesso.
In quanto vedova di Max, sono la proprietaria del loro contenuto,
ma lei  fisicamente in possesso delle lettere e pu
farci quel cavolo che le pare.
- Be', allora non  un problema, - dissi.
Ma i contenuti possono essere parafrasati, usati.  gi successo.
Mia sorella si alz e and alla finestra. Era voltata, ma da
come teneva le spalle e il collo capii che si stava facendo coraggio,
che teneva imbrigliate le proprie emozioni pi strette
che poteva. Appoggi le lunghe dita sottili allo stipite della
finestra e disse: - Mi sembra di essere in una brutta soap-
opera o nella trama secondaria di un romanzo francese di fine
Settecento. So benissimo quanto questa situazione sia indecente,
viscida. Voglio dire, un conto  che questa cosa sia successa,
un'altra che venga sbandierata ai quattro venti, che le
vite interiori della gente vengano comprate e vendute come
una sacca di ninnoli da due soldi, e io devo recitare la parte
stupida, monotona, della moglie tradita -. Per vari secondi
non disse niente e continu a premere entrambe le mani sul
vetro. - Quello che  davvero strano, - disse poi, rivolta alla
strada buia, -  che all'improvviso ho scoperto di aver vissuto
un'altra vita. Non  strano? Cio, adesso devo riscrivere
la mia storia, rifarla da capo -. Dopo un'altra lunga pausa,
si volt a guardarmi. Strinse entrambi i pugni e me li
mostr, frementi, il volto teso, livido. - Devo aggiungere almeno
due nuovi personaggi -. Inga parlava a bassa voce, e
capii che stava attenta a non svegliare Sonia. Mi mostr
ancora i pugni e poi, con un gesto brusco e disperato, si colpi
la testa.
Mi alzai e le andai vicino. Quando feci per prenderle le
mani, mormor, con voce tremante: - No, non toccarmi. Ho
paura di crollare.
- Inga, - dissi.
- C' dell'altro -. Inga lasci cadere le mani sui fianchi.
I suoi occhi erano inespressivi, e la voce aveva un tono distaccato,
alieno. Mentre parlava, il suo viso perse ogni colore
e per un istante la vidi barcollare. - E da un po' che vedo
delle luci. Ho le vertigini. E la mia maledetta testa -. Si mise
una mano sullo stomaco.
Dopo averla guidata verso il divano, trovai le sue pastiglie,
le diedi un sorso d'acqua e le misi addosso una coperta.
A quel punto disse: - Sostiene che Max  il padre di suo figlio.
Per qualche secondo non reagii. Un altro bambino, pensai,
un figlio. - Pensi che sia vero?
Si strinse nelle spalle. Sapevamo entrambi che le emozioni
intense potevano darle forti emicranie e, quando fu distesa
con la testa sul cuscino, si lasci andare al sollievo che a
volte solo la malattia pu offrire. Mi sorrise. L'ho visto infinite
volte nei miei pazienti, quel debole sorriso da ospedale.
Continuammo la nostra conversazione, voci basse e parole
lente. Inga mi disse che Edie stava con un altro nel periodo
in cui vedeva Max, perci lei aveva dei dubbi sulla sua versione
della storia. Quando le chiesi perch Edie aveva aspettato
tutti quegli anni per annunciare l'identit del padre di
suo figlio, Inga disse: - Adesso  divorziata. L'ex marito 
uscito dalla sua vita e lei deve aver ricominciato a pensare a
Max -. Mia sorella non aveva visto le lettere in questione.
Edie si era rifiutata di dargliene una copia e non le aveva rivelato
nulla del contenuto. Per sosteneva che avessero un
significato speciale, al di l del fatto che gliele aveva scritte
Max. Ribattei che se anche la Fehlburger fosse stata a caccia
di una storia scottante, mi sembrava improbabile che la
rivista sganciasse dei soldi per comprare le lettere. Le carte
di Max erano nella collezione Berg della New York Public
Library, e sapevo che gli studiosi dovevano richiedere un permesso
per visitare l'archivio. Avrebbero potuto far gola a un
collezionista privato? Non ne sapevo abbastanza. Capii che
per Inga la cosa che pi contava era proteggere Sonia. - Non
sopporterei se ne soffrisse.
Verso l'una e mezza rivolsi lo sguardo a mia sorella sotto
la coperta azzurra. Aveva le gambe rannicchiate contro il petto,
e il suo viso delicato era pallido, esausto. Le consigliai di
andare a dormire. Si protese per prendermi la mano e disse:
- Non ancora, Erik. Voglio parlarti ancora un po', ma non
di questa storia. Ora che la casa non c' pi, ho pensato molto
a te e a me da piccoli. Ti ricordi quando ti facevo giocare
a principe e principessa?
- S, - dissi, sorridendo. - Ricordo che decisi di smettere
quando compii sei o sette anni. Basta Biancaneve, basta
Bella Addormentata.
Inga mi restitu il sorriso. Le lievi ombre violacee che aveva
sotto gli occhi li facevano sembrare pi profondi. - Quando
eri molto piccolo ti piaceva fare la principessa. Ti vestivo
da bambina e io facevo il principe.
- Non me lo ricordo.
- Ti piaceva essere morto e svegliarti. Lo volevi fare di
continuo. Pi avanti eri disposto solo a impersonare il principe.
Io adoravo stare l ad aspettare il bacio, facendo finta
che non fossi il mio fratellino. Adoravo aprire gli occhi e drizzarmi
a sedere. Adoravo i miracoli -. Abbass le palpebre,
poi, con gli occhi ancora chiusi, disse: - Era erotico. Tornare
alla vita Fece un respiro profondo. - E quello che mi
sta succedendo in questi giorni con Henry. Mi ero quasi dimenticata
della frenesia.
Non le risposi. La parola frenesia riecheggi per qualche
secondo nella mia mente, poi Inga disse: - Maggie Tupy.
- La piccola Maggie Tupy che abitava vicino a noi. Mi
piaceva.
- Ti ricordi il giorno in cui abbiamo ballato per te in mutande?
Maggie e io ci eravamo tolte tutto il resto per stare
fuori, all'aperto. Era cos eccitante, cos vicino alla nudit, e
mi sembrava che mi scappasse la pip, ma non era cos. Avr
avuto nove anni. Ricordo di aver corso e piroettato finch la
testa mi girava e mi faceva male un fianco.
- Quel giorno l'ho baciata -. Rividi Maggie Tupy con i
suoi ricci castani, in mezzo all'erba. All'improvviso mi tornarono
in mente le sue ginocchia nude sotto le mutande bianche
macchiate. Verdi d'erba, grigie di terra, e rosse di sangue
fresco per piccole abrasioni che non guarivano mai perch
le minuscole croste venivano sempre grattate. Maggie mi
guardava con un occhio socchiuso e storceva la bocca per non
scoppiare a ridere, ma io volevo baciare quelle labbra tese color
lampone, cos mi protesi verso di lei e premetti la bocca
sulla sua, in fretta ma con molta enfasi. Avevo provato una
grande felicit. - Maggie Tupy, - dissi ad alta voce.
Inga si distese e chiuse gli occhi. - E poi c' stata quella
volta quando gli uccelli hanno mangiato veramente le nostre
briciole. Ti ricordi?
Vidi le chiazze irregolari di sole che il fogliame sopra di
noi creava sul terreno, in cima al ripido argine che portava
gi al ruscello. Poi avevamo sentito un fruscio e visto l'improvviso
levarsi degli storni dagli alberi sopra le nostre teste,
e il suono dell'acqua che scorreva si affievol mentre il rumore
delle ali frementi si faceva sempre pi forte, e osservammo
gli uccelli scendere in picchiata a beccare le briciole che
avevamo lasciato in una lunga scia alle nostre spalle.
Mia sorella chiuse gli occhi. -  stato magico, no? Come
se il sogno si fosse realizzato e quel mondo incantato esistesse
davvero.
Presi la mano di Inga, la strinsi, e dopo un breve silenzio,
le dissi: - S, proprio cos.
Mio padre ricominci a frequentare il Martin Luther College,
questa volta con una borsa di studio per ex combattenti.
Aveva ventiquattro anni. Lo immagino accanto al suo amico
Don al concerto del coro. Sono seduti a un banco, forse il
coro cantava nella cappella del college. Uno dei brani, scriveva
mio padre, O Day Full of Grace, mi port a rievocare una
serie di eventi, all'inizio piacevoli, per poi arrivare gradualmente
alle immagini orribili dell'inutile morte dell'ufficiale giapponese.
Cominciai a tremare, e Don si spavent. Mentii e dissi che
era un leggero attacco di malaria. Quello fu l'unico flashback
che mi capit durante il giorno, ma da allora vissi nel terrore che
ne potessero arrivare altri. Rilessi quelle frasi molte volte, cercando
di sondarne il significato. O Day Full of Grace non era
inclusa nel libro rosso degli inni luterani in mio possesso da
molti anni, ma mi chiesi se nel testo o nella musica ci fosse
qualche indizio capace di scatenare quella valanga di immagini
che mio padre non era riuscito a fermare.
I ricordi traumatici arrivano come una raffica nel cervello.
- Pensavo che saremmo morte in casa, - mi disse la giovane
donna. - Ma un poliziotto ci ha trovate. Ci ha fatte uscire
e noi ci siamo messe a correre Respir a fondo. - Facevamo
fatica a vedere e a respirare. Era buio e camminavamo
in quella pioggia secca, soffocante. E poi, a terra, ho visto la
mano di una persona. Il sangue era di uno strano colore. Mi
 venuto anche quel pensiero -. Cominci a respirare pi affannosamente.
- Ho dovuto scavalcarla. Stavamo correndo,
pensavo che saremmo morte. Ma  proprio cos che mi succede,
quasi sempre di notte. Quella sensazione di correre alla
cieca. Sono di nuovo l. Mi sveglio sotto choc, come se stessi
per esplodere, il cuore che mi scoppia. Non riesco a respirare.
Non  un sogno La bocca della donna si contorse.
-  la verit -. Chiuse gli occhi e scoppi a piangere.
Quel giorno, avevamo aspettato i feriti negli ospedali di
tutta la citt, ma non ne erano arrivati. Si erano presentati
molto tempo dopo, con ferite indelebili di ricordi, immagini
marchiate a vivo che riaffioravano di continuo in ondate ormonali,
la marea nel cervello che accompagna il ritorno a una
realt insopportabile. O Day Full of Grace.
Il coro canta. Un giovane veterano siede nel suo banco e
ascolta la voce collettiva che ringrazia un Dio benevolo. Forse
ricorda un inno che cantava in chiesa da bambino, con il
padre accanto.  un ricordo piacevole. Risente il brontolio
basso delle preghiere nella chiesa di Urland, quando la congregazione
implora la divinit di concederle il perdono, poi
un'altra visione s'impone con brutale subitaneit: un uomo
inginocchiato nell'erba, con le mani giunte. Sta pregando per
avere salva la vita.
- Qualche volta, - disse Magda, - l'analista soffre troppo
con il paziente, oppure pu avere una tale paura da soffocare
la terapia.
Guardai il suo viso piccolo, anziano, e i capelli bianchi ordinatamente
tagliati all'altezza del mento, l'elegante giacca
ricamata. Invecchiando, Magda era dimagrita, ma gli occhi
miti e la bocca piccola erano gli stessi di sempre. - Ci sono
motivi ovvi per temere i pazienti, quelli che ti perseguitano
o ti minacciano, quasi tutti piuttosto prevedibili. Una volta
un paziente mi ha raccontato in dettaglio le sue fantasie sadiche.
Ero sconvolta, ma non ho avuto paura finch non ho
percepito la sua eccitazione. Non la sopportavo. Mi ci  voluto
parecchio tempo per trovare in me elementi che avevo
accuratamente sepolto.
- Ho cercato di farlo, - dissi. - Sono consapevole del fatto
che la paziente ha toccato degli aspetti sadici in me, ma
c' qualcosa di pi nascosto, qualcosa che non riesco a
raggiungere -. Mi tornarono alla mente le parole di Inga:Mi ero
quasi dimenticata della frenesia.
- Anni fa, ebbi in cura una ragazza che era stata ricoverata
in clinica dopo aver cercato di darsi fuoco. Aveva diciassette
anni. Era cresciuta nella Repubblica Dominicana. Aveva
vissuto con la madre per un paio d'anni, poi era stata sballottata
da un parente all'altro, nessuno dei quali l'aveva
tenuta a lungo. Quando aveva nove anni, un amico del padre
l'aveva picchiata e molestata. L'uomo era finito in prigione,
e lei era stata spedita da una zia qui in citt. All'inizio
era andato tutto bene, poi erano iniziate le scenate, le accuse
e gli scontri, scontri fisici. Cos era stata data in affidamento.
Chiesi un colloquio con la madre affidataria. All'inizio,
mi raccont, Rosa era stata un sogno. Fu proprio quella
la parola che us, sogno: servizievole, dolce, affettuosa.
Voleva farsi adottare.
- E poi si trasform.
Magda annu. - Cominci a picchiare, urlare, era incontenibile.
Accus il padre affidatario di abusi sessuali. All'inizio
credetti a quella storia, poi mi resi conto che cambiava
ogni volta che la raccontava. Sembrava che non si rendesse
conto di avermi dato delle altre versioni prima, versioni del
tutto diverse.
- Mentiva.
- S, mentiva, e in pi era delirante, paranoica. Dopo un
po' prese a riferirsi a se stessa quasi esclusivamente in terza
persona. Rosa vuole questo. Rosa crede a quello. Lui ha fatto
questo e quello a Rosa. Rosa non ha niente da dire.
- E come lo hai definito? Un disturbo dissociativo?
- Be', la ragazza aveva enormi problemi di identit, ma
con me era anche regredita allo stadio in cui il bambino piccolo
si identifica nella terza persona.
-  la signorina L.?
Magda scroll il capo. - Dipende da quello che riesci a
sopportare. Hai detto che tuo padre  morto cinque mesi fa.
Annuii.
- So bene quanto ti identifichi con tuo padre.
Mi misi sulla difensiva. - Pensi che quello che sta succedendo
con la signorina L. abbia qualcosa a che fare con mio
padre. Com' possibile? - Avevo parlato a voce troppo alta.
Gli occhi penetranti di Magda mi ricordarono all'improvviso
quelli di mia madre, provai l'impulso di svignarmela e
glielo dissi. Sorrise: - Erik, tutti noi andiamo in pezzi con i
nostri pazienti, prima o poi. Il dolore ti rende pi fragile. Tu
sai che ho sempre considerato la completezza e l'integrazione
come miti necessari. Siamo esseri frammentari che si cementano,
ma le crepe ci sono sempre. Vivere con le crepe fa
parte dell'essere, be', ragionevolmente sani.
- Sei riuscita ad aiutare Rosa? - le chiesi.
- Sul breve termine. Quando  stata dimessa,  andata
a scuola e ha vissuto con un'altra famiglia, ma quando ha
compiuto diciott'anni, ha perso i contatti con la famiglia
affidataria e nessuno ha pi saputo dirmi cosa ne  stato di
lei.
Pensai a tutti i pazienti che non ero pi riuscito a rintracciare,
che erano svaniti. Poi guardai il bastone di Magda appoggiato
alla scrivania e pensai: non voglio che muoia.
- E che mi dici della paziente che ti annoiava tanto da farti
venire sonno?
- Ah, la signora W., - dissi. - Ci sono stati degli sviluppi...
positivi.
Magda disse solo: - Mm -. Era il suono dell'empatia, pensai.
Quando lasciai il suo studio e uscii nell'aria tiepida di maggio
mi sentii rinvigorito, nonostante il fatto che non avessi
le idee molto pi chiare di quando avevo varcato la soglia.
Central Park sembrava verdissimo e per non so quale motivo
pensai a Laura Capelli. Mi chiesi se avevo ancora il suo
numero di telefono.
Miranda stava chiudendo la porta quando Eglantine mi vide.
- Dottor Erik, - disse in tono d'accusa, con le mani sui
fianchi come a imitare un adulto severo. - Dove sei stato? -
Mi aspettavo che succedesse prima o poi, l'inevitabile incontro
casuale davanti a casa o in una strada del quartiere. Anzi,
mi sorprendeva che ci fosse voluto tanto tempo. Osservando
il viso della bambina rivolto verso l'alto, con i suoi morbidi
capelli castani, provai l'impulso improvviso di infilare le dita
tra quei ricci e carezzarle la testa, ma mi trattenni.
Miranda si avvicin, con una grossa borsa in mano.
- Ero a casa, - dissi a Eggy, evitando di guardare Miranda.
La bambina non era pi venuta a trovarmi. Mi chiesi se
sua madre le avesse rifiutato il permesso di venire da me.
- Stiamo andando al parco a disegnare, - disse Eggy, mettendosi
sulle punte e sollevando una gamba, tenendosi in
equilibrio con le braccia tese prima di abbassare di nuovo il
piede. - Vuoi venire? Puoi usare i nostri fogli e i pastelli e le
matite e i carboncini e tutto.
- Temo di non avere tempo, - dissi, accorgendomi della
rigidit del mio tono.
Miranda fece un passo verso di me, e io la guardai. Non
so se il disagio che provavo trasparisse sul mio viso. Il suo
sguardo era fermo, calmo. - Sei sicuro di non poter venire? -
disse, poi aggiunse: -  una bellissima domenica.
Quel pomeriggio mi  rimasto impresso nella memoria come
un collage di frammenti. Io disteso sul plaid a studiare i
rami, le foglie e i pezzi visibili di cielo azzurro sopra di me,
una visuale che ricordavo dall'infanzia. Le nude gambe scure
di Miranda sulla coperta e i suoi piedi scalzi con le unghie
rosse. Eggy seduta in braccio a me che mi esaminava le orecchie,
la sua faccia vicino alla mia: - Sono grosse, lo sapevi?
Molto grosse -. Miranda che improvvisava un disegno di sua
figlia in immaginari cappello a tesa larga e vestito di pizzo.
- No, mamma! Voglio un vestito lungo fino alle caviglie!
Cambialo! - Rumore di gomma da cancellare. Eggy che canticchiava.
Miranda con gli occhiali da sole. Il calore del sole
sulla mia schiena e la sensazione di potermi addormentare.
Un pacchetto rosso di uvette nell'erba, a pochi centimetri dal
mio naso. Il trifoglio. Eggy a pancia in gi, un rametto in ciascuna
mano, uno leggermente pi lungo dell'altro. - Non ho
intenzione di ascoltarti solo perch sei un grande e grosso
stupidone! - Il bastoncino pi corto sollevato in aria. - Non
fare il prepotente!
- Devi ascoltarmi, - dice il bastone lungo con una voce
pi profonda.
- Proprio no, - canticchia quello pi corto. - Sono Power
Girl! - Power Girl vola sopra la mia testa. - Voglio che il
dottor Erik venga a vedermi al saggio di teatro.  sabato.
Giusto mamma? La prossima volta. La muffola Ripet
Eggy. - Io sono la muffola!
Mi sentivo pieno di speranza. Anche se Miranda non faceva
nessun tentativo di seduzione, e non dimostrava in alcun
modo che i suoi sentimenti nei miei confronti fossero
cambiati, avevo trascorso due ore con il suo corpo a pochi
centimetri dal mio. Avevo sognato a occhi aperti di allungare
la mano e toccarle la coscia, di rotolare sul plaid e stringerla
tra le braccia. Quella sera, dopo aver parlato sia con Inga
che con mia madre al telefono, rimasi nel mio studio a leggere
per un paio d'ore. Prima di coricarmi, per, mi ritrovai
vicino alla finestra. Da allora mi sono chiesto se avessi sentito
le loro voci basse in modo subliminale o se guardando
fuori, come faccio spesso, mi fossi imbattuto per caso in quella
scena: dalla finestra del secondo piano vidi Miranda e Lane
insieme sul marciapiede, alla luce del lampione. Lui si avvicin
a lei e la tir verso di s. Per un paio di secondi lei oppose
resistenza, poi il suo corpo cedette e si abbandon tra
le sue braccia. Li guardai baciarsi, camminare verso casa e
svanire oltre il portico. Per un po' rimasi in attesa, sperando
di vedere Lane riemergere, ma non accadde.
A letto, mi venne in mente l'ultimo distico di una poesia
di John Clare.
Anche i nostri cari, quelli che pi amiamo,
Ci sono estranei, non li conosciamo.
Ripetei due volte quei versi, poi presi la piccola pillola
bianca.
Appena vidi Burton al tavolo, ebbi l'impressione che fosse
cambiato qualcosa in lui. Quando mi sedetti, cercai di capire
cosa esattamente mi avesse dato quella sensazione di novit.
Era il modo in cui stava seduto? Forse era meno sudaticcio?
Vestito meglio? Il mio vecchio amico era stravaccato
sulla sedia, e il viso largo luccicava di sudore. Notai che doveva
aver rinunciato all'ingombrante maglieria intima, perch
la sua camicia era di parecchi toni pi scura sotto le braccia.
Si era legato una sciarpa ocra intorno al collo, ma quel
capo sfilacciato era solo un vago accenno in direzione del dandismo,
mentre la camicia e i pantaloni logori erano in puro
stile Esercito della Salvezza. Quando Burton aveva chiamato,
ero stato felice di accettare l'invito a cena, sapendo che
mi avrebbe distratto dai pensieri sulla Muffola. Non avevo
ancora deciso se andare o meno al saggio, evento che nella
mia mente era lievitato fino a raggiungere dimensioni spaventose,
e che ormai associavo al ritorno di Lane, padre equivoco
e amante sospetto, un uomo che avevo visto solo due
volte, entrambe al buio.
- Come ti ho detto al telefono, vorremmo reclutarti, - disse
Burton tra un boccone e l'altro di lasagne. - Be', reclutare
 un verbo fin troppo militaresco e ultimamente evito ogni
riferimento a tutto ci che  marziale, quindi meglio dire che
solleciterei, incoraggerei la tua presenza ai nostri incontri
mensili. Questo pasto comune, motivo ufficiale del nostro
incontro, ha il vantaggio supplementare di poter scaricare
dalle tasse il conto della cena, a dire la verit. Uso il plurale,
capisci, essendo entrambi membri dell'istituto di Neuropsicanalisi,
araldi del nuovo giorno, della riconciliazione tra le
discipline: cervello e mente, il vecchio dilemma riveduto e
corretto. Primo sabato di ogni mese. Gli incontri iniziano alle
dieci in punto. Conferenza di neuroscienze seguita da un
dibattito. Abbiamo avuto alcuni luminari: Damasio, Le Doux,
Kandel, Panksepp, Solms. Siamo pi o meno in venti, certe
volte in trenta, una litigiosa conventicola di neuroscienziati,
analisti, psichiatri, farmacologi, neurologi, e anche un paio
di esperti di intelligenza artificiale e robotica. Io sono l'unico
storico. Ho incontrato un tizio a quegli incontri, David
Pincus, che faceva ricerca cerebrale sull'empatia. Incredibilmente
interessante. Neuroni specchio, sai.
Burton fece un lungo respiro e si asciug la fronte con il
fazzoletto, un gesto che, chiss come, port al trasferimento
del sugo di pomodoro sui peli piuttosto lunghi del sopracciglio
destro, e mi lasci nella disagevole posizione di chiedermi
se farglielo notare o meno. Il suo imbarazzo sarebbe
stato estremo in entrambi i casi. Mentre tenevo lo sguardo
fisso sul sugo, Burton mi offr una spiegazione non particolarmente
breve delle implicazioni della questione. L'idea di
Nachtrglichkeit avuta da Freud nel 1895, disse, era notevolmente
simile alla ben pi recente nozione di riconsolidamento
in neuroscienza. I nostri ricordi vengono continuamente
alterati dal presente - la memoria non  stabile, ma mutevole.
Quando fece una pausa, gli dissi con la maggiore delicatezza
possibile che gli era finita una minuscola porzione di
cena sul sopracciglio. Arross intensamente e prese a sfregarsi
alla cieca, con eccessivo vigore, finch non gli confermai
che quell'area era libera da ogni traccia di cibo. A quel punto
rimase in silenzio a fissare il proprio piatto. Dopo un paio
di secondi alz il mento e apr la bocca come per parlare, ma
non gli usc nulla. Quando ripet quella pantomima, gli dissi:
- Burton, cos'hai in mente?
- Mi mette una certa agitazione rivelare questa cosa, -
disse. - Riguarda Inga.
- S? - Mentre guardavo Burton dall'altra parte del tavolo,all'improvviso capii che mi ricordava un tricheco. Forse
erano le borse sotto gli occhi, che accentuavano l'espressione
gi abbattuta, ma l'immagine mi port a pensare languidamente
al Tricheco e al Carpentiere di Lewis Carroll mentre
aspettavo che trovasse il coraggio di continuare.  arrivata
l'ora, - diceva il Tricheco, - di parlare di molte cose.
Eccoci qui, pensai, il Tricheco sudaticcio e tarchiato insieme
al Carpentiere disperato e asciutto, una coppia assurda: cavoli
e re.
- Penso di doverti avvisare, metterti in guardia cio, sul
fatto che potrebbero esserci degli aspetti sgradevoli, si, spiacevoli,
persino disonorevoli, in ci che intendo rivelarti
Burton sospir, si sfreg il viso gocciolante, e ripart. - Si
tratta di, ruota intorno a, s, cos  meglio, ruota intorno a,
a, - gli tremava il mento, - Henry Morris.
- Henry Morris, l'amico di Inga?
Annu, poi fiss il tavolo. - Io... uh... ho tenuto d'occhio
Inga.
- Cosa? - esclamai.
Burton alz entrambe le mani e mi fece segno di abbassare
la voce. Poi borbott: - Ho mantenuto un certo livello di
sorveglianza, per il suo bene.
- Te l'ha chiesto Inga di sorvegliarla?
- No, - disse. - No, non la metterei cos.
- E come la metteresti?
- Be', dopo... dopo l'episodio nel parco e la cena, che 
stata davvero piacevole, no? Insomma, mi sono assunto la
responsabilit di, be', di tenere d'occhio la situazione.
Mi protesi verso di lui. - La situazione. Dio mio, Burton.
Non mi starai dicendo che hai pedinato Inga e Morris. Cosa
ti  preso?
Sapevo benissimo cosa gli era preso. Amore. Lo confess,
ricorrendo a tutte le parole possibili tranne quella per farmi
capire che il suo ruolo di spia era in un certo senso reso pi
legittimo dalla forza dei suoi sentimenti per mia sorella. Stregato,
Burton aveva passato giornate intere a pedinare Inga e
poi Morris per proteggerla.
- Ritengo che Morris stia trafficando in storie personali.
- Cio?
- L'ho visto con la donna del parco, - disse Burton con
aria misteriosa. - La stessa che era con Inga. Li ho sentiti
parlare di lettere.
Burton afferr il tovagliolo invece del fazzoletto e prese
ad asciugarsi il viso con accanimento. - Si chiama Edie Bly.
Era nel film di Max Blaustein. Perdonami l'espressione, ma
quei due mi sembrano in combutta.
- Ma Morris non ti ha riconosciuto? Dopotutto era alla
cena. Come cavolo hai fatto ad avvicinarti tanto da sentire
la conversazione?
La fronte di Burton stava di nuovo gocciolando. Utilizz
sia il tovagliolo che il fazzoletto per asciugarsi, poi, con un bisbiglio
rauco, gracchi con enfasi un'unica parola: - Travestito.
Venne fuori che, anche in incognito, Burton non si era
avvicinato molto ai due, che si erano incontrati in un ristorante
del Village e avevano parlato a bassa voce, ma credeva
di aver sentito distintamente Morris pronunciare un paio di
volte la parola lettere. A un certo punto della conversazione
Edie Bly era scoppiata a piangere in modo incontrollabile
accennando ai suoi incontri agli Alcolisti Anonimi e aveva
fatto il nome di un certo Joel. Aveva preso tre espressi
mentre parlava, e si era accesa una sigaretta non appena erano
usciti dal ristorante.
Feci a Burton il sermone che si aspettava: era probabile
che intrusioni del genere portassero all'infelicit le persone
coinvolte; i pedinamenti amatoriali avrebbero potuto condurlo
in luoghi in cui non avrebbe voluto davvero trovarsi;
e forse anche lui, mettendosi a seguire delle persone senza
che loro lo sapessero, stava trafficando in storie personali.
Pur comprendendo e condividendo ogni mia affermazione,
ormai Burton vedeva le proprie attivit clandestine attraverso
la lente della cavalleria. Era in missione per la sua Dama.
Secondo quel codice, quindi, poco importava che la Dama lo
volesse o meno. Burton agiva a nome suo.
Siccome era evidente che Burton non aveva parlato a Inga,
gli chiesi che cosa si aspettava che ne facessi di quelle
informazioni a dir poco frammentarie.
- Be', - disse con sorprendente schiettezza, - quello che
vuoi. Mi fido di te.
Quando arriv il caff, Burton mi chiese come stava Miranda e
disse che la trovava deliziosa, interessante e, dopo
qualche altro aggettivo, seducente.
- Anch'io, - gli dissi. - Ma temo che non abbia alcun interesse
sentimentale per me.
Burton mi guard negli occhi, si protese sul piccolo tavolo e appoggi una mano umida sulla mia prima di ritrarla in
fretta.
-  una questione di censura, - osserv la signora W. con
la sua voce nervosa. - Maisie dice tutto quello che le passa
per la testa, qualche volta sono cose stupide, insignificanti,
ma vedo che la gente la ascolta. Lei sorride e annuisce e ride
di continuo. Io prima di parlare rifletto, ma la gente mi trova
noiosa, anche se quello che dico  molto pi intelligente.
- La conversazione non  solo una serie di parole. Spesso
 un modo di giocare liberamente con un'altra persona, - dissi.
- Lei si blocca gi prima di iniziare a giocare.
La signora W. teneva le mani intrecciate in grembo. Non
parl per vari secondi. - Una barriera, - disse con voce lieve.
- Una recinzione davanti al parco giochi -. Quando accavall
le gambe, fui travolto da un'ondata di eccitazione sessuale
che non avevo mai provato per lei. La signora W. aveva
pi di cinquant'anni, era piuttosto massiccia e non mi
aveva mai attratto. Cos'era successo?
- Se lo ricorda? - dissi.
- Non so. Le ho gi detto che ho dimenticato moltissimo...
praticamente non  rimasto nulla, voglio dire, dell'infanzia,
quindi  strano -. Tutto a un tratto sembr stanca.
- Forse stava giocando adesso, con me. Quando ha citato
la recinzione, mi sono sentito vivo con lei, interessato, personalmente
coinvolto.
La signora W. strizz gli occhi. Un piccolo sorriso le sollev
gli angoli della bocca per un istante, poi svan, e pensai
che stesse per addormentarsi. Chiuse gli occhi. La guardai
respirare. Per chiss quale motivo pensai a mio padre in cortile,
che segava assi. Poi mi venne in mente l'immagine di
una recinzione di filo spinato.
Quando apr gli occhi, disse: - Sono esausta.
- La sonnolenza la tiene lontana da me nel parco giochi,
che le fa paura. In questo momento per lei sono pericoloso.
- Sono incuriosita da ci che mi dice; mi sembra che contenga
qualcosa di speciale, eppure mi sento confusa e poi mi
viene sonno.
- Si ricorda che mi ha detto che non le piaceva che suo
padre l'aiutasse a fare i compiti quando era alle superiori?
- Era troppo coinvolto.
- Sta usando la parola che ho usato io prima, coinvolto.
Forse oggi ricopro io il ruolo di suo padre.
Strizz gli occhi. - C' anche il fatto che mia madre non
voleva. Veniva sempre nella stanza.
- Era in ansia?
Osservai la signora W. che si premeva le dita sulla bocca.
- Sia lei che sua madre vi sentivate a disagio per il coinvolgimento
di suo padre?
- Ha smesso di abbracciarmi, - disse con gli occhi chiusi
e la voce fredda. - Dopo la terza media non mi ha pi abbracciato.
Ha smesso.
- Penso che suo padre la stesse proteggendo, - dissi. Dopo
un breve silenzio, aggiunsi: - Dai propri sentimenti. Lei
stava crescendo. C'era una forma di attrazione, quindi lui ha
innalzato una recinzione.
Mentre mi guardava, provai una tristezza infinita per tutti
noi. Anche se la sua espressione non mut, vidi che aveva
gli occhi lucidi. Poi le lacrime cominciarono a scenderle sul
viso in due rivoli sottili. Non pieg il capo n alz una mano
per asciugare le lacrime. Rimase perfettamente immobile,
inerte come una statua della Vergine che all'improvviso si
mette a lacrimare nella piazza del municipio.
Al telefono, Inga sussurr: - Burton era sicuro, sicuro che
fosse Edie?
- S. Capisci cosa sta succedendo? - le chiesi.
- No, - rispose lentamente. - Henry non mi ha detto che
l'avrebbe incontrata per il suo libro.
- E come poteva sapere delle lettere?
- Gliel'ho raccontato io, - disse, alzando la voce. -
Gliel'ho raccontato. La questione  perch lui non mi ha detto
che l'avrebbe vista.
- Forse  andato da lei per cercare di proteggerti, - dissi,
- per farla ragionare.
- Secondo lui la cosa migliore era lasciar perdere, diceva
che forse le lettere non esistevano neppure, considerando che
non le avevo mai viste. Quanto al figlio, la paternit si potrebbe
dimostrare solo con un test del DNA, e ci sarebbe bisogno
di Sonia per quello. Gli scandali letterari vanno e vengono.
Un breve istante di morbosit e poi  tutto finito. 
l'opera ci che conta, tranne negli episodi di suicidio giovanile,
e in quel caso il suicidio d una sfumatura particolare a
tutto...
- Mi sembra un po' insensibile, - commentai. - Dopotutto
sta parlando della tua vita.
-  vero, - disse Inga. - Ma il distacco pu essere consolante -.
Poi si zitt.
- Stai bene?
- No.
- Non dovresti saltare a nessuna conclusione, Inga.
- Erik?
- S.
- Sono stata felice. Mi sentivo di nuovo giovane, dopo essermi
sentita vecchia per anni. Sai quando sei euforica, e
adesso  dura da mandar gi. Continui a pensare a quella persona,
la desideri, speri di piacergli davvero...
- Lo so, - dissi.
- Ho paura che si tratti di Max.
- Cosa intendi?
- Be', Henry adora il suo lavoro. E fondamentale per lui.
 una cosa che abbiamo in comune, ed  stato un piacere parlarne
con lui.
- E?
- E se starmi vicino avesse pi a che fare con Max che con
me? Andare a letto con la vedova, capisci cosa intendo?
Capivo, e il pensiero mi inquietava. - Dovrai parlarne con
lui.
- S, - disse, e percepii un lieve sospiro di angoscia nella
sua voce.
Prima di riattaccare, aggiunse: - Non ti pare strano che
Burton li abbia visti per caso in un ristorante? Ma forse sono
cose che capitano.
- Sempre, - dissi. - Capitano sempre.
Per alcuni anni dopo la guerra, i veterani inondarono il campus
del Martin Luther College. Induriti dalla guerra, forti bevitori,
spesso pieni di cicatrici, e di parecchi anni pi vecchi dei
ragazzi e delle ragazze appena arrivati dalle fattorie e dalle citt
del Midwest per imbarcarsi nell'avventura dello studio, gli ex
soldati travolsero il campus come una tempesta. Ricordo perfettamente
mio padre che rideva raccontandomi una serata con
i ragazzi. Un veterano, che in seguito sarebbe diventato professore
di fisica, invent un sistema di carrucole agganciate alle
travi di una soffitta convertita in dormitorio per quella nuova
ondata di studenti. Con una bottiglia di whisky in mano, il
futuro autore di Dibattiti contemporanei su scienza e religione ondeggiava
sopra le teste dei suoi compagni ululando come Tarzan.
Nel campus l'alcol era vietato, e lo  ancora, ma immagino
che l'amministrazione chiudesse un occhio di fronte alle baldorie
etiliche di quegli eroi appena tornati in patria. Il poker
proliferava, e di sicuro parecchie squillo di citt venivano fatte
entrare di nascosto per un rendez-vous di mezzanotte.
Nelle sue memorie, mio padre si autodefinisce uno sgobbone.
Per me, la comprensione delle cose giungeva solo dopo
molti sforzi, e anche allora non avevo la sensazione di essere arrivato
al punto. Diventavo un ricettacolo di fatti, dettagli e banalit.
Mi piace credere che le persone lente a imparare come me
possano diventare insegnanti affidabili. Noi comprendiamo la fatica
dell'apprendimento. Le mie lotte, i momenti difficili che
avrei preferito mi fossero risparmiati, mi furono utili in seguito,
come insegnante e come consulente degli studenti. Tuttavia mio
padre partecipava a un seminario informale di cinque o sei
veterani che leggevano un po' di tutto, da Le confessioni di
sant'Agostino a Il nudo e il morto di Mailer. Si fece la reputazione
di spirito arguto, divent uno studente modello, vinse
vari premi, fu ammesso al club dei primi della classe e dopo
il diploma ottenne una borsa di studio Fulbright. Il termine
sgobbone evoca un uomo che arranca sfiancato. Ci
portiamo dentro pesi che gli altri non vedono mai.
Vedevo Marit sempre pi spesso, scriveva mio padre. Era il
1950, e la Fulbright l'aveva portato in Norvegia. Un episodio
spicca tra i vari ricordi. Per uno dei nostri appuntamenti, Marit
indossava un maglione rosa che perdeva pelo come un collie in
primavera. Dovevo averla abbracciata quando ci eravamo salutati,
perch il mattino dopo avevo scoperto di avere la giacca tutta
rosa, coperta di fibre. Nella mezz'ora buona che mi ci volle per
toglierle una a una, crebbe in me una travolgente sensazione di
tenerezza, quel tipo di sensazione che ti inghiotte per intero e ti
riduce in poltiglia. Se dovessi conservare un unico ricordo della
mia vita e perdere tutti gli altri, sceglierei questo, non tanto per
nostalgia romantica, ma perch quell'evento segn un momento
fondamentale nella mia vita. Indic la via del nostro matrimonio,
dei due figli che avremmo avuto, della famiglia che avremmo
formato, e delle gioie e dolori che avremmo condiviso.
Immagino mio padre in una stanza piccola, seduto su una
sedia o sul bordo di un letto, con la giacca in grembo. Mentre
con l'indice e il pollice afferra le fibre di quella che era
probabilmente angora e le getta in un cestino o le appallottola
per buttarle via in un secondo momento, capisce di essere
innamorato. Non succede mentre sta guardando o baciando
la giovane donna, e nemmeno quando si distende su
quel letto pensando a lei quando la serata  finita. Succede
il mattino dopo, quando scopre che il maglione di lei si  mescolato
alla giacca di lui. Insieme, i due capi d'abbigliamento
diventano il veicolo in una metafora che probabilmente
mio padre percepiva solo in modo subliminale. Celata in quella
giacca tutta rosa, c' la promessa di due corpi appassionati,
uno nell'altro. In vecchiaia, mio padre ricorda l'intensit
dei suoi sentimenti e capisce che quel momento segna
una svolta. Penso che ci fossero molte cose di cui mio padre
si era pentito, a torto o a ragione, ma non quella mezz'ora
passata da solo nella sua stanza di Oslo con una giacca
coperta di lanugine.
Quando arrivai al saggio di Eggy, le sedie pieghevoli erano
tutte occupate, e rimasi in fondo alla sala, accanto alla
porta. Prima della Muffola, assistetti alla Foglia d'acero, una
produzione che includeva sei foglie femmine di cartone che
saltellavano per la stanza nel tentativo di svolazzare e
cadere e una foglia maschio del tutto confusa che sibilava
di continuo in quelle che sarebbero state le quinte se la recita
si fosse svolta su un palco. Adesso? Lo faccio adesso?
Quando il permesso finalmente arriv da una donna seduta
a lato del palco (lunghi capelli grigi, occhiali con la montatura
di metallo, fronte corrugata in un'espressione di perenne
preoccupazione), la foglia sventurata si accasci a terra con
un tonfo, raggiante per il sollievo di aver portato a termine
la propria missione teatrale. La pice di Eggy, in base alla logica
del susseguirsi delle stagioni, veniva subito dopo. Una
bambina bionda, eccessivamente vestita in tuta da sci per
quella giornata dei primi di giugno, saltell sul palco sventolando
due muffole rosse. Poi ne lasci cadere una a terra. Capii
che quel gesto perfettamente calcolato avrebbe dovuto essere
involontario, perch un momento dopo Eggy, in un enorme
costume di maglia rossa che la copriva interamente
- tranne per i piedi, le caviglie e la faccetta intensa che spuntava
da un buco - entr ondeggiando, mise un piede sulla
muffola per nasconderla e si lanci nel suo soliloquio. Con
un braccio dritto che simulava la protuberanza di un pollice
enorme, affront il pubblico e cominci il suo discorso:
- Povera muffola! - esclam con una voce sorprendentemente autorevole.
- Povera muffola che ha perso la sua compagna -.
Poi rimase in silenzio e ulul: - Povera! Povera! - Occhi al
soffitto, braccio in guisa di pollice che colpiva il petto, Eglantine
piangeva il suo triste destino. La sua espressione disperata
si trasform in gioia ineffabile quando la biondina infagottata
ricomparve sventolando una versione in miniatura di
Eggy. Applausi scroscianti, grandi risate e un paio di fischi
giunsero dal pubblico di parenti e amici entusiasti.
Dopo il dramma invernale, assistetti al Tulipano e all'Annaffiatoio, e individuai Miranda nelle prime file. Appena
identificai la sua nuca, provai un lampo di eccitazione, seguito
subito dall'ansia. Perch ero li? Quando le foglie, le gocce
d'acqua, i tulipani, i proprietari di muffole e le muffole fecero
l'ultimo giro di inchini e gli applausi scemarono, la stanza
esplose in congratulazioni caotiche e rumorose. Attori
lillipuziani strillavano, urlavano e correvano per la stanza.
Guardai Miranda stringere Eggy e riuscii a distinguere i nonni,
un uomo corpulento dalla pelle chiara e una spruzzata di
nei sul viso, e una donna alta come lui ma pi snella, pi scura,
con indosso una tunica elegante. Altre persone abbracciarono
Eggy, probabilmente le sorelle di Miranda e i loro mariti.
Un bambino piccolo dalla chioma incolta, che a quanto
pareva era parte della famiglia, stava usando le sedie come
sostegni per andare su e gi lungo le file. Ma Lane non c'era,
e la sua assenza mi rese momentaneamente felice. Fu allora
che Eggy mi vide. - L'avevo detto a mamma che venivi!
- grid, con la bocca allargata in un gran sorriso. Vennero
fatte le presentazioni. Notai che il padre di Miranda aveva
una vigorosa stretta di mano e che la voce bassa della madre
era molto attraente. Le tre sorelle non mi sembrarono belle
come Miranda, ma erano molto affabili. Anche se di solito
ci scambiavamo educati, spontanei baci sulla guancia, quel
pomeriggio salutai Miranda stringendole la mano. La presenza
della sua famiglia aveva l'effetto di una misteriosa costrizione.
- Forse stai crescendo un'attrice, - le dissi. Con Miranda
cadevo inevitabilmente nelle banalit. Pi mi sforzavo
di risultare affascinante, pi la verve mi abbandonava, e
pi mi vergognavo della mia tediosit. Ma lei mi sorrise dolcemente,
e quasi in un bisbiglio disse: - Sarebbe pi preciso
dire una gigiona.
Fuori, Eggy mi salut con un cenno distratto della mano.
Miranda sorrise, fece un cenno col capo e si volt. Nella calura
della giornata, la gonna, di una stoffa sottile, le si era appiccicata
alle natiche impigliandosi fra le cosce. Un istante
dopo la vidi strattonare la gonna con entrambe le mani e il
mio scorcio di paradiso velato svan. La osservai dirigersi con
il resto del clan Casaubon verso vari veicoli parcheggiati in
zona. Andavano a una cena di famiglia. Qualcuno aveva accennato
a spigole alla cilena e a una partita di cricket sulla
Tv satellitare. Guardandoli allontanarsi, fui pervaso da una
sensazione di esilio, e quando mi voltai per andarmene, mi
resi conto che non volevo tornare a casa, perci mi diressi
verso il parco. Mentre camminavo, ricordai quando stavo seduto
in panchina una partita dopo l'altra, ricordai quando finalmente
arrivava il mio momento, correvo in campo ed ero
cos emozionato che perdevo la palla. Ricordai l'espressione
comprensiva dei miei genitori, i rimproveri freddi dei miei
compagni, la vampata di umiliazione. Pensai a quello stronzo
di Kornblum che aveva attaccato il mio intervento alla
Conferenza su cervello e mente, il suo rifiuto di prendermi
sul serio, il suo tono paziente, condiscendente, mentre sottolineava
i miei errori. Ricordai Genie che mi diceva di
non sopportare pi la vista del mio corpo. Mi scopo Allan.
 ora che tu lo sappia. Lo sanno tutti. Camminai veloce,
energico, prima sulla strada e poi sui sentieri nel bosco, la
rabbia e l'amarezza che aumentavano a ogni passo. Solo dopo
un'ora di marcia ripensai a mio padre e alle sue fughe. So
bene quanto ti identifichi con tuo padre. Rallentai il passo.
Cambiai direzione. La mia rabbia si trasform in cupa sofferenza.
Quando tornai a Garfield Place, aprii il taccuino e cominciai
a scrivere. Scrissi per quasi un'ora, passando da un
argomento all'altro. L'ultima cosa che annotai era un ricordo
che non mi veniva in mente da molto tempo.
Sono alla fattoria ed  estate. Inga e io siamo nell'intercapedine
sopra il garage. Probabilmente non ci avevamo mai
messo piede prima, e mai ci eravamo tornati dopo. Quella
era stata l'unica volta. Da qualche parte arriva un po' di luce.
Una piccola finestra, il vetro opaco di fanghiglia. Troviamo
un vecchio baule coperto da uno spesso strato di polvere
color carboncino. Apro le cinghie di pelle, poi il coperchio.
Dentro c' una giubba marrone di tessuto rigido, pesante. 
ruvida al tatto. La alzo e vedo i galloni sulla manica, poi le
medaglie sul petto. So che  la divisa che mio padre portava
in guerra, e sento un fremito di orgoglio. Torniamo gi con
il nostro tesoro e superiamo il pergolato di vite e i meli tenendo
la giubba in mezzo a noi, stringendo ciascuno una manica
vuota come se'fosse un compagno senza testa. Gridiamo
a nostro padre: - Guarda cos'abbiamo trovato! Guarda,
pap, guarda! - E poi nostro padre  davanti a noi. Alzo lo
sguardo verso il suo viso e mi accorgo con sorpresa che  arrabbiato.
- Rimettetela a posto! - urla. - Subito!
- Ma le medaglie, - riesco a dire. - Cosa ci racconti delle
medaglie?
Ma non c' il familiare addolcirsi del suo viso, nessun sorriso
intenerito. Questo  un altro padre. Ripete l'ordine e
torniamo al garage. O Day Full of Grace.
Quel mercoled, quando uscii dallo studio, avevo la testa
piena di pazienti. La signorina L. era stata pi ciarliera.
- Certi giorni mi sembra di non avere la pelle. Sono tutta
scorticata, sanguino -. Quel commento mi aveva aiutato. Avevo provato
a seguire la metafora. Niente pelle, niente barriera, niente
protezione. I confini sono importanti. Avevo accennato
anche alla bambola di pezza come efficace metafora del fatto
che la madre l'aveva trascurata. - Non riusciva a riconoscerla
come una persona distinta, con bisogni e desideri propri,
una persona con un'interiorit reale -. Alla fine della seduta
la signorina L. aveva chiesto di abbracciarmi, ma io le avevo
detto che non era una buona idea, e dopo qualche frecciata
sulle stupide regole della terapia, lei aveva lasciato perdere.
Pensavo anche al bambino di otto anni con cui avevo avuto
un colloquio quel giorno. Da due anni non parlava con nessun
adulto tranne i genitori. Faceva i compiti ma non rispondeva
mai agli insegnanti, n agli amici di famiglia. Non aveva
parlato nemmeno con me. Scrollava il capo, annuiva, sogghignava
o guardava in cagnesco, sempre con le labbra serrate.
Quando gli avevo chiesto di disegnare un autoritratto, aveva
tracciato a pastello una minuscola figura in un angolo della
pagina, con una linea dritta al posto della bocca attraversata
da brevi tratti storti che mi ricordavano un filo spinato. Stavo
pensando a quella bocca quando sentii una voce alle mie
spalle. - Ehi, dottor Davidsen.
Mi voltai e fui stupito di vedere Jeffrey Lane dietro di me
sul marciapiede. Un miscuglio di sorpresa e paura m'impietr
nel silenzio per un attimo. Poi, freddo, dissi: - Ci siamo
gi visti.
Sorrise, e notai che era un bell'uomo. Aveva i capelli neri
tagliati in modo da svettare in piccoli aculei, segno della
affettata nonchalance che esibisce, e probabilmente ha sempre
esibito, la gente alla moda. Aveva il viso sottile e una carnagione
chiara ma abbronzata, e i denti erano di un candore
luccicante che mi ricordava la gente in televisione. Le
braccia, esposte dalla T-shirt grigia, avevano visto molte ore di
palestra. Guardandolo mi sentii enorme e gracile al contempo.
- Mi dispiace, - disse. - Ma lei ha lasciato la bottega aperta,
per cos dire. La tentazione era troppo forte.
- Deve dirmi qualcosa? - chiesi.
- S -. Annu. - Ecco qua. Voglio invitarla alla mia mostra.
Fotografie di famiglia. Il tema  questo. Dovrebbe essere
materiale interessante per uno strizzacervelli. DDI. Siete
stati voi a mettere in giro questo acronimo. Disturbo
dissociativo dell'identit, che un tempo veniva chiamato disturbo
da personalit multipla. Le mie foto sono DDI. Manca
ancora un po' di tempo, ma volevo assicurarmi che se lo
segnasse sull'agenda, cos non se la perde. Otto novembre alla
Minot Gallery,Venticinquesima Strada Ovest.
Non dissi niente per un secondo, poi: - Siamo a giugno.
- Lo so, ma la gente come lei  molto impegnata, giusto?
Lo fissai.
Lane inclin la testa di lato. - Non sto scherzando. Voglio
davvero che venga. Le chiedo scusa per averla spaventata
quella notte. Le giuro, non era nelle mie intenzioni. Speravo
di riuscire a vedere lei -. Si interruppe. - La mia bambina
-. Dopo un secondo ripet: -  la mia bambina.
- Ci sono altri modi di vedere la propria figlia oltre a entrare
di nascosto in casa di qualcuno nel cuore della notte, -
dissi. Ogni parola che pronunciavo sembrava aliena, come se
fosse qualcun altro a parlare.
- No, in quel momento non ce n'erano -. Lane adesso
sembrava serio. Aveva completamente abbandonato il suo
tono scherzoso, e mi colse alla sprovvista. Prima che me ne
rendessi conto, mi afferr il braccio: - Voglio che ci parli lei
con Miranda, - disse, stringendomi la manica della camicia.
- La ammira. Le dar retta.
- Parlarle di cosa? - chiesi, scrollando il braccio per liberarmi
dalla sua presa.
- Di me, dei miei diritti. Ne va della mia vita.
- Posso consigliarle un terapeuta familiare. Un mediatore.
Lane grugni. - Mi faccia il piacere, - disse. - Non deve
fare il Signor Esperto con me. Vi ho visti insieme. Vi ho fotografati.
Lei  un libro aperto -. Si interruppe un istante per
raccogliere i suoi pensieri. - Come pensa che ci si senta a
guardare un altro uomo che se ne va in giro con la propria figlia? -
Notai che Lane si era alzato un paio di volte sulle punte
mentre parlava.
Sento che stringevo pi forte il manico della ventiquattrore.
-  compito suo ricucire con lei -. L'immagine di loro
due sul marciapiede mi pulsava nella testa.
- Le piacciono le nere? Esotica, eh, per un bianco borghese
come lei... Per mi spiace dirlo ma lei non  il suo tipo,
 un po' troppo docile -. Biascic la parola docile alzandosi
di nuovo sulle punte. - A letto quella ragazza  una vera
furia Sorrise. - E glielo dice uno che ha un ottavo di
sangue nativo americano.
La sensazione di disgusto alle prime due frasi fu seguita
da uno scoppio di rabbia alla terza, e senza nemmeno rendermene
conto alzai la mano destra, con tanto di ventiquattrore,
in un gesto di minaccia.
Lane rise. Io abbassai il braccio, con il viso in fiamme. Mi
voltai e mi diressi verso la metropolitana pensando: avrei dovuto
stenderlo. Avrei dovuto stenderlo.
Il terreno era ghiacciato quando mio padre era morto, cos
avevamo deciso di seppellire le ceneri durante le mie vacanze,
previste per giugno, quando avrei potuto stare un po'
con mia madre, Inga e Sonia. Tutti i miei pazienti erano stati
avvisati con largo anticipo. Per alcuni di loro, le mie assenze
erano tormentose. Mentre percorrevamo la 35W in direzione
sud dall'aeroporto di Minneapolis, guardai i prati verdi
su entrambi i lati della strada e pensai: entro agosto saranno
gialli. Il sole brucer questo paesaggio di campi di granoturco
ed erba medica. Succede ogni anno, poi immaginai la neve
- il mondo bianco dei miei inverni d'infanzia. Sonia dormiva
sul sedile posteriore. Vedevo il suo viso nello specchietto
retrovisore, morbido e fanciullesco. Inga, accanto a me,
era appoggiata allo schienale e teneva gli occhi chiusi. Aveva
imparato a guidare a trentasei anni, ma di rado si metteva
al volante. Era troppo nervosa quando c'era traffico, mi
aveva spiegato, e di conseguenza troppo lenta. A me piace
guidare. La vibrazione degli pneumatici evocava in me
ricordi di libert giovanile, dei giorni in cui, con la patente nuova
in tasca, imboccavo strade secondarie che portavano chiss
dove, e guidavo senza meta finch non cominciavo a preoccuparmi
della benzina che stavo sprecando. Quella vaga reminiscenza
era accompagnata da una certa tristezza. Non
stavo ricordando una particolare gita in auto, ma decine, e il
pathos e la nostalgia per quell'epoca si erano mescolate al piacere
e al senso di liberazione che mi dava la mia vecchia
Chevy, comprata con i duecento dollari che avevo guadagnato
al Red Owl facendo le consegne nel corso di una lunga torrida
estate. I vecchi luoghi influenzano il clima interiore del
nostro passato. Le brezze miti, le dolorose bonacce e le violente
tempeste di emozioni dimenticate si ripresentano quando
torniamo nei posti dove le abbiamo vissute.
Mentre guidavo mi resi conto che il paesaggio al di l del
parabrezza apparteneva pi a mio padre che a me. Lui non
lo aveva mai davvero lasciato, non poteva lasciarlo. Ma non
era il paesaggio di mia madre. Lei aveva adottato una piccola
parte di ci che racchiudeva, il ruscello dietro casa, le foreste
con sassi, muschio e sottobosco, e le sanguinarie, le campanule
e le viole che spuntavano ogni primavera dalla terra
bagnata. Aveva intimit con tutte quelle cose, ma i campi
con gli infiniti filari che si allungavano fino all'orizzonte sotto
un cielo immenso non avevano nessun significato reale per
lei. Come si pu amare un tale vuoto?
Non so perch in quel momento mi venne in mente una
certa storia. Forse fu il ricordo dell'alienazione di mia madre
quando era scesa dalla nave e per qualche secondo aveva fissato
una persona che non conosceva; in ogni caso, l'immagine
del vecchio si affacci alla mia memoria. Ero seduto a terra,
non lontano dalla stufa a legna, e guardavo il suo viso scuro,
pieno di rughe, coperto dalle guance al mento da un'ispida
barba bianca. Stava raccontando lentamente una storia, con
uno stile telegrafico, non a me, ma agli adulti seduti nella
stanza. Non ho pi l'immagine precisa di chi c'era. - Non
reggeva pi, dicevano. E uscita di testa due giorni dopo il funerale.
Non credeva che Hans fosse Hans.
- A cosa pensi Erik? - La voce di mia sorella interruppe
le mie fantasticherie.
- Alla storia di una donna, qui in campagna, la nonna o
la prozia di uno dei nostri vicini. Penso fosse stato Hiram
Flekkestad quel giorno a raccontarla. Avr avuto dieci anni,
non di pi, ma ci ho pensato per anni. Quando ho chiesto
spiegazioni alla nonna, mi ha detto che quella donna era crollata
dopo aver seppellito il suo terzo bambino. Pensava che
suo marito non fosse suo marito, che gli somigliasse in tutto
e per tutto ma non fosse lui, pensava di avere accanto un impostore.
All'universit ho scoperto che questo fenomeno ha
un nome: sindrome di Capgras.
Inga scroll il capo. - Non sapevo che esistesse Poi fece
un profondo respiro. - Forse pensavi che ricordassi anch'io
quella storia, ma non  cos.
- Probabilmente si tratta di uno scollamento tra i circuiti
neurali per il riconoscimento del viso e quelli per le emozioni.
Le persone affette da questo disturbo riconoscono i
membri della propria famiglia ma non provano nei loro confronti
gli stessi sentimenti di prima. Non riescono a dare un
senso a ci che manca e se lo spiegano dicendo che quelle persone
sono false.
Mia sorella strizz gli occhi mentre guardava dritto davanti
a s. - Se non provassi quello che provo quando ti vedo,
diventeresti un'altra persona. Sarebbe orribile. Vorrebbe
dire che ho perso il ricordo del bene che ti voglio.
- Esattamente, - dissi, poi, mentre uscivo dall'autostrada
e imboccavo la via che portava in citt, Inga guard a destra
dal finestrino e disse: -  tutto cos familiare,  strano.
Un tempo l'Andrews House era un albergo per soli uomini.
I suoi residenti restavano quasi del tutto invisibili ai comuni
cittadini, ma quando comparivano su Division Street
durante la mia infanzia, sembravano tutti stranamente intercambiabili:
vecchi barcollanti, non rasati, con i pantaloni sudici
e cappelli da contadini calati sullo sguardo vacuo. L'edificio
era stato restaurato in uno stile che Inga chiamava
kitsch del Midwest, un dcor che includeva fiori di seta,
cuscini ricamati, abbondanza di centrini, e ritratti di bambini
con occhi sgranati e vestitini ottocenteschi abbracciati ai
propri cani. Nella mia camera, seduto sul letto a baldacchino,
mi sentii all'improvviso girare la testa mentre fissavo il
copriletto a fiori. Abbassai il capo, in attesa che mi passassero
le vertigini.
- Oh Dio, zio Erik! - Sonia, ferma sulla soglia, gett la
testa all'indietro e rise, gli occhi che luccicavano divertiti.
- Pensi di starci, in quel letto?
Inga comparve al suo fianco, guard il letto e si accigli.
- Povero Erik, ti usciranno i piedi.
Rianimata dal sonno, Sonia attravers la stanza a passo di
danza. Faceva ondeggiare le anche sventolando le mani sopra
la testa, con movimenti che ricordavano una ballerina
nelle vecchie scene finto esotiche hollywoodiane. Mentre la
guardavo, cercando ancora di riprendermi dal capogiro, Sonia
rise di nuovo, si ferm davanti alla piccola finestra e,
con il naso attaccato al vetro, guard gi in Division Street.
- Sai, non riesco a credere che abbiate davvero vissuto qui, -
disse meravigliata. Poi si volt verso di noi: - Voglio dire,
cosa facevate?
Fu cos che iniziarono le nostre due settimane nel Minnesota,
ma i miei pensieri erano sempre a New York. Avevo
detto a Miranda dell'apparizione di Lane davanti all'ospedale
e del fatto che avrebbe voluto che intercedessi per Eggy.
Con una certa goffaggine, ero anche riuscito a balbettare che
avevo trovato i suoi modi alienanti. Alienanti? Erano stati
insopportabili. Ma sapevo che dietro la mia inibizione c'era
la riluttanza anche solo a parafrasare i suoi commenti razziali.
Lane sembrava convinto, sbandierando la sua frazione
di sangue non bianco, di guadagnarsi un diritto a parlare che
io non avevo. Per umiliarmi aveva fatto ricorso all'idea razzista
secondo cui la gente di colore , dal punto di vista
sessuale, pi potente dei bianchi borghesi come me, e io avevo
abboccato alla sua provocazione. Mi venne in mente una
storia che mi aveva raccontato Magda su Horace Cayton, un
sociologo nero che era stato in analisi da Helen V. McLean
a Chicago. Aveva scelto la McLean perch era una donna e
perch aveva un braccio atrofizzato, e quindi avrebbe potuto
comprendere meglio il suo handicap. Dopo cinque anni
di analisi, Cayton, che lottava contro l'idea di razza come
razionalizzazione o scusa per la propria inadeguatezza, arriv
invece a capire che quell'idea era penetrata nel nucleo stesso
della sua personalit. Le idee pericolose possono pervaderci.
Mentre ci riflettevo, cominciai a pensare che avrei dovuto
rivelare a Miranda tutto ci che Lane aveva detto, e che
la mia riservatezza non mirava solo a proteggere lei, ma anche
la mia vigliaccheria, il che corroborava l'accusa di Lane
secondo cui ero troppo docile per lei.
Alcuni giorni dopo La muffola, ma prima che io parlassi a
Miranda, Eggy aveva rivisto il padre. Miranda mi raccont
che inizialmente sua figlia aveva sussurrato, - Non  lui, -
ed era rimasta in silenzio. Per, quando lui se ne era andato,
si era messa a fare grandi balzi per tutta la stanza sferzando
l'aria con la sua corda per saltare, come una Furia vendicativa,
e non aveva voluto andare a letto. Senza dubbio Eggy si
era aspettata qualcun altro, la paterna creatura volante dei
suoi disegni, o la persona rinchiusa in una scatola, non l'uomo
che si era trovata di fronte. Miranda mi aveva raccontato
che Eggy faceva brutti sogni e molto spesso si infilava nel
letto della madre. - Forse potresti parlarle tu, - aveva detto,
- come medico -. Quelle parole mi avevano dato una sensazione
raggelante, di distanza e malinconia. - Non posso,
per potrei consigliarti qualcuno che conosco -. La vita interiore
di Miranda era molto pi tumultuosa di quanto avessi
immaginato, e il garbuglio di emozioni che evidentemente
provava per Lane era penetrato in Eggy, che doveva lottare
con la tardiva apparizione di un padre non pi immaginario
ma reale. Tuttavia non avevo alcuna intenzione di diventare
il loro psichiatra a domicilio. A milleottocento chilometri
da New York, continuavo a sognare Miranda. Immaginavo
la sua bocca che si apriva sulla mia, vedevo il suo corpo nudo
disteso sul mio letto, e vivevo notti di sesso furioso con il
suo fantasma. La vera Miranda era un'altra persona. Prima
di salutarci, le avevo scritto i nomi di due colleghi che lavoravano
entrambi in terapia familiare. Mentre le passavo il foglio,
mi sentivo come se indossassi il camice bianco. Lei aveva
preso il foglio tra le lunghe dita e, senza dire niente, mi
aveva guardato negli occhi. Sul suo viso c'era pi dolore di
quanto ne avessi mai visto.
- Lo sapevo, - disse mia madre, - perch ho sentito le infermiere
che parlavano nel corridoio davanti alla mia camera.
Le ho sentite dire: - La bambina della ragazza straniera
 nei guai.
- Ti chiamavano la ragazza straniera? - disse Sonia. Pensavo
che questa citt fosse piena di norvegesi.
- Non veri norvegesi, - dissi. - Non parlano pi la lingua.
Non sono stranieri.
- Eppure, - insist Sonia. - Era pi logico se l'avessero
chiamata la ragazza norvegese. Ti immagini uno che a New
York dice una cosa del genere?
- A New York, - dissi, - quasi met della popolazione 
nata in un altro paese. Sarebbero tutti stranieri.
- Pensavo che ti avrei persa, - disse mia madre a Inga.
Poi, dopo un attimo di silenzio: - Lars si era smorzato mentre
aspettavamo di scoprire se saresti sopravvissuta o meno.
Ogni tanto mia madre mescolava le lingue. Si usava smorzarsi
in quel senso?
- Non poteva fare molto per me, e non era nemmeno in
grado di parlarne. Era come se fosse scomparso -. Guardai
il collo di mia madre muoversi lentamente mentre deglutiva.
La storia della nascita di Inga e del rischio che aveva corso
era saltata fuori verso le dieci di quella stessa sera, a casa
di mia madre. Poco prima di congedarci per andare al nostro
albergo, Inga accenn a Lisa e al suo biglietto. Parl con disinvoltura,
non dava l'impressione di essersi tenuta dentro
per mesi quella notizia. Disse a mia madre che tramite Rosalie
aveva scoperto che Walter Odland si era trasferito in una
casa di cura e che avevamo intenzione di andargli a parlare.
Rosalie Geister era una delle pi vecchie amiche di Inga. La
sua famiglia gestiva l'impresa di pompe funebri in citt da
tre generazioni, e ora dirigeva lei l'attivit. Sua madre veniva
da Blue Wing, e aveva promesso di aiutarla a investigare
sulla storia di Lisa.
Mia madre scroll il capo. - Non ne so niente. Ci furono
vari suicidi a quell'epoca, forse era quello che la ragazza voleva
nascondere. La verit  che parlavano un sacco di questo
e quell'altro, e io avrei dovuto sapere chi era ognuno di
loro, ma per lo pi non lo sapevo. Qualche volta le loro
parole mi entravano da un orecchio e mi uscivano dall'altro.
La nonna e il nonno erano molto buoni con me, ma era un circolo
chiuso. Lars era diverso quando era con la sua famiglia.
Era come se tornasse indietro nel tempo, il modo in cui parlava.
Anche i suoi atteggiamenti cambiavano.
- Mamma, quando vi siete conosciuti, - disse Inga, - pap
ti ha raccontato della sua famiglia e della fattoria perduta,
della Depressione, della povert?
Gi prima che mia madre parlasse, sapevo la risposta guardandola
in viso. Il giovane americano bello e colto che Marit
Nodeland aveva conosciuto all'Universit di Oslo dopo la
guerra non le aveva detto un granch della fattoria nella
Goodhue County, Minnesota, o della sua infanzia, e quello
che le aveva raccontato non enfatizzava i lati spiacevoli.
Dopo aver augurato la buonanotte a mia madre, percorremmo
il corridoio silenzioso della casa per pensionati. Una
donna con il deambulatore avanz spedita verso di noi e incrociandoci
sorrise e fece un cenno con il capo. - Siete i figli
dei Davidsen, vero? - Mentre annuivo, ricordai all'improvviso
mio padre seduto sul bordo del mio letto, le sue dita
premute delicatamente sulla mia fronte e la cadenza nella
sua voce dal lieve accento. -  mattina, ragazzo mio.  mattina.
All'Andrews House, mentre una brezza calda soffiava dalla
finestra della sua camera confortevole ma piena di fronzoli,Inga mi raccont la storia di Edie Bly. Dopo Nel blu, i ruoli che aveva sperato di ottenere non si erano materializzati,
ma essendo ancora giovane e promettente, Edie aveva volteggiato
da un locale all'altro della citt in una foschia tossica
di droghe legali e illegali, manipolando amanti, perdendo
amici e conoscendo centinaia di persone. Edie aveva detto a
Inga di essere stata un po' sventata, ma all'epoca le piaceva
avere quel potere, avere addosso gli occhi degli uomini,
insomma le piaceva quella vita eccitante. Era in quel periodo
che aveva avuto una storia con Max - frettolosi incontri
di sesso nei corridoi, negli ascensori, sui tetti - ma la loro
relazione non era stata priva di problemi. Max aveva dovuto
sopportare molto, le aveva detto Edie. Lei gli dava buca
all'ultimo minuto, andava a chiedergli soldi nel suo studio,
gli raccontava infinite storie lacrimevoli per giustificare il bere
e le droghe. Mio cognato la rimproverava per quei vizi, il
che dimostra che tutto  relativo. Un anno dopo, stufa di
quell'amante che ormai aveva una certa et, Edie diede un
taglio alla relazione e and a vivere con un chitarrista jazz
di nemmeno trent'anni. La sua rivoluzione personale arriv il
giorno in cui si svegli per terra davanti a casa, in una pozza
di vomito, e nella stessa settimana scopr di essere incinta
di due mesi. Con l'aiuto dei suoi a Cleveland e di Mr
Jazz, si fece ricoverare alla High Watch Farm per il programma
di disintossicazione in dodici passi e li trov non
esattamente Dio, ma una sua versione, un nebuloso scopo
superiore. Pervasa da quella nuova forza spirituale, aveva
permesso al feto di svilupparsi in lei finch non era emersa,
sette mesi dopo, una persona di nome Joel.
Quando chiesi a Inga come poteva Edie essere sicura che
Max fosse il padre, mi rispose: - Insiste che le date sono giuste,
che in quel mese c'era solo un uomo nella sua vita, ed
era Max -. Quando io dissi: - E Mr Jazz? - lei replic: -
Edie dice che sono diventati amanti soltanto in seguito -.
Le dissi che mi sembrava improbabile. Probabilmente la signorina
Bly aveva trovato una storia da vendere, forse persino
a se stessa, una storia che aveva sicuri vantaggi commerciali.
- La cosa divertente  che in un certo senso Edie mi piace,
- disse Inga, - anche se  instabile. Con lei mi sento una
maledetta roccia, ed  una cosa nuova per me. Rappresenta
quel modello di misticismo immaturo, ingenuo, luccicante,
tipicamente americano. Estremo Oriente filtrato dalla California
e dalla televisione. Max detestava quella roba. Mi ha
detto che ha cercato di leggere uno dei libri di Max, ma la disorientava.
Non lo trovi strano? Ha una storia con l'uomo
che sostiene essere il padre di suo figlio e non legge nemmeno
i suoi libri? E ancora molto bella, ma ha l'aria sciupata.
Lavora in un'agenzia immobiliare e va ogni giorno agli incontri
degli Alcolisti Anonimi. Sentivo che dovevo scoprire
delle cose su di lei, che dovevo continuare a vederla per il
mio bene, per cercare di capire, e in un certo senso ha
funzionato. Il mese scorso la mia rabbia  svanita. C' troppo
pathos in lei e, se devo essere sincera,  troppo ordinaria.
Max non avrebbe retto a lungo. E d'altra parte adesso  anche
peggio, perch provo compassione per lei e Max. Continuano
a venirmi in mente quei mesi in cui lui usciva per degli
impegni. Ovvio che era Edie. Quando tornava a casa tardi
e si buttava sul letto e si addormentava subito oppure
restava seduto a bere whisky, con lo sguardo velato. A volte
gli chiedevo cosa c'era che non andava, ma lui non diceva
niente. Continuo a pensare a una notte in cui l'ho sentito
rientrare e poi l'ho trovato sul divano con un bicchiere. Gli
ho messo una mano sulla spalla e gli ho detto: Dimmi, tesoro,
dimmi. Mi ha afferrato la mano, l'ha stretta e per un
secondo ho visto i suoi occhi riempirsi di lacrime -. Inga si
port il dorso della mano alla bocca e lo premette contro le
labbra. - A ogni modo, - prosegu, - quando ero l seduta
nel suo piccolo appartamento nel Queens, ho provato una
stranissima sensazione di irrealt. Continuavo a pensare che
quella storia era davvero assurda, immateriale. Una parte di
me non crede che Max la amasse. L'altra parte sa che era cos
e sta male, una combinazione orribile di vergogna e dolore.
E poi c' Joel.
- ...
- Potrebbe essere di Max, ma non c' una somiglianza
lampante. Mi sono trovata a studiare quel povero bambino
in cerca di qualche segno. Ma se davvero fosse di Max...
- Com'?
- Un po' timido, distante.
- Anni?
- Nove.
- E le lettere?
- Mi sono offerta di comprarle.
- Quindi esistono.
- Me le ha mostrate, o meglio, mi ha fatto vedere le buste.
E la scrittura di Max. Ce ne sono sette e, anche se  stata
molto onesta con me e dura con se stessa quando mi ha
parlato della loro relazione, c' qualcosa che non mi dice. Me
lo sento.
- In che senso?
- Sta girando intorno a qualcosa, ma non so cosa.
- Pensi che sia nelle lettere?
- Non lo so.
- Cosa faresti con le lettere se le avessi?
- Quando ero davvero arrabbiata volevo bruciarle, ma ora
penso che aspetter che siamo tutti morti, cos finiranno con
le altre carte di Max. Ho paura di leggerle.
- Sarebbe strano se fosse altrimenti, - dissi. - E Henry?
- aggiunsi con delicatezza.
- Voleva sapere se c'era qualcosa nelle lettere che potesse
essere inserito nel suo libro e ha deciso di chiederglielo direttamente.
Non si aspettava davvero che lei glielo dicesse
ma pensava valesse la pena provarci. Non me lo ha detto per
non ferirmi. Sapeva che era un argomento delicato. Quando
Henry mi ha spiegato il motivo per cui aveva visto Edie, gli
ho creduto. Dopo per mi sono venuti dei dubbi -. Inga chiuse
gli occhi. - La spiegazione ha senso. Penso solo che possa
essere pi complicato... - Aprendo gli occhi, disse: - Sai, non
chiama mai per nome la sua ex moglie.
- E come la chiama?
- L'orchessa, l'arpia, la succube.
- A dir poco ostile.
Inga annu e si mise pi comoda sul letto. Mi sentivo di
nuovo la testa che girava, e mi appoggiai allo schienale della
poltrona. Da fuori sentimmo un treno fischiare e il rombo
delle ruote. Il Great Northern. Ricordo le parole scritte sui
vagoni merci che attraversavano la citt rombando. Dalla sua
espressione, si capiva che anche Inga stava ascoltando. - Mio
padre mi manca, - disse Inga. - Pap mi manca.
- Domani lo seppelliremo, - dissi. - Seppelliremo le sue
ceneri.
Quella notte mi svegliai con la febbre e la vaga sensazione
di aver cercato di aprire con le unghie un'enorme scatola
di metallo, un inquietante residuo di sogno che infettava la
stanza buia, sconosciuta. Passarono un paio di secondi prima
che capissi dov'ero, poi trascinai il mio corpo dolorante
in bagno e mandai gi un paio di Tylenol con dell'acqua tiepida
del rubinetto. Per un po' ebbi i brividi sul materasso
troppo corto, poi, tra la veglia e il sonno, ascoltai la mia voce
interiore come se non appartenesse pi a me, e osservai la
metamorfosi di colori e forme nello strano teatro dietro le
mie palpebre chiuse. Il contenuto allucinatorio dell'ora successiva
fu probabilmente scatenato da una combinazione del
virus o infezione dentro di me con le parti delle memorie di
mio padre che avevo riletto prima di andare a dormire. Mi
appisolai, mi risvegliai, poi, di nuovo mezzo addormentato,
vidi un uomo con le gambe amputate che avanzava in un corridoio,
trascinandosi sui moncherini. Quell'immagine mi fece
svegliare di scatto, con il cuore che mi batteva e quella figura
rattrappita ben impressa nella mente. Quando la paura
diminu, capii che avevo visto una versione semiconscia del
fratello di mio nonno, David, il figlio maggiore, nato dopo
Ingeborg, la bambina morta ancora in fasce che, a quanto diceva
il nonno, era stata seppellita in una scatola da sigari.
Dopo aver lasciato la fattoria nel 1917, David vagabond
in direzione ovest verso lo Stato di Washington, dove fin
sotto un treno che gli mozz le gambe. Nessuno seppe come
era avvenuto l'incidente. Scrisse chiedendo denaro, e mia
nonna gli mand la sua eredit, o una parte di eredit. Milleduecento
dollari? Si, come minimo, un prestito per comprare
delle protesi. Non fu mai restituito. Il resto dei soldi
svan negli anni Trenta, quando le banche fallirono. Chiusi
gli occhi e sentii i miei pensieri vagare altrove. Un ricordo
di molti anni prima: il signor J., un mio paziente, che arrotolava
i pantaloni per mostrarmi la sua protesi. - Quale donna
potrebbe sopportarlo? - Pensai a quando portavo la gamba
di Dum al lavandino, agli arti gettati via negli ospedali, agli
ospedali da campo. Ora succede in Iraq, pensai. Mi venne in
mente il nome Giobbe. - Alla fine era una specie di Giobbe,
- aveva detto mia madre. - Gliene erano capitate di tutti i
colori -. L'immagine di mio padre al suo ottantesimo compleanno,
l'uomo in sedia a rotelle, attaccato a una bombola
d'ossigeno, la gamba malconcia tesa davanti a s, l'apparecchio
per l'udito, il naso ricostruito che si raggrinziva sotto
gli occhiali mentre lui sorrideva studiando il pubblico prima
di cominciare a parlare. - Qualche tempo fa ho letto sul giornale
un breve annuncio che diceva cos: Smarrito gatto.
Marrone e bianco, pelo rado, orecchio sinistro lacerato, cieco
da un occhio, senza coda, zampa posteriore destra zoppicante,
- pausa, - risponde al nome di Lucky. Fortunato davvero!
- Tutti ridono nella grande sala, la luce d'aprile brilla
dalle finestre. Mio padre prosegue con il suo discorso.
David torn alla fattoria nel 1922 con le gambe artificiali,il bastone e dieci centimetri di corpo in meno. Vidi la casa,
i campi. Abbandonata. Quella parola arriv come se avesse
volont propria. Poi tubercolosi. Vidi la baracca con una
sola stanza che David aveva costruito per il fratello moribondo,
Olaf, allo scopo di evitare il contagio. In seguito avrebbero
collegato quella piccola struttura alla casa come cucina
estiva. Quando chiusi gli occhi, vidi del sangue su un asciugamano,
non secco e marrone, ma di un rosso brillante. Mi
agitai sotto le coperte, girai il cuscino bollente e pensai di alzarmi
a bagnare un panno con dell'acqua fredda per mettermelo
sulla testa, ma la luce che s'intravedeva dalla porta del
bagno, a pochi passi di distanza, mi sembrava lontanissima.
Troppo distante. David aveva trascorso il 1926 nel sanatorio
di Mineral Springs. L'avevo mai visto? Mi venne in mente
un edificio. No, me lo stavo inventando. Poi David scomparve,
se ne and per motivi rimasti ignoti. Sono cos stanco,
pensai, e cominciai a perdere il filo della storia. Ricordai
il suono dei passi di mio padre, diverso da quello di qualunque
altro;  strano come riusciamo a riconoscere il ritmo di
una camminata. Il rumore della porta che si chiude. Non
puoi imboccare il sentiero finch non diventi il sentiero.
Mio padre aveva annotato quella citazione del Buddha in un
taccuino. Al mattino, Lars non era tornato. Vidi mia madre
salire in macchina e andare a cercare il marito. Caro Lars.
Kjaere Lars. Sono ferito, stava dicendo il narratore interiore,
e mi trovai di nuovo a virare su David. Nel 1934, un cugino,
Andrew Bakkethun, si era imbattuto in David a Minneapolis,
e avevano trascorso la serata insieme. Il giorno dopo
Andrew aveva offerto a David di accompagnarlo gi a
casa in macchina a fare una visita, ma lui aveva rifiutato.
Andrew aveva riportato la notizia a mio nonno. Mio padre
aveva dodici anni, e non ricordava il fratello di suo padre. Li
immagino in estate, nella piccola cucina, seduti al tavolo
coperto dalla tovaglia cerata. La carta moschicida pende dal soffitto
con minuscoli cadaveri neri intrappolati nella colla gialla.
Quei riccioli di carta mi affascinavano. Mio nonno ascolta
Andrew, che nella mia fantasia  una figura vaga e indossa
un cappello a tesa larga. Anche il giovane Lars  l, sente
tutto e guarda il padre che si scusa, si alza, esce dalla stanza
per entrare nel piccolo locale aggiunto alla casa e spinge la
fragile zanzariera che gli si richiude rumorosamente alle spalle.
Trovo delle faccende da sbrigare nel granaio, scriveva mio
padre, dove ho il sospetto che abbia dato sfogo al proprio dolore.
Non piangiamo dove gli altri possono vederci.
Nel gennaio 1936, un quotidiano di Minneapolis riport
un articolo sulla morte di una persona nota come Dave l'Uomo
delle Matite. I familiari non erano sicuri che l'Uomo
delle Matite fosse il loro David, ma mio nonno chiese in prestito
del denaro per il viaggio fino a Minneapolis. 28 gennaio
1947. Oggi  passato un anno da quando pap  andato su in
citt a identificare zio David appena saputo che era morto. Rievocando
quell'annotazione nel diario di mio padre, cominciai
a sudare, e le lenzuola si inumidirono. Rimasi immobile
per un po', poi, sentendomi pi sveglio, accesi la piccola lampada
di porcellana accanto al letto, sul comodino dov'erano
posate le sue memorie. Non aveva pi gli arti artificiali, ma indossava
delle specie di scarpe oblunghe. Erano fatte su misura,
grosse e voluminose, abbastanza resistenti da durare una vita intera.
Infilandoci i moncherini, in realt camminava sulle ginocchia,
e forse erano relativamente confortevoli essendo ben imbottite
e foderate di tessuto caldo. Si guadagnava da vivere vendendo
matite nel quartiere degli affari di Minneapolis, in strada
e negli androni dei palazzi. Aveva una stanza in un albergo per
operai.
Dave l'Uomo delle Matite muore di freddo
Da anni era conosciuto semplicemente come Dave l'Uomo delle
Matite, il personaggio zoppicante ma gioviale che si trascinava
ogni giorno sui marciapiedi di Washington Avenue. Le gambe di Dave
erano mozzate all'altezza del ginocchio e la gente sapeva la sua et
solo perch un giorno aveva canticchiato, davanti a un gruppo di amici:
- Ho soltanto otto anni pi del nuovo re Edward d'Inghilterra
Quindi aveva quarantanove anni. Era pi o meno l'unica informazione
di cui l'addetto dell'obitorio John Anderson disponeva venerd,
quando si  messo a rintracciare i parenti di Dave. Gioved pomeriggio
Dave aveva aperto a fatica la porta del Park Hotel al 24 di Washington
Avenue South, paralizzato dal freddo.  morto l. Gli impiegati
dell'albergo lo conoscevano come David Olafsen. I suoi unici beni
terreni erano le poche matite ancora invendute e il penny che aveva
in tasca.
Lessi l'articolo un paio di volte, come se potessi impararne
qualcosa. Il cronista era riuscito ad avvolgere il mio prozio
in un'aura dickensiana, lo zoppo grottesco ma di buon
cuore che arranca in strada ripetendo la frase che lo identifica.
E se anche la confusione dell'autore sulla causa della
morte era probabilmente un errore genuino, la scelta del congelamento
deve aver rievocato nei lettori il finale strappalacrime
della Piccola fiammiferaia di Andersen. David era morto
di collasso cardiaco. Dopo essermi lavato la faccia e aver
indossato una maglia asciutta, ricominciai a prendere appunti,
e fu allora che mi torn in mente: un'altra annotazione
che mio padre, quindicenne, aveva riportato nel suo diario
nel 1937. 3 giugno. Oggi ho arato ed erpicato. Re Edward e la
signora Wallis Simpson. Tutti i mondi interiori hanno dei codici.
Mio padre non aveva sviluppato un improvviso interesse
per le vicende della famiglia reale inglese. Il lontano monarca,
che aveva abdicato al trono, era associato in quella
mente di ragazzo a un'altra figura, altrettanto invisibile ma
di gran lunga pi importante, che per caso festeggiava il compleanno
nello stesso giorno del re: lo zio scomparso con le
gambe mozzate al ginocchio, l'uomo che arrancava su Washington
Avenue, a Minneapolis, nelle sue grosse scarpe fatte
su misura, vendendo matite agli uomini d'affari che si chinavano
per dargli pochi penny, l'uomo per il quale il suo adorato
padre si era appartato nel granaio a sfogare il proprio dolore.
Eravamo le uniche persone nel piccolo cimitero dietro Urland
Church. Faceva pi freddo del giorno prima, e il vento
increspava la gonna nera di mia sorella, che teneva lo sguardo
fisso in direzione della fattoria. Mia madre aveva portato
dei gerani-edera da piantare dopo la sepoltura, ed era
accovacciata dietro le piantine per rimuovere qualche foglia
marrone. Sonia vagava tra le lapidi e leggeva i nomi, mentre
zio Fredrik, in abito scuro, ritto con le mani in tasca, pareva
in posa per una fotografia. Zia Lotte se ne stava ingobbita in
sedia a rotelle accanto a lui. Il suo viso sottile, flaccido, circondato
da ciuffi di capelli bianchi, aveva l'espressione confusa
che mi era ormai familiare. Il reverendo e Rosalie, i rappresentanti
rispettivamente della chiesa e delle pompe funebri, non
erano ancora arrivati. Alle spalle delle nostre piccole silhouette
in abiti sobri si apriva l'enorme distesa dei campi di mais e
soia, con la striscia nuda di strada che correva verso l'orizzonte,
e il bosco alla mia destra. Non c'era acqua in vista. In quel
momento era il vuoto a colpirmi, e il rendermi conto che nulla
era cambiato da quando ero ragazzo. Non erano sorti edifici
o quartieri nuovi e il traffico era scarso come sempre. Mentre
aspettavamo, passarono due o tre auto soltanto. La chiesa
bianca con il suo campanile classico aveva una nuova bizzarra
entrata, ma quella era l'unica novit. In inverno, quando non
fosse stata celata dal fogliame, avrei visto la mia eredit: una
fattoria bianca con venti acri di terra.
Quando il reverendo Lund arriv con Rosalie e con una
piccola scatola che racchiudeva le ceneri di mio padre, ci riunimmo
vicino alla profonda buca quadrata che era gi stata
scavata in precedenza. Lund era un uomo paffuto con la testa
pelata e modi vagamente sospettosi. Mentre leggeva, ogni
tanto lanciava uno sguardo a Inga e a me da sopra il libro degli
inni, come se si aspettasse una nostra obiezione. Il pastore
aveva voluto l'anima di mio padre, lo sapevo. Era andato
al suo capezzale con storie d'immigrazione da condividere,
dogmi luterani ed eucaristia, ben consapevole del fatto che,
sebbene mio padre fosse interessato ad alcune questioni teologiche,
le sue credenze tendevano al profano. Non c'era traccia
di fanatismo o intolleranza in Lund. Come una lunga stirpe
di pastori luterani che avevo conosciuto prima di lui, mi
sembrava ben disposto anche se di vedute un po' ristrette, a
proprio agio nella sua fede ma non compiaciuto. Al tempo
stesso, mi aveva sempre colpito il fatto che, nelle mani di uomini
come Lund, la strana, cruenta e meravigliosa storia cristiana
diventasse inevitabilmente scialba.
Quando giunse il momento di calare la scatola nella terra,
ci rendemmo conto che non avevamo mezzi per farlo, n una
corda n una carrucola n alcun congegno simile. Cominciammo
a discutere sul da farsi, e l'interruzione della cerimonia disturb
zia Lotte. Silenziosa da quando era arrivata, chiese, con
voce gracchiante dall'agitazione: - Hai detto ceneri? Ma chi
? - Quando le fu spiegato, si mise a strillare:
- Stupidaggini!
Mio fratello Lars?  oltremare. Abbiamo ricevuto una lettera
la scorsa settimana -. Poi il suo viso si raggrinz come se
stesse cercando qualche parola smarrita, la testa le ricadde in
avanti, e si mise a giocherellare con i bottoni del suo vestito di
cotone. Fu deciso che, in quanto membro pi alto della famiglia,
il compito di calare la scatola spettava a me. Mi sdraiai
sull'erba, afferrai bene la scatola e la feci scendere nella buca,
mentre Inga e Sonia mi tenevano per le gambe. Avevo tutto il
braccio e buona parte del torace nella fossa. Ricordo le mie
mani che stringevano il mogano liscio del contenitore, l'odore
di terra e le pallide radici che spuntavano dalle pareti friabili
tutt'intorno a me. Lasciai cadere la scatola solo di un paio
di centimetri. Questo era mio padre, mi dissi stupito e riverente,
mio padre. E poi, l nella buca, mi venne paura.
Tranne per i rami degli alberi che frusciavano alla nostra
sinistra, non c'erano rumori. Poi arriv il tonfo sordo della
terra che ricadeva sulla scatola.
- Nella sua grande misericordia Dio Onnipotente ha voluto
prendere con s l'anima del nostro fratello, riconsegniamo
dunque il suo corpo alla terra; terra alla terra, cenere alla
cenere, polvere alla polvere.
Ho conservato qualche altra immagine di quella giornata,
frammenti assolati della mia famiglia: i piccoli grumi di terriccio
sulla mia giacca, gli occhi azzurri, traboccanti, di Inga
inginocchiata sulla fossa, la crocchia allentata dal vento. I pugni
chiusi di Sonia mentre avanzava verso l'auto. Lo zio Fredrik
che spingeva silenzioso la sedia a rotelle sul terreno irregolare,
mentre la testa di sua sorella ballonzolava. La figura
snella di mia madre, con un cappello a tesa larga, che si
inginocchiava sulla fossa e premeva con le mani il terreno intorno
alle radici dei gerani. La sconfinata indifferenza del
cielo terso.
-  stata dura per lui vederti crescere, - disse mia madre.
- Quando te ne sei andato,  stata pi dura per lui che per me.
Stavamo sfogliando gli album di famiglia, esaminando le
fotografie di mio padre e mia madre da giovani. Sonia, annoiata
dalle nostre vecchie storie, si rianim alla vista di se
stessa neonata e dei suoi genitori. La guardai, seduta con l'album
aperto in grembo, che tracciava con l'indice l'immagine
di suo padre. C'erano anche foto di Genie, bella e sorridente,
una parte di famiglia ormai perduta. Vederla l mi sembrava
irreale. Sono stato sposato con questa donna, pensai.
Siamo stati sposati. E mentre tutti e quattro rievocavamo vecchie
storie, sia banali sia mitiche, mi ritrovai a pensare a ci
che aveva detto Miranda, che nei sogni viviamo un'esistenza
parallela. Non c'era stato niente di particolarmente insolito
in quel commento, eppure durante il mio viaggio in
Minnesota ero stato tormentato dal pensiero di trovarmi in
un sogno, di arrancare nell'aria pesante di un paesaggio alterato.
Avevo una ventiquattrore piena di scritti sull'affettivit
e sul cervello ma non riuscivo a leggerli. A un tratto la
mia vita era rallentata. Mi resi conto che senza i pazienti e
le costanti pressioni della routine quotidiana, la mia percezione
del tempo era distorta. Nonostante le nuove aree residenziali
in periferia - case gigantesche circondate da minuscoli
fazzoletti di terra quasi del tutto spogli - e l'arrivo dei
lavoratori messicani, che avevano significativamente ampliato
la selezione dei prodotti nei supermercati locali, Blooming
Field non sembrava molto diversa e rimaneva un catalizzatore
di ricordi, alcuni espliciti, altri vaghi, ma tutti in qualche
modo inaffidabili e con qualcosa di onirico. La febbre che
nel giro di una notte era arrivata e scomparsa mi aveva lasciato
uno strascico, una lieve pulsazione nella testa che mi rendeva
sonnolento, e spesso mi appisolavo. In quelle strane condizioni,
accolsi di buon grado la gita da Walter Odland a Blue
Wing, a prescindere da cosa avremmo scoperto o meno.
L'indifferenza di mia madre nei confronti di Lisa e della
sua lettera misteriosa non mi sorprendeva. Mio padre si sentiva
sopraffatto dai ricordi dei primi anni della sua vita. Diventando
uno storico del proprio passato di immigrato, aveva
trovato il modo di tornare a casa in continuazione. Come
innumerevoli neurologi, psichiatri e analisti di mia conoscenza,
che soffrono degli stessi disturbi che sperano di curare
negli altri, mio padre aveva lenito la piaga che si portava dentro
grazie al lavoro che aveva scelto. Aveva archiviato un numero
infinito di diari, lettere, articoli di giornale, libri, ricette,
disegni, taccuini e fotografie di un mondo che stava per
scomparire. Aveva analizzato l'organizzazione di parrocchie,
scuole di campagna e istituti di istruzione superiore, romanzi,
racconti e commedie sull'immigrazione, e i persistenti dibattiti
sulla lingua all'interno di quelle comunit. Era affetto
dalla malattia tipica degli intellettuali, l'infaticabile volont
di padroneggiare. Cronica e incurabile, affligge coloro
che bramano un mondo che abbia senso. Mia madre era stata
una paladina del lavoro di mio padre, ma la ferita da cui
scaturiva aveva fatto soffrire anche lei, non perch le fosse
stato permesso di vedere o curare la piaga, ma perch lui era
stato ben attento a tenerla nascosta. Sapevo che mia madre
avrebbe ascoltato la storia di Lisa se fossimo riusciti a scoprirla,
ma lei non si sentiva tenuta a indagare. - Ci sono cos
tante cose che non sapremo mai, - diceva.
Al volante c'era Rosalie. L'abito blu marina e le scarpe robuste
che aveva indossato alla sepoltura erano state sostituite
da quelli che nel Midwest vengono chiamati slacks, cio
pantaloni in materiale sintetico che non hanno bisogno di essere
stirati, e da una T-shirt su cui era stampata una grossa
zanzara con sotto la scritta Volatile Tipico del Minnesota.
Rosalie non era brutta - capelli corti ricci, viso gradevole e
rotondo che bene si addiceva a un corpo gradevole e rotondo
- ma i piccoli stratagemmi della vanit non facevano per
lei. Senza un filo di trucco o di profumo, era una donna del
tutto priva di ornamenti la cui visione del mondo era filtrata
da grossi occhiali marroni che le ingigantivano gli occhi.
Avevo l'impressione di conoscere Rosalie da sempre, e che,
nonostante l'et che avanzava, fosse rimasta quasi del tutto
immutata nel corso degli anni. I Geister delle Pompe Funebri
Geister erano una famiglia insigne, con sette figli, inclusi
due gemelli, e a volte mi ero chiesto se la loro fecondit
non fosse la logica reazione a quella lugubre attivit familiare.
Rosalie e Inga, inseparabili alle medie e alle superiori, erano
rimaste molto amiche.
Mentre guidava (notai che andava molto forte), Rosalie
teneva il volante con una mano e gesticolava con l'altra.
- Non so se il vecchio  ancora in grado di intendere e di volere.
La signora della casa di cura ha detto solo che gradisce
le visite. Con pochissime eccezioni, tutti i nostri residenti
gradiscono le visite, - disse imitando il tono melenso della
donna. - Ha lavorato per anni in una ferramenta, secondo la
mamma, che ha sempre accesso al ruscello gorgogliante di
pettegolezzi di Blue Wing, il cui unico rivale  il torrente in
piena di Blooming Fields. Che Dio la benedica. Un paio di
giorni con il naso a terra e la mia vecchia sente l'odore di
scandalo a un miglio di distanza.
Notai che Rosalie non si faceva problemi a trasferire bruscamente
le sue metafore dai corsi d'acqua alla terra arida.
Sonia si tolse le cuffiette. - Stai scherzando.
- Rosalie scherza sempre, - disse Inga.
- Non del tutto, - ribatt Rosalie. - La vostra Lisa Odland,
dopo gli anni passati fuori citt, quando nessuno sapeva
dove fosse,  diventata la signora Kavacek. La mamma ha
sette anni in meno, quindi non erano insieme a scuola. Il signor
Kavacek  morto giovane. Hanno avuto una sola figlia,
una ragazza dalla cattiva reputazione, secondo la mamma,
ma quell'espressione pu voler dire qualsiasi cosa, come noi
ben sappiamo -. Rosalie fece l'occhiolino a Inga con fare teatrale.
- Dalla passione per le minigonne a un didietro che sculetta
un filino di troppo, a un vero e proprio crimine. A ogni
modo, la Figlia dalla Dubbia Reputazione se la svign anni
fa, dopodich la signora Kavacek, al secolo Lisa Odland, 
diventata un'eremita, non mette mezzo piede fuori casa. Non
va in chiesa. Non fa entrare il pastore. Non c' concime migliore
di quello, per l'orto delle chiacchiere. La conoscete
l'antifona: Chiss che fa l dentro la vecchiaccia..., - canticchi,
intonando una nenia.
-  ancora viva, - disse Inga.
- Cos pare, ma secondo me  meglio se passiamo prima
da nonno Walt. Lei non vuole vedere nessuno.
Sonia sgran gli occhi. - Probabilmente soffre di agorafobia
o qualcosa del genere, ma come fa a comprarsi da mangiare?
- Be', si  trovata una compagnia, una nipote da parte del
marito, Lorelei, strano personaggio a quanto pare, con una
gamba malconcia; va e viene, fa la spesa e le commissioni, e
guadagna qualcosa con dei lavori di cucito.
- Penso che la parola scandalo sia un'esagerazione, - dissi
a Rosalie.
Mi guard sogghignando dallo specchietto retrovisore.
- Non correre troppo. C' dell'altro. A quanto pare le due
signore fabbricano qualcosa, in casa. C' un viavai di pacchetti,
fattorini che ritirano e consegnano, ma nessuno sa cosa
contengano le scatole.
Inga si volt verso Rosalie, apr la bocca ma non disse
nulla.
- Ci sono stati dei problemi con i ragazzini. Il classico chi
ha il fegato di spiare dalla finestra della vecchia signora Kavacek.
Uno  caduto da un albero mentre cercava di guardare
in casa.
- Non cambia mai niente, - disse Inga.
- No, - fece Rosalie allegramente. - Ti ricordi quando
spiavamo Alvin Schadow mentre faceva pratica di valzer con
quei nastri registrati, abbracciando stretto stretto quel povero
cuscino? Oh Dio, era uno spasso.
- Io non guardavo, - disse Inga. - Lo trovavo terribile.
- Oh, mamma! - gemette Sonia.
- Invece guardava, - disse Rosalie, - per non rideva. Il
suo tenero cuoricino era straziato dal dolore.
- Be', povero signor Schadow, - disse Inga, - forse tra
non molto dovr ricorrere anch'io ai cuscini, quindi non me
la sento di fare la superiore.
Sonia lanci a sua madre uno sguardo inquieto, si rimise
le cuffiette, si lasci sprofondare nel sedile e chiuse gli occhi.
Quando entrammo, Walter Odland era seduto in poltrona
in una stanza lunga e stretta; l'uomo grinzoso e dal lungo
naso, in pigiama a righe, con cui la condivideva era prostrato
in un sonno di morte, con la bocca spalancata. In un
vassoio sul tavolino mobile accanto a lui c'era un pasto abbandonato
a met. Odland sembrava sprofondato nella sua poltrona,
nella postura tipica delle persone molto anziane. Gli
occhi acquosi erano infossati, le labbra sottili erano fiancheggiate
da mascelle flaccide, chiazzate e sormontate da un naso
tondo e carnoso. Ci era stato detto che soffriva di una forma
di demenza, ma sembrava lucido. Quando gli spiegammo
che avevamo qualche domanda su nostro padre, lui annu,
ma il nome Davidsen non sembr dirgli molto. Per, appena
menzionammo Bakkethun, fu percorso da un fremito di riconoscimento,
e il nome di sua sorella unito ad alcune domande
sul matrimonio dei suoi genitori scaten una valanga
di parole.
- Ah bene, - disse Odland. - E stato un errore da come
la vedo io, anzi, una vera e propria bugia, ecco. Era per proteggersi,
immagino, perch aveva la cicatrice proprio qui sul
collo. Diceva che era stata una candela o scemenze del genere.
Io non l'ho saputo fino a molti anni dopo, sa. Sono andato
da lei. Ha dato la colpa anche a me. Non siamo mai stati
uniti.
Inga si protese verso di lui e gli tocc con delicatezza il
braccio. - Cosa le ha detto?
Odland si rivolse a Inga come se la vedesse per la prima
volta. - Be', lei  proprio uno schianto, sa? - disse. - Bella
donna.
- Grazie, - disse Inga. - Cosa le ha detto?
- Dell'incendio.
- Quale incendio? - chiese Rosalie.
- A Zumbrota.
Ero in piedi nella piccola stanza e mi chinai per farmi sentire
meglio dal vecchio signore. - Lei e Lisa non avete la stessa
madre, vero? - chiesi.
Il suo viso si alter, e l'uomo evit di guardarmi negli occhi.
- Non  stato giusto per nessuno di noi due -. Il suo mento
cominci a sobbalzare su e gi mentre guardava fuori dalla
stanza, poi scroll il capo. - Dove mi trovo?
- Nella casa di cura di Blue Wing, - disse Rosalie.
- Dimentico, - disse lui con semplicit, e notai che i suoi
occhi erano di un verde oliva screziato.
- Signor Odland, - continuai, - cos' successo nell'incendio?
- Sono morti.
Inga si protese di nuovo e gli appoggi con delicatezza una
mano sul braccio.
- Chi? - chiese.
Adesso Odland era agitato, e io cominciavo a provare un
forte senso di colpa. Avevamo rivangato vecchi guai familiari
e l'uomo stava scrollando il capo con enfasi. - Non era giusto
non dirlo -. Mi voltai verso Inga, scrollai il capo e, senza
emettere suoni, sillabai: - Basta cos -. Lei annu.
Rosalie, che aveva compreso il mio messaggio silenzioso,
afferr subito le mani di Odland tra le sue e, mantenendo
una presa salda, lo guard negli occhi e disse lentamente:
- Signor Odland, ci ha fatto un gran favore, la ringraziamo.
Le siamo grati.
- Lei  quell'altra, - disse.
- S, sono l'altra. E la ringrazio.
- Ci pu scommettere, - disse lui rianimandosi. - Bene,
grazie.
Dall'omino addormentato provenne un respiro affannoso,
sibilante, e un'infermiera entr nella stanza. Fiss il paziente
e si volt verso di noi. - Bello vedere che ha un po' di
compagnia' - disse a Odland.
L'uomo sogghign e indic Sonia. - Venga qui, signorina,
- disse.
Sonia, obbediente, avanz, e il vecchio allung le mani
verso di lei, con il viso che si raggrinziva in un sorriso. Poi si
picchiett la guancia cadente: - Un bacetto, - disse, - qui.
- Be', signor Odland, - disse l'infermiera.
Sonia arross, e vidi il conflitto sul suo viso, ma poi si
chin, proprio quando l'infermiera stava arrivando, e gli diede
un rapido bacio sulla guancia.
Odland ridacchi felice, poi emise un fortissimo fischio
da donnaiolo.
Prima che ce ne andassimo, la donna si volt verso di noi
e disse: - Spero che torniate. Non riceve molte visite, e gli
fa bene.
Sonia buss alla mia porta intorno a mezzanotte. Sembrava
molto seria quando entr nella stanza a piedi nudi, con
un'enorme T-shirt blu che le arrivava quasi alle ginocchia
e un paio di pantaloni del pigiama laceri. - Sono felice che
tu sia sveglio, - disse. Dopo essersi seduta sulla poltrona vicino
alla finestra, mi guard dritto negli occhi. - So di pap
ed Edie Bly.
- Te l'ha detto tua madre?
- Avevo la sensazione che lo sapesse quando continuava
a guardare il film, ma nel caso non fosse stato cos, non sarei
stata io a dirglielo.
- E tu come fai a saperlo?
Per un momento, Sonia sembr sul punto di piangere, ma
rimase in silenzio e inspir a fondo, poi disse, - Li ho visti
insieme. Ero in terza elementare. Su Varick Street.
- Molto tempo fa.
Annu. - Avevo nove anni. Ogni tanto la mamma mi lasciava
fare il giro dell'isolato per andare a trovare pap nel
suo studio. Era una cosa che la rendeva molto nervosa, ma
io insistevo tanto e allora facevamo un patto. Pap l'avrebbe
chiamata appena arrivavo. Era solo a due isolati da casa.
Quel giorno non gli abbiamo telefonato. La mamma ha detto
che potevo fargli una sorpresa. Cos mi sono precipitata
da lui e, in fondo alla strada, l'ho visto sulla porta. Con lei.
Aveva le mani su di lei.
- Cos'hai fatto?
Sonia fiss un punto davanti a s, ma senza incrociare il
mio sguardo. - Sono corsa a casa. Ho detto a mamma che
forse era uscito. Mi sembrava che mi avessero tolto l'aria dal
corpo.
- E non hai mai detto niente a nessuno?
Scroll il capo, le luccicavano gli occhi. - Il fatto  che ero
cos arrabbiata con pap, e poi ho continuato a pensare che
avrebbero divorziato, come i genitori di tutti i miei compagni.
Li sentivo litigare. Mi mettevo a cantare, a squarciagola;
allora abbassavano la voce, per l'imbarazzo -. Sonia aveva
un'espressione dura. - Ma non  successo, cio non hanno
divorziato, e io ho cominciato a pensare che quello che
avevo visto non era reale, che forse quella donna non era
stata davvero l. Mi sembrava un film o qualcosa del genere, e
pap era uguale a prima, sempre il solito. Poi si  ammalato.
Sonia incroci le braccia e abbass la testa. - Guardavo mamma
accanto a lui in ospedale, che gli parlava, gli leggeva delle
storie, gli baciava le mani...
- Eri ancora arrabbiata con tuo padre?
Sonia alz la testa. - No. Forse. Non lo so. Era qualcos'altro,
cio non riuscivo a fare niente, e ora non posso tornare
indietro. Non sono stata buona con lui. Sono stata stupida.
Non gli parlavo nemmeno. L'odore dell'ospedale, le infermiere,
i pappagalli di plastica azzurra, le flebo, non so, io,
io... - Si interruppe, poi disse: - Quando  stato davvero male,
non mi sembrava neanche pi mio padre.
- Prima di morire, mi ha detto che tu e tua madre eravate
la sua anima. Ha detto proprio quelle parole: Sono la mia
anima. Prenditi cura di loro.
- Chiss cos'era Edie Bly, allora, - disse.
Scrollai il capo. - Non lo so, Sonia.
- Tutti fanno i duri in queste situazioni. Sally Reiser ha
una matrigna che ha solo cinque anni pi di lei. Il padre di
Ari  alla quarta moglie, e la madre  al terzo marito. Ma noi
eravamo diversi. Noi non eravamo cos, - disse scrollando il
capo. - Ho sempre pensato che noi eravamo diversi.
Rimanemmo in silenzio per un po'. Formulai nella mia
mente parecchie frasi sugli adulti e le loro manie, sulle passioni
degli uomini di una certa et, che si placavano piuttosto
in fretta, sui diversi tipi di amore e cos via, ma non ne
pronunciai nessuna.
- Dovresti parlare con tua madre.
- Non dirle che lo so, - disse con foga.
- Non lo far. Dovresti dirglielo tu. Sar un sollievo per
entrambe.
Sonia si guard le ginocchia. Vidi che le tremava il mento,
e che la bocca si contorceva nel tentativo di controllarlo.
Mi alzai dal letto, mi avvicinai a lei e le misi una mano
sulla spalla. Lei la prese e la strinse. - La mia povera ragazza, -
dissi. Alz il capo e, anche se aveva gli occhi umidi, non piangeva.
- Mentre lo dicevi, sembravi proprio pap, proprio lui.
Il giorno dopo, seduto sulla piccola poltrona a Andrews
House, presi qualche appunto sulla conversazione telefonica
con la signorina L., pensando a quelli che chiamavamo i suoi
vuoti, le ore che passava in un limbo con le sue fantasie.
Ho pensato a lei chino su di me, che mi toccava l in basso,
e poi avevo paura che mi scappasse la pipi, cos ho cominciato
a colpirla forte. Scrissi il termine usato da Bion, contenitore,
l'analista come recipiente, un posto dove mettere
il proprio caos. Io, l'orinale. Il lavoro mi mancava. Il lavoro
era il mio scheletro, la mia muscolatura. Senza, mi sentivo
come una medusa. La forma delle cose, i contorni. Non possiamo
farne a meno. Non toccarmi il naso, stronzo! mi
aveva gridato uno dei miei pazienti dopo che mi ero grattato
il mio durante il colloquio. Ero un giovane psichiatra internista,
e le sue parole mi avevano fatto trasalire. Da allora
avevo imparato che tutto  precario - dove iniziamo e finiamo,
i nostri corpi, i nostri mondi, interno ed esterno. I pazienti
psicotici sono spesso dei cosmologi, ossessionati dalle
strutture misteriose dell'invisibile, da Dio e Satana, dalle stelle,
da una quarta dimensione, da quello che sta sotto e al di
l. Sono in cerca dell'ossatura del mondo. A volte l'ospedale
pu rappresentare un rifugio temporaneo di monotona routine
- studenti di medicina, pranzo, lezioni di artigianato,
attivit motoria, visite degli assistenti sociali
e dei medici -
ma poi il mondo li chiama. Il paziente esce allo scoperto, e
quelli pi fragili vanno di nuovo in pezzi.
Mio padre lavorava sodo per tenere in ordine il proprio
mondo: sveglia presto, lunghe ore di lavoro, correzione di
bozze leggendo a ritroso, appunti meticolosi, cartine dettagliate,
file diritte di mais, patate, fagioli, lattuga e ravanelli.
Ma quando capitava un incidente - un problema all'automobile,
un figlio che si faceva male, qualcosa che andava storto,
il cattivo tempo - soffriva in modo disordinato. Ricordo
il suo viso che si contraeva, la voce che si incrinava per l'angoscia,
i pugni chiusi mentre scrollava il capo. Le sensazioni
viaggiano. La voce di mia madre: Non prendertela, Lars.
L'espressione sgomenta di mia sorella nel sedile dietro. Io mi
facevo piccolo piccolo. Sonia cantava. Io contavo. Non era
mai l'evento in s, di fatto cos poco importante, o quello
che mio padre diceva o non diceva. Le sue eruzioni erano controllate.
Era il vulcano di emozioni che sentivamo ribollire
in lui.
Quella notte sognai che ero tornato in ospedale e avevo
appena chiuso a chiave la porta a vetri del reparto nord quando
un interno mi dava un colpetto sulla spalla e mi porgeva
una radiografia. La guardavo. Il cuore era cos enorme che
riempiva l'intera cassa toracica. All'improvviso accanto a me
compariva un radiologo, e io notavo che aveva il camice sporco,
grondante un disgustoso liquido giallo. Si protendeva verso
di me e io indietreggiavo, cercando di evitare il contatto.
Mi bisbigliava nell'orecchio: Difetto atriosettale. Gli chiedevo
cosa ci faceva in psichiatria. Poi, non so bene come, mi
rendevo conto che quello della radiografia era il mio cuore,
e che la lesione congenita ce l'avevo io. Prendevo uno stetoscopio
dalla tasca e cominciavo ad auscultarmi il petto. Sentivo
un forte borbottio, poi, al di l del vetro, vedevo mio
padre in un letto d'ospedale nel mezzo di un ampio corridoio
nel reparto sud. Non avrebbe dovuto essere l.  nel reparto
sbagliato. Tiravo fuori la chiave per aprire la porta ma, invece
di una sola, trovavo cinquanta chiavi di dimensioni diverse
appese alla catenella. Provavo una chiave dopo l'altra, ma
non andavano bene. Tutt'a un tratto non riuscivo a respirare,
poi, in preda al panico, gridavo aiuto. Mio padre giaceva
immobile, a bocca aperta. Il radiologo era ancora l, ma aveva
una faccia diversa e bisbigliava: Disturbo psicotico in seguito
a ipertensione polmonare. Mi svegliai con quella frase
assurda nelle orecchie. Il mattino dopo, quando mi annotai
il sogno, la prima cosa che scrissi fu: Medico, cura te
stesso. Ma poi capii che il buco nel mio cuore si riferiva
a quello nel petto di mio padre quando il medico del pronto
soccorso gli aveva gonfiato il polmone collassato, e che io avevo
cercato disperatamente di raggiungerlo aprendo la porta
con delle chiavi sconosciute.
Inga e Rosalie trovarono un articolo sul Zumbrota Reporter.
Il 14 maggio 1920 un tragico incendio si era portato
via Sylvia Odland e il figlio appena nato, James. Lisa Odland,
di due anni, aveva riportato delle ustioni ma era stata salvata
da un pompiere che l'aveva estratta dalla casa in fiamme attraverso
la porta principale. I genitori di Lisa erano divorziati,
e l'articolo diceva che la bambina sarebbe andata a vivere
con il padre e la seconda moglie. Non le raccontarono mai di
quelle morti. Walter Odland aveva detto la verit: Non era
giusto. Ma il ricordo implicito dell'incendio, che Lisa non recuper
mai consciamente, doveva aver nondimeno modellato
le sue reazioni emotive. La perdita di sua madre non fu mai riconosciuta,
il lutto non venne mai elaborato. Le era stata offerta
una sostituzione. Anni dopo, il fratello le aveva dato la
terribile notizia. Adesso era un'eremita. Tuttavia, come sottoline
Inga, la storia dell'incendio non aveva nulla a che fare
con il misterioso messaggio o con nostro padre.
- Sento Lars, e sento anche mia madre. Sono entrambi
qui con me. A New York non li sento mai, - disse mia madre.
Sonia guard sua nonna con un'espressione stupita. - Come
dei fantasmi?
- No. Come presenze. Non fanno paura.
- Io sento la voce di Max, - disse Inga con semplicit.
- Davvero? - chiese Sonia.
Inga annu. - Lo sento che dice il mio nome, solo ogni tanto,
non succede spesso. Pap una volta mi ha detto che sentiva
la voce di suo padre. Sentiva il padre che lo chiamava.
Mia madre era seduta sul divano con le ginocchia strette
al petto. Dal mio posto, sulla poltrona davanti a lei, la guardai
voltare il viso verso la finestra, e in quell'istante la vidi
come se fosse una persona che non conoscevo. La testa piccola
e il profilo delicato furono illuminati per un momento
dal fascio di luce che entrava dalla finestra. Vidi le rughe
profonde intorno alla bocca e sulla fronte e il blu intenso dell'iride.
I capelli bianchi erano scostati dal viso. - Una volta
Lotte mi ha raccontato di quel giorno in cui vostra nonna
perse i suoi risparmi. Ivar torn a casa, diede la brutta notizia
a proposito della banca, poi cit un salmo: Alla loro domanda
fece scendere le quaglie e li sazi con il pane del cielo.
Hildy prese un piatto dal tavolo e lo scagli a terra.
- Pap non te l'aveva mai raccontato? - disse Inga.
- No. Avrei voluto che mi raccontasse di pi, ma non riusciva.
Una volta gli ho detto: Dev'essere stato difficile crescere
con tanta ostilit tra i tuoi genitori.
- E lui cos'ha detto?
- Non ne voleva sentir parlare -. Una nuvola doveva aver
oscurato il sole in quel momento, perch la stanza si fece all'improvviso
buia.
Mi sforzai di pensare al passato, di ricordare qualcosa, un
indizio dall'infanzia. Adoravo la nonna, adoravo le sue braccia
con la carne flaccida e i suoi lunghi capelli bianchi, sempre
raccolti con le grandi forcine che teneva in una piccola
ciotola sulla credenza. Adoravo la sua risata, le storie della sua
giovinezza, e adoravo quando si metteva il cappello di paglia
con i fiori prima di portarci a fare un giro in macchina. Non
era mai stata in grado di pronunciare il suono th in inglese:
per lei diventava una semplice t. Pensai al nonno paterno
di mio padre che, con corde e carrucola, calava dalla montagna
di Voss il baule che avrebbe portato in America, e il
rifugio dove aveva vissuto all'inizio, una buca nel terreno coperta
di erba, poi la casa di legno che era bruciata dopo la morte
della moglie. Nell'autunno del 1924 un guasto alla stufa o al
camino gli incendi la casa. I dettagli non sono chiari. Per fortuna
due vicini di casa, Hiram Pedersen e Knut Hougo, passavano
di li e videro il fuoco. Trovarono Olaf intrappolato dietro un tavolo
che stava cercando di spingere fuori dalla porta. Era gi gravemente
ustionato, specialmente le mani e parti del viso. L'ultima
volta che l'ho visto era a letto, e non riusciva a parlare. Mi ha
messo la mano coperta di cicatrici sulla testa, come se volesse benedirmi.
E ha fatto la stessa cosa con mia sorella, Lotte.
- Ovvio che le sia venuto da spaccare un piatto, - disse
Sonia. - Dio non gli dava da mangiare, giusto? Avevano perso
tutto.
Mia madre scroll il capo. - Erano cos diversi, quei due.
Hildy poteva essere irrazionale, ma era piena di energia.
Quando Ivar stava morendo, quando era in coma, sembrava
che di tanto in tanto ne uscisse e riuscisse a vederci. Non parlava,
e aveva negli occhi uno sguardo terribile, cos sofferente,
come se volesse solo arrivare alla fine.
Nessuno di noi parl per almeno un minuto, poi mia madre
si volt verso Sonia e prosegu. - Mio padre si ammal
durante la guerra. Il cuore. Era cos atletico, poteva correre
come una capra su per le montagne. Non perdeva mai l'equilibrio,
ma poi... - si mise una mano sul petto. - Faceva fatica
a riprendere fiato, lo sentivo respirare troppo in fretta, e
ricordo di aver pensato: non pu morire. Pap non pu morire
per davvero.
- Come mio pap, - sussurr Sonia. - E quello che anch'io
continuavo a ripetere di pap.
Mia madre tir Sonia verso di s e le carezz i capelli. Inga
le guard, con il viso contratto dall'emozione.
Mia madre non si interruppe. La sua voce ferma portava
con s la cantilena e il ritmo della lingua nascosta sotto quella
che stava usando, e forse non parlava solo a noi, ma anche
a se stessa. - A quell'epoca, quando moriva qualcuno, il corpo
veniva vestito ed esposto. La gente passava a salutare. Era
un rituale, naturalmente. Ricordo di aver guardato mio padre
l disteso, senza se stesso. Mio padre morto era uno sconosciuto -.
Fece una pausa. - Non c'era nessuna imbalsamazione,
nessuna di quelle orribili invenzioni americane. Quando
morivi, venivi avvolto in un sudario bianco, messo in una
semplice bara di legno e seppellito -. Mia madre prese fiato.
- Mentre guardavo il corpo, mia madre disse: Kyss Pappa.
Bacia pap, - tradusse per Sonia.
- Questo lo so, Mormor, - borbott mia nipote.
- Io non volevo baciarlo, - disse mia madre. Il suo viso si
irrigid.
Sonia, che stava ascoltando con la testa appoggiata al petto
della nonna, alz lo sguardo.
- Mamma ripet: Kyss Pappa -. Mia madre spost lo
sguardo sul candeliere al centro del tavolo davanti a lei. - Non
volevo, ma poi l'ho fatto -. Guard Sonia e disse: - Mia madre
era una donna meravigliosa. Io le volevo un gran bene,
ma non avrebbe dovuto dire quella cosa.
La luce persistente di quella giornata di giugno era svanita
mentre parlavamo, e all'improvviso mi resi conto che eravamo
seduti in una stanza buia, ma nessuno di noi si mosse
per accendere una lampada. Sonia si sfil dall'abbraccio della
nonna, e notai come mia madre stava dritta, perfettamente
immobile sul divano, il viso in ombra teso nello sforzo di
ricordare.
Marit, Marit, Marit, Marit. Quella notte, quando chiusi gli
occhi, la formula incantatoria di mio padre mi venne in mente
senza preavviso, quella strana, involontaria ripetizione del
nome di una donna. Un'ancora di salvezza: Marit, Marit,
Marit.
Tanya Bluestone vaga impazzita
Musa di nessuno, urla di dolore
Muta - sogna impaurita.
Gola chiusa e male incolore,
Un incendio gemello nella mia storia
Ustione ricomposta dalla memoria.
Sonia Blaustein
P.S. L'ho detto a mamma.
Trovai la poesia e il poscritto di Sonia sotto la porta quando
mi alzai dal letto. La rilessi parecchie volte, ripiegai accuratamente
il foglio e lo infilai nel mio diario. Per un po' rimasi
alla finestra a guardare Division Street, ancora vuota
alle sette di mattina. Ricordai il fumo che saliva al cielo, la
pioggia di carta, secca, soffocante, la foschia nel cielo di
Brooklyn e il silenzio che era caduto sul quartiere. Quel giorno
sulla Settima Avenue i pedoni mi erano sembrati sonnambuli,
alieni che vagavano con movimenti meccanici, i visi coperti
da fazzoletti e mascherine.
Fu Rosalie, con l'aiuto della sua intrepida madre, a organizzare
l'incontro all'Ideal Caf di Blooming Field. Lorelei
Kavacek ci aveva concesso un colloquio perch doveva sbrigare
delle faccende in citt. Nonostante quella donna fosse
un enigma per me, mi ero fatto un'idea di lei basandomi sulle
poche informazioni che avevamo racimolato. Lorelei viveva
con una reclusa che aveva avuto dei legami con mio padre
e con la comunit in cui era cresciuto. Era zoppa, e di conseguenza,
mi veniva da pensare, riservata. Quei frammenti
dovevano avermi riportato con la memoria agli anziani che
avevo conosciuto da bambino e alle storie che avevo sentito
su di loro. Ricordai di aver visto le vecchissime sorelle
Bondestad in lunghi abiti neri che camminavano a braccetto sulla
strada sterrata. Quando il padre era morto nel 1920, avevano
indossato le gramaglie e non le avevano pi tolte. Cucinavano,
aravano e mietevano in nero. A quello delle due
sorelle si mescol il ricordo di Norbert Engel, l'eremita locale,
di cui mi era rimasta in mente una sola immagine: un omino
energico seduto su un ceppo tra gli alberi - viso marrone
pieno di rughe, pochi denti marroni, vestiti marroni, o comunque
plumbei. Rolla una sigaretta tra le dita giallastre e i
suoi abili gesti mi stupiscono. Il nome Lorelei aveva senza
dubbio aggiunto un alone leggendario all'immagine gotica
che aleggiava vagamente nella mia coscienza: una spilungona
cotta dal sole, che trascina una gamba inerte, in abiti che
ricordano le gramaglie delle Bondestad. Ma non presi coscienza
di quella fantasia finch Lorelei Kavacek non la scacci
in un solo colpo varcando la soglia.
Zoppicava, ma era evidente che aveva perfezionato l'andatura
per celare il pi possibile il proprio handicap. Per il
resto non era altro che una rispettabile donna all'antica del
Minnesota. Era formosa ma non grassa. Indossava una camicetta
di cotone a quadretti pastello con le maniche corte, una
gonna blu marina che le arrivava ben sotto il ginocchio, calze
spesse e scarpe robuste. Immaginai che avesse una sessantina
d'anni, ma poteva essere pi vecchia o anche pi giovane.
Dopo aver preso posto al tavolo, si lisci la gonna e si mise
in grembo la borsetta, un oggetto rigido, rettangolare, con
un grosso fermaglio. Quando ci presentammo, ci guard uno
a uno per un istante, con i grandi occhi leggermente sporgenti.
Probabilmente non era mai stata bella, ma nonostante le
guance e il collo fossero flaccidi, aveva una carnagione bianca
e liscia, come se non avesse mai visto il sole. Ordinammo
il caff, e lei disse con l'accento ricco di lunghe vocali tipico
del Minnesota: - Mia zia si ricorda di vostro pap, dice che
non l'ha pi visto da prima della guerra ma ha letto sul giornale
degli articoli su di lui.
Mentre Inga parlava della lettera e dei suoi contenuti,
io continuai a guardare Lorelei, e nonostante il fatto che
non corrispondesse per nulla all'immagine semiconscia che
mi ero creato, la sua presenza evocava in me una sensazione
che collegavo all'infanzia. Inizialmente non riuscivo a
capire cosa fosse, ma dopo qualche secondo mi resi conto
che profumava di una colonia di cui non conoscevo la marca
ma che aveva aleggiato nel seminterrato della chiesa luterana
di St John per non poche domeniche. Quell'espressione
mi venne in mente all'improvviso, senza dubbio
conseguenza di un ricordo che portava con s qualcosa di
simile all'affezione. - Non vede nessuno, sa, - mi disse Lorelei
Kavacek. - Mai.
Inga si protese in avanti: - Sappiamo dell'incendio e della
madre della signora Kavacek. Abbiamo parlato con il signor
Odland pochi giorni fa -. Mia sorella diede al nome la
sua inflessione norvegese, con una O lunga. - Dev'essere
stato duro per lei scoprirlo cos tanti anni dopo.
- Da queste parti diciamo Odd-land, - disse lei.
Inga arross. - Certo, - disse.
Il viso della donna cambi, e i suoi grandi occhi pallidi
parvero all'improvviso umidi. - E per quanto riguarda l'altro...
brutta storia. Come essere la persona sbagliata per tutta
la vita. Lei dice di aver sempre avuto quella sensazione,
come se le mancasse il fegato o qualche altro organo -. Dopo
una pausa, sospir e guard Rosalie. - Mi faccia pensare,
ormai vivo con mia zia Lisa da una trentina d'anni. Poco prima
che mi trasferissi da lei, Walter trov i documenti del divorzio
e fece due pi due.
- Perch non vuole vedere nessuno? - chiese Inga.
Lorelei scroll il capo, ma evit gli occhi di Inga, e notai
che stringeva la borsetta con entrambe le mani come se la aiutasse
a mantenere l'equilibrio. - Un giorno ha semplicemente
smesso di uscire di casa. Non lo ammetterebbe mai, ma ha
paura. Ho cercato di convincerla a parlare con il pastore Wee,
ma non ne vuole sapere -. La donna guard la tazza da caff
bianca. - L'ha sconvolta, questa storia di vostro padre. Erano
tempi difficili. E una donna anziana, e ha il diritto di avere
la vita che vuole. Siamo riuscite a organizzare le cose piuttosto
bene, e la nostra piccola attivit le ha giovato.
- Quale attivit? - chiesi.
- Giocattoli, - disse lei con aria indifferente. - Ma non
giocattoli qualunque. Ne abbiamo spedito qualcuno anche a
New York. Squadr Inga con aria sospetta.  da l che venite,
no? - chiese brusca.
- Erik e io abitiamo li adesso, - disse Inga. - Ma siamo
di qui.
Lorelei inarc le sopracciglia in un'espressione che avrebbe
potuto significare disapprovazione, incredulit o fastidio.
Rivolse a Inga un'occhiata severa, tir su con il naso ma non
disse niente. - Zia Lisa li ha sempre fatti, ma  stata una mia
idea quella di venderli. Ho avuto una sartoria per vent'anni
con Doris Goodly, e non sono riuscita a tenerla dopo che 
morta Doris, ma avevo il talento e l'energia necessaria. Cos
ho dato a mia zia un po' di dignit -. La donna si raddrizz,
come se l'attivit avesse dato qualcosa in pi anche a lei.
- Fabbricate i giocattoli in casa? - chiesi.
- Tutti fatti a mano. Non  che diventiamo ricche, Dio
solo lo sa, ma ci permette di mangiare e vestirci. Ne ho spedita
una coppia a Berlino, in Germania, appena... mi faccia
pensare, appena due settimane fa.
- Una coppia? - disse Inga. Mia sorella si protese in avanti,
mise i gomiti sul tavolo e appoggi il mento sulle mani.
- Madre e figlio, - disse Lorelei.
- Bambole, - Inga pronunci soddisfatta quella parola.
- Fate delle bambole.
- Figure di tutti i tipi, - rispose la donna.
- Possiamo vederle? - chiese Inga.
- Male non fa, immagino. Parler con zia Lisa. Alcune
non sono visibili, fanno parte del lascito. Le possiamo vedere
solo noi.
- Parte del lascito, - ripet Inga, a occhi sgranati. - Cosa
significa?
In risposta, Lorelei diede qualche colpetto sulla borsa.
- Collezione privata.
Inga si protese e con grande delicatezza tocc il braccio
bianco e carnoso di Lorelei con le tre dita centrali. L'avevo
vista fare quel gesto centinaia di volte. Ogni tanto mi chiedevo
se si rendesse conto di farlo; penso che per lei rappresentasse
la conferma di avere un dialogo, di essere davvero
in relazione con un'altra persona. Mi aspettavo che Lorelei
si ritraesse, ma non lo fece. - Lo sa, vero? - disse Inga. - Sa
cos' successo a Lisa e a nostro padre.
Il viso di Lorelei Kavacek si trasform in una maschera,
e la donna strinse ancora di pi la borsetta. - Non mi sentirei
libera di parlarne, - disse, - non mi sentirei libera di dire
niente, a ogni modo.
Dopodich non successe nulla di rilevante. Decidemmo
che l'avremmo chiamata per capire se fosse possibile vedere
i giocattoli. La osservammo mentre si dirigeva verso l'auto.
Apr la portiera, si abbass sul sedile e si spinse all'indietro
prima di trascinare la gamba malconcia in posizione di guida.
Quando l'auto si allontan, notai che era cambiato il tempo.
Il cielo aveva le tinte del crepuscolo, e un vento nuovo,
forte, piegava gli alberi affusolati davanti alla vetrina. Piover,
pensai, un vero acquazzone di giugno. Qualche minuto
dopo, quando uscimmo dall'Ideal Caf, il cielo si apr e la
pioggia scese in scrosci compatti. Il mio ultimo ricordo di
quell'incontro non  di Lorelei Kavacek, ma di mia sorella e
Rosalie che attraversano insieme la strada di corsa, mano nella
mano, gli occhi rivolti al cielo, ridendo e strillando come
due scolarette.
- Hai notato l'occhiata che mi ha lanciato Lorelei? - chiese
Inga quella sera a casa di mia madre, mentre fuori continuava
a piovere. Sembrava che quel singolo sguardo avesse
spalancato una porta su un intero mondo di crudelt provinciale.
Inga ricord la sua nemesi in terza elementare, Carla
Screttleberg, e le altre compagne cattive che la chiamavano
snob, finta e strana. Ricord la professoressa che alle
superiori l'aveva bollata come pretenziosa perch in un
tema aveva citato Merleau-Ponty, e le occhiate fredde degli
altri studenti al Martin Luther College. L'ironia era che invece
Inga soffriva di una mancanza totale di artifici protettivi
e di un surplus di sincerit e passione, una sovrabbondanza
che intimidiva alcune persone e rendeva ostili altre.
Dietro lo sguardo di Lorelei, che io leggevo come insicurezza
e Inga come disprezzo, c'era un groviglio di relazioni di
classe, egualitarismo rurale e semplicit di carattere. Osservando
mia sorella dall'altra parte del tavolo, notai che indossava
una camicia bianca senza maniche e pantaloni blu navy
aderenti che, nonostante la loro innocua semplicit,
possedevano quel particolare luccichio del lusso di cui, nonostante
la sua incontrovertibilit, mi era sempre sfuggita l'esatta
natura. Probabilmente Lorelei aveva solo una decina di anni
pi di mia sorella, ma nell'aspetto fisico il baratro tra le
due era immenso, e mi resi conto che solo per il fatto di essere
se stessa, Inga poteva essere considerata un affronto.
D'altra parte Inga, che pativa intensamente l'et e la solitudine,
non poteva certo mostrarsi comprensiva nei confronti
dei pregiudizi di quella donna.
- Nostro padre parlava spesso dei furbacchioni di citt, -
dissi, sorridendo a mia sorella. - Ma qualunque barlume di differenza,
per quanto minimo, pu diventare motivo di Estraneit:
denaro, istruzione, colore della pelle, religione, appartenenza
politica, acconciatura, qualsiasi cosa. I nemici fanno
sentire vivi. Malfattori, barbari, jihadisti. L'odio  eccitante e
contagioso, ed elimina facilmente qualsiasi ambiguit. Basta
buttare la propria spazzatura addosso a qualcun altro.
- Dopo la guerra, - disse mia madre, - hanno ostracizzato
i figli dei soldati tedeschi e delle donne norvegesi. Tyskeunger.
Mocciosi tedeschi. Come se quei bambini fossero colpevoli
di qualcosa.
- L'ingiustizia ti mangia l'anima, - disse Inga. - Pensavo
al fatto che nelle sue memorie pap non ha scritto niente sul
disastro dell'afta epizootica. L'ha tralasciato.
- Di cosa si tratta? - disse Sonia.
- Un ispettore governativo venne alla fattoria. Non so che
anno fosse. Sosteneva che gli animali avevano l'afta epizootica
e dovevano essere abbattuti, - spiegai. - Non poterono
rifiutarsi. Quell'uomo aveva il potere, e gli animali furono
uccisi. Poi salt fuori che l'ispettore si era sbagliato. Gli animali
erano stati ammazzati per niente.
Sonia parl lentamente. - Quindi il nonno deve averli visti
morti.
Immaginai le carcasse gigantesche, mucche e cavalli, la
stalla vuota, l'orribile visione.
- Certi ricordi fanno troppo male, - disse Inga.
- Ma dove andava quando spariva? - chiesi a mia madre.
- Dove l'hai trovato quella volta che  rimasto fuori tutta la
notte?
Mia madre mi fiss intensamente. - Non immaginavo che
lo sapessi. Non volevo farti preoccupare, e tuo padre usciva
sempre cos presto al mattino per andare al lavoro. Pensavo
che non lo sapessi.
- La volta a cui penso io, l'ho sentito uscire, - disse Inga.
- Sono rimasta sveglia ad aspettare che tornasse.
- Al mattino, - disse mia madre, - sono andata a cercarlo,
prima nel suo studio, poi in biblioteca. Non insegnava
quel giorno. Rimasi li tra gli scaffali a pensare a dove potesse
essere andato, finch all'improvviso mi venne in mente.
Erano passati pochi mesi da quando vostro nonno era morto,
e la nonna non rimaneva pi alla fattoria nei mesi freddi,
quindi laggi non ci abitava nessuno. Era fine ottobre, mi
pare.
- E pap era l? - disse Sonia. - Alla fattoria?
- L'ho trovato che dormiva nel letto di suo padre.
- Quasi trenta chilometri, - disse Inga. - Deve aver camminato
tutta la notte.
- E cosa ti ha detto? - chiesi.
- Niente, - rispose mia madre. - Sembrava disorientato
appena l'ho svegliato, ma poi quando gli ho spiegato quanto
mi ero preoccupata e arrabbiata, non ha risposto, o perlomeno
si  comportato come se non fosse successo niente di speciale.
Era andato a casa. Non c'era nessuno, ma era andato a casa.
Non amava quel posto, ma l c'era qualcosa che lo attirava.
- Quando Hildy era molto vecchia, - continu mia madre,
- anni dopo che Ivar era morto e poco prima che morisse
anche lei, ero seduta vicino al suo letto e stavamo parlando.
All'improvviso, ha esclamato a gran voce: Avrei dovuto
essere pi gentile con Ivar. Avrei dovuto essere pi gentile
con Ivar.
Il viso di Sonia croll. Vidi che le tremavano la bocca e il
mento. Nello stesso istante, mia madre si volt per guardare
sua nipote. Inga, con gli occhi su Sonia, esit, poi mise le
dita sul piatto della figlia, non sul braccio o sulla mano. - Devo
andare in bagno, - disse Sonia, poi si alz e lasci la tavola.
Spesso il linguaggio  fragile, pensai, un filo sottile di
sapere ricevuto, privo di qualsiasi significato reale, ma quando
siamo carichi di emozioni, parlare pu essere una tortura.
Non vogliamo lasciare uscire le parole, perch a quel punto
apparterranno anche ad altre persone, ed  un rischio che non
possiamo correre.
Con grande delusione di Inga, non ci fu accordato il permesso
di visitare casa Kavacek o di vedere zia Lisa, ma Lorelei
accett di portare alcune bambole da Rosalie, dove tutti
avremmo potuto ammirarle. Solo quando arrivammo a casa
sua, Rosalie ci rivel di aver allettato Lorelei dicendole che
eravamo pieni di soldi e che forse avremmo comprato qualcosa.
L'ultimo pomeriggio della nostra visita, Sonia, Inga,
mia madre e io parcheggiammo davanti a una grande casa
bianca nella zona est della citt, dove Rosalie viveva da anni
con il marito Larry, veterinario, e i tre figli, Derek, Peter
e Michael, soprannominato Rusty.
Ci accomodammo nell'ampio soggiorno, che a quanto pareva
fungeva anche da deposito per attrezzature sportive,
svariate felpe, diverse paia di grosse scarpe da tennis, un mese
di giornali e almeno un'annata di riviste, insieme ad altri
oggetti solitamente di pertinenza della cucina: una padella,
alcuni contenitori graduati e tre o quattro portaspezie, uno
dei quali era caduto rovesciando un mucchietto di foglie secche
sul tavolino, vicino a una ciotola che conteneva un liquido
marrone dall'aspetto ripugnante.
Dopo aver dato un'occhiata al tavolino, Rosalie alz le
mani al cielo ed esclam, fingendosi disgustata: - Santo Dio,
il progetto di scienze di Rusty si sta moltiplicando -. Poi, con
voce profonda, mugghi: - Rusty!
Quando Rusty non comparve, url di nuovo. Mentre Sonia
e Inga sembravano molto divertite, mia madre, fedele alla
propria educazione, rimosse con la punta delle dita tre calze
di spugna sporche dalla sedia che Rosalie le aveva offerto,
le appoggi sul tavolino, si sedette e raccolse le mani in
grembo.
Il giovane scienziato entr nella stanza con indosso bermuda
larghi e una T-shirt con sopra un teschio. Il simbolo
della morte contrastava con il suo viso liscio, mite,
proporzionato, e con il corpo atletico. Mentre ripuliva i resti del suo
esperimento mormorando: Non sapevo che venisse gente,
il ragazzino, che doveva avere tredici o quattordici anni, sbirci
un paio di volte in direzione della splendida Sonia.
Quando il campanello suon, Rosalie abbranc parecchi
capi d'abbigliamento posati sull'unica poltrona rimasta libera,
si precipit verso un armadio, li butt dentro e, dopo averci
fatto l'occhiolino, si avvi alla porta con fare disinvolto.
Lorelei aveva pi o meno lo stesso aspetto della prima volta,
ma era leggermente pi elegante, con una camicetta ben
inamidata color miele e una gonna verde. Appoggi sul tavolino
tre contenitori grandi come una scatola da scarpe e, uno
a uno, procedette ad aprirli.
La prima figura che ci mostr era il pupazzo di una bambina
alta una quindicina di centimetri, con lunghe trecce di
lucido filo marrone e un abito azzurro con la gonna lunga.
Sembrava fatta interamente di stoffa, ma doveva esserci
un'anima in fil di ferro che le permetteva di mantenere la
forma. Non avevo mai prestato molta attenzione alle bambole,
ma vedendo questa mi resi conto che di solito in quasi
tutte c' qualcosa di esagerato - teste e occhi grandi, per
esempio, oppure corpi troppo lunghi o troppo corti. Ma in
questo caso le proporzioni sembravano accurate. I dettagli,
non solo negli abiti ma anche nel minuscolo viso ricamato,
erano cos precisi che mia madre si lasci sfuggire un'esclamazione
sorpresa quando la bambola venne posata davanti a
noi. Aveva una gamba ingessata, e Lorelei estrasse dalla scatola
due stampelle di legno e gliele infil sotto le braccia.
- Ruth.  caduta dalle scale, a casa -. Borbott quel commento
con aria cupa, come parlando fra s e s.
Nessuno replic. Pi guardavo quella bambola, pi cose
notavo. Sul ginocchio sinistro aveva una cicatrice che, esaminata
da vicino, si rivel ricamata, ma alcuni dettagli erano
dipinti - il rossore sulle guance, le lentiggini, un livido azzurrognolo
sul gomito, le minuscole unghie. La bambola non
sembrava una persona in miniatura, ma quelle molteplici
espressioni di realismo avevano un effetto inquietante. Era
come se appartenesse a un universo con leggi e logiche simili
alle nostre. Era un giocattolo mortale che veniva da un
mondo in cui i bambini cadevano, si rompevano le ossa, venivano
ingessati e mettevano le stampelle.
Dopodich, Lorelei estrasse una vecchina con una lunga
camicia da notte di flanella, e la mise su un lettino. Il tessuto
del viso era stato pieghettato e cucito in modo da imitare
un reticolo di rughe, e i capelli di filo erano corti, bianchi e
sfibrati. Notai anche la forma del corpo della bambola sotto
il camicione - i seni penduli, la pancia gonfia e lunghe gambe
sottili. Lorelei copr il pupazzo con una trapunta e gli volt
la testa di lato.
- Guarda le vene sulle mani e sui polsi, - disse Sonia. Si
era alzata dalla poltrona e si era inginocchiata a terra vicino
al tavolino. Rusty le ronzava intorno, con un miscuglio di avversione
e riverenza. - Che cosa triste, - disse Sonia. - Poverina.
- Milly, - disse Lorelei, - il giorno in cui  morta.
Cominciavo a pensare di essermi ingannato riguardo a Lorelei
Kavacek. La matrona pragmatica, posata, con le scarpe
marroni e le calze elastiche aveva una storia per ciascun giocattolo.
Tutta quella situazione era a dir poco eccentrica, e
mi chiesi che cosa vivessero quelle due donne attraverso le
loro bambole. Una volta un mio paziente mi aveva detto che
quando guardava un film, ci entrava dentro, era l, con loro.
La terza figura era un uomo di mezza et in tuta e scarponi
da lavoro. Lorelei lo mise su una poltrona imbottita, con
una mano sulla fronte e l'altra, che reggeva un foglio minuscolo,
in grembo. Era di gran lunga la bambola pi inquietante
delle tre, con gli occhi chiusi e la bocca contorta in una
smorfia luttuosa. Mia madre, in piedi accanto al tavolino, si
chin e chiese a Lorelei se poteva toccarlo.
Lorelei annu, e mia madre mise il dito indice sulla camicia
di flanella e subito lo ritrasse. - Chi ? - chiese.
Rosalie era a pochi centimetri dalla lettera in miniatura.
- Siamo spiacenti di informarla... - disse. - E una storia di
guerra.
- Arlen, - disse Lorelei. - Subito dopo aver avuto la notizia
del suo ragazzo, Frank.
- Cosa viene prima, - chiesi, - la storia o la bambola?
- Be', la storia, ovviamente. Non avrei potuto crearle senza
sapere chi sono e cosa gli  successo.
- Devono essere molto costose, - disse Inga. Mi pareva
che il suo viso fosse un po' pallido, la voce ansimante.
- Quanto tempo impiegate a farle?
- Mesi. Abbiamo Buster che fa l'arredamento per noi, su
ordinazione. Abita qui a Blooming Field.
- E il prezzo? - disse Inga.
- Dipende. Partono da cinquecento circa.
- Immagino, - disse Inga. Guard la bambola della vecchina
e, con un gesto fastidiosamente simile a quello di mia
madre pochi secondi prima, gli tocc la manica. - Grazie mille, - disse. - Ci devo pensare.
- Ce ne sono altre, - disse Lorelei. - Posso mandarvi delle
foto.
- S, - disse Inga con aria stupita. - S, le dar il mio indirizzo.
Dopo aver scritto le informazioni di Inga, Lorelei ripose
accuratamente le bambole nelle loro scatole. Poi, senza nessuna
cerimonia, annu e disse, come aveva gi fatto: - Meglio
che vada. La guardammo avanzare verso la porta. Zoppicava,
ma c'era un'aria di trionfo nella sua andatura.
Quando sentimmo rombare il motore dell'auto, Sonia disse:
- Erano davvero strane come sono sembrate a me?
- S, - disse mia madre, - erano proprio strane.
- Stai pensando sul serio di comprare una di quelle bambole? -
chiese Rosalie a Inga.
Mia sorella non la sent. Era in uno dei suoi momenti di
assenza, come li chiamavo quando eravamo bambini. Aveva
lo sguardo fisso, ma non su qualcosa nella stanza. Era
profondamente concentrata su qualche pensiero. Quando la
domanda fu ripetuta a voce pi alta, Inga guard la sua amica
e disse: - S, penso di s. Vorrei avere una di quelle piccole
creature ferite.
- Abbiamo trovato la storia sbagliata, - mi disse Inga in
aereo mentre tornavamo a New York. - Stavamo cercando
una storia e ci siamo imbattuti in un'altra.
- L'incendio, i morti, il segreto, le bugie.
- Sono sicura che pensavano di proteggerla.
- Senza dubbio, - dissi. - Ma quel tipo di protezione non
funziona. Lisa ha sempre avuto la sensazione che ci fosse
qualcosa che non andava.
- Lorelei sa, - disse Inga. - Ne sono certa, ma dubito che
ce lo dir mai. Hai visto la sua espressione mentre riponeva
quei piccoli personaggi? Come se dicesse: Sono riuscita a
far arrivare quegli snob di New York proprio dove volevo.
- Le bambole erano delle specie di testimonianze.
Inga annu. - Dire e non dire. Se sapessimo cosa  successo
tra pap e Lisa, se sapessimo chi  morto e come, capiremmo
meglio anche lui. I segreti possono definire le persone -.
Guard Sonia, che si era subito addormentata sul sedile vicino
al finestrino dall'altra parte del corridoio. - Ogni giorno
ripenso al fatto che Sonia sapeva di loro due e non ha detto
niente. E come avere un coltello dentro. Eppure, mentre
parlavamo, non sono riuscita a farmi abbastanza forza per
accennare a Joel -. Abbass la voce fino a un sussurro. - E
se avesse un fratello? Continuo a pensarci. Non sarebbe terribile
tenere dei fratelli separati? Eppure che cosa sono davvero
l'uno per l'altro? Voglio dire, cosa significa la biologia
in un caso come questo?
- Ha una presa fortissima sulle persone, - dissi. - Pensa
a tutti i bambini adottati che da grandi vanno a cercare i loro
veri genitori.
- Il DNA direbbe per certo se c' una relazione genetica?
- S.
- Sembra un po' brutale, per. Saremo carini con te se i
tuoi geni dimostrano che sei imparentato con noi, altrimenti
ti ignoriamo -. Inga carezz il libro che aveva in grembo.
Notai che era su Hegel e guardai il disegno che ritraeva il filosofo
in copertina.
- Lui aveva un figlio illegittimo -. Tamburell sul libro.
- Ludwig. Hegel e la moglie lo tennero per un po', ma non
and bene.
Inga sembrava stanca. Si volt verso il finestrino, come
per comunicarmi che non voleva pi parlare.
- Devi dirglielo.
- Lo so, - rispose. - Lo far.
Cos tante cose da nascondere, pensai, poi mi venne in mente
di quando mi ero trovato seduto davanti a P. nel reparto
nord, ad ascoltare la sua vocina seria. Non mi ricordo quando
ho cominciato a farmi del male. Mi piacerebbe ricordarlo.
- A cosa pensi?
- A una ragazza che curavo alla Payne Whitney.
- Dev'essere un sollievo non lavorarci pi. Ti logorava.
- Mi manca.
- Davvero?
- Mi mancano i pazienti.  difficile descriverlo, ma quando
la gente  in una situazione di bisogno disperato, cade un
velo. Spariscono le pose che fanno parte della vita quotidiana,
la falsit del Come-stai?-Io-benissimo -. Feci una pausa.
- Magari i pazienti delirano o sono muti o persino violenti,
ma c' in loro un'urgenza esistenziale che  vivificante. Ti
senti vicino alla nuda verit di ci che sono gli esseri umani.
- Nessuna ipocrisia, come avrebbe detto pap.
- Esatto, nessuna ipocrisia. Ma devo ammettere che invece
non mi mancano le scartoffie e gli ordini dall'alto. Ho
incontrato una vecchia collega pi o meno un mese fa, Nancy
Lomax. Lavora ancora in reparto. Mi ha detto che adesso i
pazienti vengono ufficialmente definiti clienti.
-  disgustoso.
-  l'America.
Quando tornai nel mio appartamento, la casa mi sembr
vuota. Non sentivo rumori dal piano di sotto, e mi chiesi se
anche le mie due inquiline si fossero prese una vacanza.
Povera muffola! pensai, rientrando nella mia solitaria esistenza.
La domenica sul tardi le sentii arrivare, ma non vidi Eggy e
Miranda fino al sabato successivo. Avevo svoltato in Garfield
dalla Ottava Avenue, e le scorsi con Lane vicino al parco.
Lui era chino con la macchina fotografica puntata, mentre
Miranda faceva un gesto difensivo con le mani ed Eggy
nascondeva il viso nell'abito della madre. Qualche secondo
dopo, Lane abbass la macchina e tutti e tre assunsero posizioni
diverse, pi rilassate, ma fu la prima immagine a rimanermi
impressa - Miranda con i palmi delle mani alzati davanti
al viso, Eggy che si aggrappava a lei, e l'energia intensa,
quasi esplosiva, del corpo di Lane mentre scattava. Forse
preferii concentrarmi su quei pochi secondi di disarmonia,
forse mi rassicuravano. A ogni modo, quell'immagine di loro
tre nella luce del sole mi si  impressa nella memoria e si
 fissata nel tempo, tanto che ora  statica e isolata come una
fotografia a colori in un album di famiglia.
Una domenica, nel tardo pomeriggio, stavo leggendo un
articolo che Burton mi aveva mandato qualche giorno prima
quando il campanello suon. Dalla porta a vetri vidi Eggy sui
gradini, con ai piedi uno zaino pieno. Aveva un cappellino
da baseball, una gonna rosa soffice che sembrava troppo grande
per lei e stivali neri di gomma. Quando aprii la porta, mi
fiss con uno sguardo tragico. Non rispose al mio saluto, ma
appena la invitai a entrare si volt per guardarsi alle spalle.
Non dissi nulla, ma immaginavo che Miranda sapesse che la
bambina era venuta da me.
Eggy trascin lo zainetto in corridoio, lo lasci l, si tolse
il cappello e avanz lentamente in soggiorno con la mano sul
cuore. Respir a fondo parecchie volte prima di sedersi e appoggiare
la testa sui cuscini, con le palpebre che fremevano.
- A quanto pare non stai molto bene, - dissi.
Eggy port alla fronte il dorso della mano ed emise un lungo
soffio dalla bocca. Pensai alla Muffola. All'improvviso mi
ricordai che anch'io avevo fatto finta di zoppicare dopo una
caduta in terza elementare. Ero andato avanti per ore.
- I polmoni mi fanno male dentro, e gli occhi non funzionano
molto bene.
- Mi spiace.
- S, - disse Eggy, lanciando un'occhiata al corridoio prima
di continuare. - Forse devo prendere le pastiglie come il
nonno. Ha la pressione sanguigna, sai.
- Di solito ai bambini non succede.
Per un attimo parve pensierosa poi, a bassa voce, disse: - I
miei altri nonni sono morti in un incidente di macchina A
quelle parole cambi espressione e la sua angoscia parve genuina.
Si protese in avanti, con gli occhi su di me. - Sono
morti sul colpo -. Di sicuro era una frase che aveva sentito.
Doveva essere del padre, o della madre.
- Dev'essere pauroso pensarci.
- S -. Sembrava che cercasse altro da dire. - Forse vado
a vivere da pap.
- Non starai pi da tua madre?
Gli stivali di Eggy penzolavano a parecchi centimetri da
terra, e cominci a dondolarli avanti e indietro nervosamente.
- Mi lascia fare le cose. Mi porta al parco dei divertimenti,
a Six Flags -. Nonostante l'ottimismo della frase, Eggy
sembrava tristissima.
- Sembra fantastico, - dissi, - ma non mi pare che tu sia
molto felice. Hai un'aria triste.
Eggy si volt verso la finestra. Il suo viso si illumin e un
secondo dopo sentii il campanello. Andai ad aprire, feci entrare
Miranda in soggiorno, ed entrambi guardammo Eggy,
che si era lasciata sprofondare sul divano, di nuovo con una
mano sul petto, e sbatteva le palpebre furiosamente.
- Eglantine mostra svariati sintomi fisici, - dissi a Miranda.
Miranda si ferm a pochi passi dalla figlia e incroci le
braccia. - S, oggi ha passato parecchio tempo con l'infermiera
al campo estivo, vero Eggy? Il cuore, gli occhi, la pancia,
la testa, le braccia, le gambe, funziona tutto male.
Miranda mi sorrise per un istante prima di voltarsi verso
Eggy, che stava respirando affannosamente e aveva cominciato
a gemere. Si avvicin al divano e dopo aver spostato le
gambe della figlia, le si sedette vicino. Le prese un braccio e
cominci a carezzarlo. - Va meglio cos?
Eglantine annu.
Miranda le appoggi le labbra sulla fronte e la baci. Poi
le baci il naso, le guance e il mento. - Che ne dici di questo?
Eggy chiuse gli occhi. La madre continu a baciarle le
braccia, le mani e il punto nudo tra la T-shirt e la gonna.
- Ti fa bene? - bisbigli Miranda.
Guardai le braccia di Eggy che stringevano la madre. - Non
sei stufa di me, vero mamma? - Pronunci le parole sei stufa
molto lentamente, come se fossero in una lingua straniera.
Miranda si ritrasse di qualche centimetro e guard Eglantine.
- Cosa?
- Stufa, hai detto che eri stufa.
- Quando?
- Quando stavi disegnando. Ti ho sentito.
- Non sono stufa di te. Non ne ho mai abbastanza di te,
Eggy Weggy. Di cosa stai parlando?
Mi sedetti su una poltrona e le osservai. Eglantine studiava
il viso della madre a occhi sgranati. - Pensavo fossi stufa
perch sono cos... - Eglantine fece un respiro profondo e
poi lo lasci uscire. - Difficile.
- Tu, difficile? - Il viso di Miranda si apr in un sorriso,
e scoppi a ridere. - Che idea.
La figlia le restitu il sorriso, le affond il viso nel collo e
cominci a baciarla appassionatamente. - Mammina, - diceva,
- oh, la mia mammina.
- Andiamo a casa? - disse Miranda. - Sono sicura che
Erik ha altre cose da fare.
- Portami in braccio, - disse Eggy. - Per favore, portami
gi in braccio. Voglio essere portata in braccio.
- Sei grande, Eggy, - disse Miranda.
E cos trasportammo insieme la piccola ipocondriaca. Miranda
la afferr sotto le braccia, io per le gambe. La portammo
gi per le scale, facendola dondolare avanti e indietro
nel pianerottolo, poi entrammo di corsa in soggiorno. Eggy
rise per tutto il tempo. Le lasciai abbracciate sul divano azzurro.
Quando chiusi la porta, sentii Miranda cantare una
melodia dolce che non avevo mai sentito. Aveva una voce
esile, pi acuta di quello che mi sarei aspettato, e reggeva
ogni nota.
Quella sera telefonai a Laura Capelli. Senza dubbio dietro
la mia improvvisa decisione di vedere un'altra donna c'era
la scenetta che aveva avuto luogo nel mio soggiorno tra
Eggy e la madre. Quel pomeriggio avevo visto una Miranda
diversa. Con sua figlia era stata tenera, aperta, affettuosa e
divertente. Il suo istinto con Eggy era infallibile, e mi resi
conto che quello stesso istinto la rendeva distante e cauta con
me. Laura abitava a soli sette isolati di distanza, e quando
le chiesi se aveva voglia di uscire a cena con me disse:
- Certo, perch no? - Nonostante quella risposta equivoca, il
tono della sua voce era caldo, e il venerd, il giorno dell'appuntamento,
scoprii di essere impaziente di vederla.
Quando entr nel ristorante, ero gi seduto al tavolo, e
per prima cosa notai che indossava una camicetta molto scollata
e che quindi durante la cena avrei dovuto evitare che il
mio sguardo vagasse verso il suo seno. Mi venne anche in
mente che, essendo una psicoterapeuta, certo non le sfuggiva
il significato del proprio abbigliamento, sebbene l'ottusit
dei miei colleghi quando si trattava di se stessi mi avesse
spesso sorpreso. Decisi dunque di non saltare a facili conclusioni.
Laura Capelli parlava, rideva e mangiava con gusto. Aveva
la pelle olivastra, capelli quasi neri che le si arricciavano
intorno al viso, e un gran seno rotondo, che mi distraeva. Aveva
molti pazienti, un ex marito e un figlio tredicenne ossessionato
dai propri capelli. Ogni mattina passava un'ora con
gel e spazzole per farli stare come voleva, ma quando la madre
aveva fatto un commento sulla sua acconciatura elaborata,
lui era andato subito al sodo dicendo: - Parli dei miei
capelli? - Laura divor la sua crme brule osservando che io
avevo un appetito scarso per un uomo della mia stazza, poi ci
ritrovammo in strada e le proposi di accompagnarla a casa.
Quando mi chinai per baciarla, mi afferr per la vita con
entrambe le braccia, e a quel punto non riuscimmo pi a fermarci.
Mi guid silenziosamente in casa sua, super la stanza
del figlio mettendosi un dito davanti alle labbra, poi salimmo
una rampa di scale ed entrammo in camera sua, dove
ci buttammo sul letto e cominciammo a brancicare con bottoni
e cerniere, che cedettero dopo una breve lotta. Trovammo
bocche e lingue e rotolammo l'uno sopra, sotto e dentro
l'altro. La sua pelle profumava di cipria e vaniglia e aveva un
gusto leggermente salato, ed era passato tanto tempo che dovetti
trattenermi, trattenermi finch capii che stava venendo.
Era seduta sopra di me, e a quel punto avevamo un ritmo
regolare, lento, e lei gett all'indietro la testa e chiuse gli
occhi e ansim come per soffocare un urlo. Nel giro di pochi
secondi mi ero lasciato andare ed eravamo distesi fianco a
fianco sulle lenzuola bianche e azzurre. Poi Laura si drizz a
sedere e scoppi a ridere. Mi sedetti accanto a lei che
cercava di soffocare risatine dal tono distintamente isterico.
- Dio santo, Erik, Dio santo, - mormorava coprendosi la bocca.
Dopodich rimanemmo sdraiati per un'ora, parlando a bassa
voce, ma sentivo che aveva paura che il figlio si svegliasse,
cos decisi di andarmene, superai in punta di piedi la stanza
di Alex, scesi le scale e uscii su St John's Place.
Mi ritrovai sulla Settima Avenue intorno alle due del mattino.
L'aria della notte era pi fresca di quel che mi aspettavo,
e c'erano in giro gruppetti di adolescenti ubriachi che si
davano di gomito, si appoggiavano uno addosso all'altro e ridevano
in modo teatrale per farsi notare. L'effetto del vino
che avevo bevuto qualche ora prima era svanito. Agitato dalla
mia avventura, dormire mi pareva impossibile, cos quando
arrivai alla mia strada non la imboccai ma proseguii di
buon passo oltre i negozi chiusi, superando passanti solitari
con i loro cani e coppie che veleggiavano verso un letto tenendosi
abbracciate, e non mi fermai finch non raggiunsi la
Ventesima Strada, dove il cimitero di Green-Wood si estendeva
di fronte a me con le lapidi e i monumenti pallidi nella
luce fioca dei lampioni. Con un brivido di piacere mi tornarono
alla mente i seni di Laura, bianchi rispetto al corpo abbronzato,
le natiche pallide e i gridolini smorzati, ma il ricordo
del suo corpo era gi vagamente alieno, le immagini recenti
battevano in ritirata.
Al ritorno percorsi la Ottava Avenue e poi camminai lungo
il perimetro del parco mentre le immagini si avvicendavano,
alcune inventate sulla base di storie altrui, alcune vaghe
composizioni di movimenti ripetuti, altre temporaneamente
intense e nitide, ma tutte che andavano e venivano secondo
la cadenza dei miei piedi che calpestavano il marciapiede, una
fantasticheria con un ritmo. Vidi mia nonna salire a fatica il
gradino di pietra davanti alla cucina, un secchio in ciascuna
mano, l'orlo del vestito di cotone sollevato dalla brezza. Vidi
mio nonno afferrare una confezione di caramelle con le dita
mozze e aprirla con quelle buone, poi estrarre una striscia
dura bianca e verde e mettermela nella mano tesa. Vidi Max,
magrissimo, vidi la sua mano assurdamente grande e scura
che inghiottiva le dita bianche e sottili di mia sorella. - Voglio
che ti trovi qualcun altro, che ti risposi. Sei ancora la mia
giovane moglie, e ora sarai la mia giovane vedova. Sii una
vedova allegra, una vedova ballerina. Non voglio che tu sia
sola -. Immaginai mia madre che si chinava per baciare la guancia
del padre morto, poi la bambola di Lorelei che rappresentava
la vecchia donna moribonda. Vidi Edie Bly nei panni di
Lili Drake che camminava con una valigia pesante in una stradina
della citt senza nome, vidi l'albergatore che usciva da
una porta e le parlava concitato con il linguaggio dei segni.
Lei rispondeva allo stesso modo, con le dita che si muovevano
rapide. Ricordai il pezzo di Sostakovic in sottofondo,
vidi mio padre sul letto in casa di cura e sentii i suoi colpi di
tosse mentre cercava di fare uscire il muco dai polmoni rovinati,
e lui che borbottava, con un'espressione dura, chiusa:
Un tempo riuscivo a espellerlo. Vidi mia madre che gli abbottonava
il pigiama e raddrizzava il colletto, poi andava a
prendere lo spazzolino e una bacinella di plastica e lo aiutava
a lavarsi i denti. Io che gli davo la buonanotte e lo abbracciavo.
Poi lui che mi sorrideva e diceva con uno sguardo mesto:
In questi giorni devo sforzarmi per evitare i sentimentalismi.
Nel corridoio sentii la voce di mia madre: Riesci
a dormire adesso, Lars? Hai bisogno di qualcos'altro?
Quando svoltai in Garfield e mi avvicinai a casa, notai
che c'era una luce accesa nell'appartamento al piano di sotto.
Le tende erano tirate ma tutte e tre le finestre erano aperte
dietro le sbarre di metallo. Diedi un'occhiata all'orologio.
Erano le tre e dieci, e quando feci per salire le scale vidi un
mucchio di fogli sul gradino pi alto. Gi prima di chinarmi
a raccoglierli, avevo capito di cosa si trattava.
Dovevano essere un centinaio di stampe, quasi tutte fatte
al risparmio su fogli di carta comune. Dopo una lunga serie
di ritratti di Eggy e Miranda e autoscatti di Lane, c'erano
altre persone che non riconobbi e poi varie foto di me,
che andavo in studio, pranzavo sulla Quarantatreesima Est
leggendo un libro, camminavo in fretta verso la metropolitana,
raccoglievo il Times sulla soglia di casa al mattino, e
una, scattata attraverso il vetro della finestra, in cui guardavo
fuori con una tazza di caff in mano. Le passai in rassegna
mettendole rapidamente da parte, finch, quasi alla fine,
ne trovai una di Miranda, nuda e addormentata su un letto,
probabilmente di Lane. Era sdraiata sul fianco, il viso in
parte coperto dal cuscino. Il foglio era stato accartocciato.
Appena entrato in casa lo misi sul tavolo e lo spianai accuratamente,
non senza sentirmi in colpa. Mentre osservavo la
curva del fianco sottile di Miranda, il seno coperto da un
braccio, fui travolto all'improvviso dall'ansia, andai alla finestra
e chiusi le persiane.
Trenta secondi dopo suon il telefono. - Hai trovato le
foto? - Era Lane, ma sembrava che tentasse di camuffare la
voce. Suonava pi acuta di quello che ricordavo.
- Cos' questa storia? - dissi. - Se devo essere sincero,
non capisco.
Lane rimase in silenzio. Forse non era preparato alla mia
schiettezza. Poi disse l'ultima cosa che mi aspettavo: - Ho
bisogno di uno strizzacervelli.
Risi.
Riagganci.
La mia risata continu a riecheggiarmi nella mente. La studiai,
la rivoltai, e meditai su quel rapido, spontaneo sghignazzo
finch non fu scomposto in migliaia di frammenti di analisi
probabilmente inutili. Un riassunto del percorso tortuoso del
mio pensiero potrebbe essere questo: magari Lane stava davvero
male e aveva chiesto aiuto, nel qual caso la mia risata era
una grossolana violazione degli standard professionali; oppure
si aspettava la risata, e aveva riagganciato proprio per provocare
in me questo tormentoso dilemma; oppure si trattava di una
via di mezzo fra le due cose e Lane aveva agito senza una motivazione
del tutto conscia. Forse aveva percepito che riappendere
in quel momento era pi aggressivo che parlare e, sperando
di disorientarmi, aveva risposto a quello stimolo - oppure
la mia risata aveva ferito il suo orgoglio e, non sapendo cos'altro
fare, visto che avevo avuto momentaneamente la meglio,
aveva interrotto la conversazione. Prima di andare a letto, mi
venne in mente una perla di saggezza popolare russa che mi aveva
raccontato un professore di storia: se ti imbatti nel Diavolo,
l'unico modo per sbarazzarti di lui  ridergli in faccia.
Il mercoled sera, Burton mi fece rapporto in un ristorante
cinese, tamburellando di tanto in tanto con le bacchette
per punteggiare il suo resoconto, segno, mi parve, di una
crescente eccitazione per il proprio ruolo ufficioso come detective
di Inga. Nonostante i dubbi che nutrivo sulle attivit
del mio amico, sentivo crescere in me l'affetto per
Burton.
- Non ho varcato la soglia dell'edificio, capisci, ma sono
rimasto appostato all'esterno. La mia identit, quella che utilizzo
per l'occasione, non me lo permetteva, per cos dire. Il
locale  troppo alla moda. L'espresso costa tre dollari, ben al
di l del mio budget.
- Burton, - lo imbeccai, - cos' successo?
- S, certo. La signorina Bly lavora a Tribeca ora, non nel
Queens. Ha cambiato ramo: Tribeca Realtors, immobiliare
che tratta propriet di lusso e garantisce stipendi pi alti.
Butta la sigaretta, entra da Balthazar.  fiduciosa, determinata.
Se mi  concesso dirlo, sono diventato esperto nel leggere
il corpo. Ovviamente conoscerai lo studio di Libet secondo
cui l'intenzione somatica precede il pensiero cosciente.
Di un terzo di secondo! - Dopo il mio cenno di assenso,
Burton si lanci di nuovo nel suo resoconto. - La Fehlburger  l,
in attesa -. Burton fece schioccare le bacchette, poi
si asciug la fronte. - Sedute nel locale, per fortuna sono entrambe
visibili - be', non del tutto. Le gambe sono celate sotto
il tavolo, ma le aree facciali pi importanti, i punti cruciali
di interazione, sono interamente esposte. Ho notato una
certa tensione tra le parti, no, non ostilit, quello sarebbe
stato troppo forte, una tensione nel collo di entrambe, e negli
occhi. C' stato uno scambio di parole, - Burton fece una
pausa. - Sono riuscito a coglierne solo una -. Le bacchette
colpirono il tavolo. - La lettura del labiale  diventata essenziale,
Erik. Mi considero in addestramento, miglioro a ogni
ora passata sul campo.
- La parola?
- Copie, - disse Burton trionfante.
- Di lettere, suppongo.
- Era quello che pensavo, ma non si sono scambiate nessun
pacco -. Burton cominci a tamponarsi vigorosamente
con il consueto fazzoletto, ma aveva curvato le spalle. - 
improbabile che tu sia a conoscenza del materiale che si pu
trovare in rete su tua sorella. Confesso di essermi tenuto aggiornato
nel corso degli anni su articoli, interviste e notizie
varie. Mi ero immaginato che, in questo caso specifico, l'obiettivo
sarebbe stato Max Blaustein, nel tentativo di infangare
la sua reputazione, ma mi sono reso conto che questa
Fehlburger, nome curioso, Fehlin tedesco significa colpa
o difetto, come senza dubbio saprai. Mi sembra di ricordare
che tu abbia studiato il tedesco. A ogni modo, che questa
Fehlburger ha intenzione di rovinare non tanto la reputazione
del tuo povero cognato quanto quella di tua sorella,
verso la quale mostra un particolare livore di cui non sono
ancora riuscito a individuare il motivo. Esistono tuttavia, in
rete, vari attacchi incredibilmente crudeli e gratuiti a tua sorella
e al suo lavoro, scritti sotto diversi nomi, tre dei quali
sono riuscito a collegare a questa donna.
- Dio santo, - dissi.
Il viso di Burton grondava, e la sua espressione si fece serissima.
-  una freelance, capisci, non  vincolata a un giornale
o a una rivista in particolare.  passato parecchio tempo
da quando ci siamo parlati, ecco spiegata la pletora di notizie
da questo fronte, in gran parte disponibili al semplice
tocco di qualche tasto. Sul sito della Nebraska University
Press c' il libro di Henry Morris, di prossima pubblicazione,
descritto come, - Burton abbass la voce fino a un bisbiglio,
- una biografia critica -. Pare anche, e ho indagato su
questo dettaglio facendo tutte le ricerche del caso, che la signorina
Bly non sia la sola. Sembra che lui abbia, quell'uomo
abbia, be', sistematicamente, e si potrebbe dire, voracemente,
oserei dire, s, oserei dire cos, frequentato le donne
della vita di Blaustein, ottenendo le loro confidenze e, in alcuni
casi, i loro favori. Utilizzo questo termine nel suo senso
illecito, e aggiungo, con tutta la delicatezza e il rispetto,
che a questo proposito io simpatizzo per tua sorella. Certamente
il mio cuore parteggia per lei -. Burton abbass lo
sguardo sul pollo in agrodolce che aveva di fronte.
- Ma come puoi esserne sicuro, Burton? Voglio dire, non
 che hai sbirciato in qualche camera da letto, no?
Il viso di Burton avvamp. - Nulla di cos indecoroso.
Confesso di averlo dedotto dal comportamento, non l'ho visto
coi miei occhi. Andirivieni, entrate e uscite, poi le mie
letture, interpretazioni, e persino divinazioni del carattere.
L'uomo in questione ha predilezioni, appetiti, se vogliamo,
che non sembrano propizi. Vedo nere nuvole di tempesta, un
futuro turbolento.
Anche se condividevo alcuni dei dubbi di Burton, non potevo
essere certo che fosse obiettivo su Henry Morris, che
per lui rappresentava un rivale. Era chiaro per che mia sorella,
o perlomeno l'idea di mia sorella, era ormai coinvolta
nei drammi personali di almeno tre persone: le proiezioni narcisistiche,
vendicative, della Fehlburger, le fantasie letterarie
di Morris, e l'ossessione pi benevola ma ugualmente appassionata
del mio amico Burton, che temevo cominciasse ad
assumere proporzioni donchisciottesche.
Quel mercoled la signorina L. cominci la seduta con un
fuoco di fila di lamentazioni sulla matrigna e la sorellastra incinta.
Sapevo che il bambino non ancora nato era importante,
ma era difficile trovare il modo di entrare in contatto con
la signorina L. Mi defin uno stronzo compiaciuto che non
riuscirebbe ad aiutare nemmeno una mosca, un'alterazione
del modo di dire non farebbe male a una mosca che senza
dubbio esprimeva la sua frustrazione per quella che definiva
la mia impotenza. Ero anche un figlio di puttana confuso,
bugiardo, che non ha riconosciuto la verit quando l'ha
sentita. Aveva subito un abuso, era stata spinta contro un
muro. Si ricordava.
Sembrava che volesse suscitare della rabbia in me. Mi metteva
alla prova e faceva pressione di continuo. Ma c'erano
delle regole che governavano i nostri scambi, il suo comportamento
e il mio, e lei le stava violando. - Se pensa che non
possa aiutarla perch viene qui? - Sapevo che nelle mie parole
c'era qualcosa di remoto, che stavo prendendo le distanze
da lei, eppure speravo di introdurre una qualche ambiguit
nelle sue percezioni.
La signorina L. mi guard. - Non lo so.
-  possibile che una parte di lei creda ancora che possiamo
fare progressi?
Rimase in silenzio. Aveva uno sguardo vacuo, freddo.
Ci riprovai. - Si ricorda di quando abbiamo parlato dei
suoi vuoti? Diceva di detestare il fatto di essere cos passiva,
cos improduttiva. Quando mi attacca di continuo, lei incoraggia
in me la passivit, perch non so cosa dire o come
comportarmi. Crea in me la stessa condizione che detesta in
lei.
La sua testa oscill e la signorina L. chiuse gli occhi. - Non
mi sento bene, - disse. Poi si alz in fretta, si guard intorno
e, con le mani sullo stomaco, si chin sul cestino della carta
e vomit.
Le diedi dei fazzolettini per asciugarsi, le dissi che sarei
tornato subito, portai il contenitore in bagno, lo svuotai nel
gabinetto, tirai lo sciacquone e osservai il liquido grigiastro,
grumoso, che scompariva. Versai un po' d'acqua e sapone nel
cestino, lo lasciai l e tornai in fretta nello studio.
- Come sta? - dissi. - Come si sente?
- Cosa ne ha fatto? - chiese. Era pallidissima.
- Me ne sono occupato io.  tutto a posto.
- L'ha pulito? - disse a bassa voce.
- L'ho sciacquato.
- Ha pulito il mio vomito? Perch non l'ha fatto fare a
qualcun altro?
- Non ce n'era bisogno.
- Lei  disgustoso, - disse severa. - Si guardi -. Non era
la sua voce. Sapevo che stavo ascoltando qualcun altro, e ne
approfittai.
- Sta parlando con me? - le chiesi. Sentivo la compassione
nella mia voce, quasi un singhiozzo. - Sembra un adulto
che sgrida un bambino.
A un tratto sembr confusa. Scroll il capo. - Mi sono
persa, - disse. - Ho freddo. Sono tutta sola.
Quella sera l'ansia mi travolse. Il respiro si fece affannoso,
la pressione sui polmoni violenta, e mi ritrovai in preda
a un'inquietudine cos intensa che cominciai a vagare per la
casa, da un piano all'altro. Presi il numero pi recente del
Journal of Consciousness Studies e mi resi subito conto
che non sarei riuscito a leggerlo. Pensai a mia madre e ai suoi
libri non letti, poi, seduto in poltrona, cercai di fare qualche
esercizio di respirazione, ma le sirene che avevo dentro continuavano
a urlare. Avevo visto questo comportamento in alcuni
dei miei pazienti depressi. Cristo, lo riconoscevo. Disturbo
dell'umore. Come sembrava ottimista quella diagnosi,
da una certa distanza. - C' una linea sottile, - mi aveva
detto Magda, - tra empatia e distanza. Se stai troppo vicino,
non sei di aiuto. Senza compassione, non si pu creare
un'alleanza fra te e il paziente -. Ero frenetico. E poi, Ecco
perch camminava. Quella frase mi fece tremare ancora di pi.
Mio padre cercava di placarlo camminando - il motore interiore
impazzito che non voleva spegnersi.
Quando il campanello suon, mi ero versato uno scotch
sperando che calmasse il rombo che avevo dentro. Avrei potuto
prendere un milligrammo di lorazepam. Lasciai il bicchiere
sul bancone, percorsi il corridoio e attraverso il vetro
vidi Jeffrey Lane. Il suo arrivo intensific il caos in cui ero
precipitato. Potevo voltarmi e lasciarlo fuori finch non se
ne fosse andato? Aprii la porta. Disse che aveva bisogno soltanto
di un paio di minuti del mio tempo; non ci sarebbe voluto
molto. Lo lasciai entrare ma non richiusi la porta alle sue
spalle. Era trasandato e stava chino con una mano sullo stomaco.
Notai la pesante borsa nera che teneva in spalla e immaginai
che fosse l'attrezzatura fotografica.
- Ho bisogno d'aiuto, - disse. - Non posso continuare
cos.
-  ferito? - chiesi, indicando il suo stomaco.
- Non fisicamente, - disse.
- Posso consigliarle qualcuno con cui parlare -. Avevo un
tono meccanico, e facevo respiri brevi, affannati. Non vedevo
l'ora che se ne andasse.
-  Miranda, - disse.
- Cosa le  successo? Sta bene?
- Lei sta bene -. Fece un passo verso di me. - Sono io che
mi trovo nei guai.
- In che senso?
- Sto preparando il mio funerale, - disse. Poi mi guard
e sorrise.
Il sorriso era imperscrutabile, ma il fastidio che provavo
nei suoi confronti sembrava dare una direzione alla mia
inquietudine, che fino a quel momento non aveva avuto un bersaglio,
e quindi fu stranamente utile. Respiravo con pi facilit.
- Cosa c'entra con Miranda?
- Le dispiacer -. Chiuse gli occhi.
- Senta, - dissi, alzando la voce, - non sono il suo medico.
Non mi piace essere perseguitato da lei e non mi piace
che mi si fotografi senza il mio consenso, ma se ha bisogno
di aiuto pu andare al pronto soccorso dell'Ospedale Metodista.
Lane mi volt le spalle e si guard nel grande specchio del
corridoio. - Sto di merda, - disse. - I miei genitori sono morti.
E in ogni caso non mi hanno mai voluto. La mia ragazza
 stufa di me. Mia figlia  un'estranea -. Rivolse un'occhiata
al mio riflesso. - Il dottor Erik non fa foto. Gli piace
parlare. Cos ha detto. Ma io ho bisogno delle foto, sa, non
riesco a farne a meno.  documentazione,  tutto il mio meraviglioso
caos su pellicola. Magia digitale. La vita di Jeff.
Far schifo, sar triste, ma  quella che . Moi. Abbandonarla
sarebbe impossibile. Il mondo sta diventando virtuale, comunque;
non c' pi la realt. Simulacri, amico.
Guardai i suoi capelli. Non so perch, ma quei ciuffetti
appuntiti di vanit mi risultavano insopportabili, e per un attimo
immaginai di strapparli alle radici. - Penso che ora dovrebbe
andarsene, - dissi, con la voce che mi tremava.
- Anche lei deve aver avuto la sua dose di guai, amico, -
continu, come se non avessi parlato. -  divorziato, giusto?
Avr fatto casini con sua moglie Continu a parlare a se
stesso nello specchio, a voce bassa, pensierosa. - Dev'essere
dura stare sempre con i pazzi -. Rimase in silenzio, si protese
verso il proprio viso e, in falsetto, disse: - Le mancher
pure qualche rotella.
Mi ritrassi e vidi il suo sguardo che si spostava verso il
mio riflesso. Il cuore mi batteva pi veloce. Odiavo quell'uomo.
Lo presi per le spalle, da dietro, lo tirai verso di me e poi
lo spinsi verso lo specchio. Il collo ciondol all'indietro per
un istante, poi la testa colp il vetro con un tonfo sordo. Sempre
tenendolo stretto, fui travolto da una sensazione gioiosa
di libert e provai l'impulso di rifarlo. Invece lasciai cadere
le braccia. Lui si port le mani alla fronte, si volt, fece
qualche passo vacillante e si accasci a terra. Il pensiero di averlo
ucciso arriv come un fulmine, poi mi usc dalle labbra la
parola no, a malapena articolata, pi come un grido animale
che come una voce umana. Mi chinai su di lui. Ma Lane non
era morto. Era a terra con gli occhi aperti e un sorriso orribile,
bagnato di saliva. - Grand'uomo, - disse.
- Sta bene? - Non so cosa mi sia preso, pensai, ma subito
rifiutai quello stupido incantesimo. Era dalle medie che
non facevo a cazzotti.
Si drizz a sedere. Gli misi una mano sulla fronte per esaminarla.
Non c'erano ferite visibili. - Se le viene mal di testa
o un capogiro nelle prossime quarantott'ore, vada in ospedale.
- Mi ha appena detto di andare in ospedale per la mia ideazione
suicida, giusto?
Notai che stava di nuovo utilizzando il gergo della mia
professione, ma lo ignorai. - Come si sente? - chiesi.
- Sto bene, - disse. - Sono caduto solo per spaventarla.
Invece di farmi arrabbiare, quelle parole mi diedero una
sensazione di sollievo, di felicit. Lo aiutai ad alzarsi, lo accompagnai
verso una poltrona e gli offrii uno scotch, che lui
accett. Dopo aver bevuto, mi guard e disse: - Non  quello che pensa. Sono un esploratore che si avventura nella giungla
e documenta tutto ci che trova, poi ripercorre le proprie
tracce -. Sventol la mano destra. - Ogni biografia, ogni autobiografia
 simulazione, giusto? Io ne creo tante in tempo
reale, ma  tutta una messa in scena, capisce. Io sono lo sceneggiatore.
Lei  uno degli attori. Come Miranda.
- Ed Eglantine? - chiesi.
Annu, ma assunse un'espressione pi seria. - Non le farei
del male per nulla al mondo. Adoro quella bambina.
Non penso che ci farebbe del male, se  questo che intendi.
Mi vennero in mente le parole di Miranda. Poi pensai, io gli
ho fatto del male. - Perch le foto? Perch mi dice che sta
preparando il proprio funerale? Lei mi provoca e insinua... -
Non finii la frase. Era stata Sarah, pensai, un'associazione
implicita con Sarah che mi aveva portato a spingerlo. Lo sapeva.
In un modo o nell'altro, lo sapeva. - Perch sta facendo
tutto questo?
Alz gli occhi su di me e disse: - Sto mettendo alla prova
le mie varie identit, per il lavoro. Non pu essere semplice,
e deve essere pericoloso. Devo spingermi pi in l che posso.
Lane se ne and poco dopo quel commento. Ci stringemmo
la mano, ma non avevo idea di cosa significasse quel gesto,
e quando lo congedai mi sentii sporco, ed ebbi la sensazione
di essere stato manipolato per l'ennesima volta. Avevo
avuto pazienti che saltavano gi dagli aeroplani, facevano
immersioni subacquee o si lanciavano nel vuoto legati con
una corda elastica - sport ad alto rischio che li facevano sentire
pi vivi. E poi c'erano quelli che si tagliavano per sentire
un fiotto di realt, ma cosa esattamente volesse Lane
rimaneva un mistero. Per un istante la violenza mi aveva inebriato,
ma nel giro di pochi secondi quell'energia incontenibile
si era trasformata in senso di colpa. Sarebbe stato diverso
se avesse reagito. Ma prendere un uomo di spalle? Era
infantile, vergognoso, il gesto di un bambino che d uno spintone
a un compagno di scuola che lo prende in giro. Seduto
in poltrona, ricordai un brano di una delle lettere di Rilke
al giovane poeta: Ch come noi pensiamo questa esistenza del
singolo quale uno spazio o pi grande o pi piccolo, si mostra
cos che i pi imparano a conoscere soltanto un angolo
del loro spazio, un posto alla finestra, una striscia, su cui vanno
su e gi(1).
- L'hai spinto? - disse Miranda. - E sta bene?
Non so cosa mi sia preso. - Ho perso le staffe, - dissi ad alta
voce. - Le foto, la telefonata, il suo tono. Volevo dirtelo
prima che lo facesse lui.  stata una cosa stupida e, s, sembrava
che stesse bene quando se ne  andato.
Miranda scroll il capo. - Forse sperava che tu lo facessi
ricoverare in ospedale, cos avrebbe visto com'.
Ero seduto accanto a Miranda sul suo divano azzurro. Si
abbandon su un cuscino, con le gambe scure, lucide, appoggiate
al tavolino davanti a noi. In quella soffocante serata di
luglio indossava maglietta e pantaloncini corti, e dovetti sforzarmi
per distogliere lo sguardo dalle caviglie e dai polpacci.
Dalla stanza sul retro proveniva il ronzio del condizionatore,
e sopra di noi un ventilatore manteneva la temperatura a
un livello sopportabile, ma l'aria era ancora umida, e mi sentivo
le braccia e il petto sudati.
- Adesso ha un sito Web molto elaborato, con immagini
e testi e alcune sequenze di film. A quanto pare lo guardano
in molti, e sta pubblicizzando la mostra di novembre con l'idea
che ci sar qualche grandiosa rivelazione. Manda e-mail
a tutti, aggiornamenti su Le vite di Jeff, con ogni genere
di citazioni e astrusi commenti su simulacri e superconduttivit
e sublime psicotico. Gli piace dichiararsi postnietzschiano -.
Miranda sorrise tra s. - Ricordi quando mi ha cancellato
gli occhi nella foto? Mi ha detto che stava simulando un
maniaco come gioco con se stesso.
- Simulando un maniaco?
Scroll il capo. - Sta studiando la malattia mentale perch
pensa che la psichiatria sia un meccanismo di controllo,
che la pazzia sia una forma di creativit che viene oppressa
in cliniche e ospedali. E convinto che la disciplina stessa sia
una frode.
- Niente di nuovo, - dissi.
- Continua a citare qualcuno...
- Thomag Szasz?
- Esatto. E comunque, penso che ti voglia nel progetto
per quello che fai -. Miranda abbass lo sguardo. - Mi dispiace
che ti infastidisca cos. Con me non lo fa, ma da quando
ho ricominciato a vederlo mi  tornato in mente tutto
quello che fin dall'inizio non mi piaceva in lui: la sua ambizione,
le virate verso le teorie filosofiche pi assurde, la sua
immaturit -. Miranda sospir. - L'ironia  che tutti quei difetti
sono anche la sua forza, il suo fascino. Ma di una cosa
sono sicura:  troppo preso dalla sua mostra per decidere di
togliersi di mezzo tra breve.
Ricordai Lane che parlava al mio specchio, il suo sguardo eccitato
e il mio corpo pronto all'azione mentre lo fissavo. - Be',
- dissi, - immagino che un suicidio simulato sarebbe, per definizione,
inefficace, perci non c' da preoccuparsi.
Miranda sorrise. - Ho scoperto che non ha mai conosciuto
sua nonna, la nera cherokee. La madre aveva interrotto
ogni comunicazione con lei quando se ne era andata di casa
a diciassette anni. Lane non ha mai avuto a che fare con quella
donna che  cos importante nell'idea che si  fatto di se
stesso. Lo trovo triste.
- Allora, - dissi, - la tua relazione con lui adesso ...
- Non so che cos'. Lui  il padre di Eggy, su quello non
c' dubbio. Ha cominciato ad aiutarmi economicamente, il
che mi libera di un peso. Gli ho detto che voglio una pausa
tra noi. Per pu vedere Eggy. Penso che sia in un buon periodo,
ed  un bene per lui. Sono usciti vari articoli sul suo
lavoro. Scrittore/artista/performer, tutto in uno. Scrivono
tutti che ha venticinque anni, ma non  vero, quindi sta barando
con l'et per rendersi pi appetibile. Ammettendo che
sia pazzo,  pazzo in modo ambizioso, furbo -. Rimase in silenzio.
- E il suo lavoro  buono, Erik. Davvero.
La guardai. - E il tuo?
- Io disegno.
- I sogni?
Miranda parve all'improvviso distante. - In un certo senso,
s.
- In che senso?
Vidi che esitava, ma poi disse: - Ho sognato che ero di
nuovo incinta, ma il feto non cresceva bene dentro di me:
era una bambina minuscola che si stava rimpicciolendo, ed era
colpa mia perch continuavo a dimenticarmi di lei, non facevo
le cose giuste, non la volevo abbastanza. E poi compariva
una donna. Una donna molto alta, dalla pelle scura, che
diceva: Dovremo pulire il coltello.
- Posso vedere il disegno?
- Quando avr finito. Forse i disegni dei sogni diventeranno
un libro. Un mio amico ne ha fatti vedere un paio a
qualcuno di Luce, quel posto che pubblica i libri d'artista, e
sono interessati.
- Fantastico, - dissi.
Miranda socchiuse gli occhi. Non reag alle mie congratulazioni,
ma disse: - Quando sono rimasta incinta, mamma ha
pianto. Tu non puoi saperlo, ma lei non piange mai, e quando
l'ho guardata in faccia sono rimasta sconvolta.  stato
terribile, come vedere un'altra persona. Voleva che mi sposassi,
non che diventassi una ragazza madre -. Miranda inspir
a fondo e distolse lo sguardo.
- Be',  pi dura, - dissi.
- S - . I suoi denti bianchi coprirono per un istante il morbido
labbro inferiore. - Ma almeno non hai un ruolo di secondo
piano, alle spalle di un marito.
Mentre parlava, mi sentii attraversato da una specie di
brezza.
- E poi posso disegnare fino a notte fonda quando ho abbastanza
energie.
- Dov' Eggy?
- Sarah Bernhardt  dai miei, stasera -. Miranda sorrise
e scroll il capo. - Comunque quel sogno si ispirava a una
storia che mi ha raccontato mia nonna.
Miranda sembrava desiderosa di parlare. Mi chiesi se la mia
confessione su Lane le avesse facilitato le cose. - Quando mamma
era incinta di mia sorella Alice, io sono andata a stare dalla
nonna. Adoravo quella casa. Non c' pi adesso,  stata venduta.
Una sera non riuscivo a dormire e, vedendo che la nonna
aveva la luce accesa, andai da lei. Pensavo che mi avrebbe rispedito
a letto, ma non lo fece. Stava leggendo un libro e, invece
di gridarmi dietro, diede dei colpetti al lenzuolo accanto a lei
e io salii sul letto. Profumava di canfora; la usava per calmare i
dolori. Fu quella sera che mi raccont di Cut Hill. Era una storia
dei maroon, e non so come l'avesse saputa, perch i maroon
sono molto gelosi delle loro storie. Si svolgeva all'epoca delle
guerre, all'inizio del Settecento. Un soldato inglese aveva braccato
una donna maroon incinta, con il pancione, l'aveva legata
a un albero e stava per sventrarla, ma prima di farlo parl al
bambino che aveva dentro e chiese: Sei uomo o donna? Il feto
disse: Io un uomo. Appena ebbe pronunciato quelle parole,
la spada in mano al soldato si spezz e l'inglese cadde a terra,
morto -. Miranda si guard le mani. - Mi fece una grande
impressione, il bambino che parla dal ventre della madre e la
magia che la protegge e il fatto che la nonna raccontasse questa
storia con grande rispetto e, ovviamente, il fatto che mamma
fosse sul punto di partorire. Ne parlavo con Alice proprio la
scorsa settimana, e la notte stessa ho fatto questo sogno.
La storia ci lasci in silenzio, e se avessi osato, avrei potuto
toccarla in quel momento, stringerla a me, ma avevo paura
di essere respinto e di perdere quell'intimit che si era creata
tra noi.
- Andr in Giamaica per due settimane, con Eggy. Vengono
anche i miei genitori. Ho preso le ferie.
A quel punto le offrii di tenerle d'occhio la casa, bagnarle
le piante e ritirarle la posta mentre era via. Lei accett, dicendo
che cos non avrebbe dovuto chiedere alle sorelle.
Guard l'orologio e io, cogliendo l'allusione, mi alzai. Mentre
avanzavo nel corridoio buio, vidi qualcosa che brillava riflettendo
la luce dalla stanza accanto. Appena Miranda accese
una lampada, identificai l'oggetto. Sulla panca accanto
alla porta c'era un paio di piccole ali di filo metallico decorate
con lustrini d'argento. Il tessuto bianco era stropicciato e
coperto di macchie color ruggine.
- Eggy deve aver volato un sacco, - dissi.
Miranda fece un gran sorriso e nei suoi occhi comparve lo
sguardo penetrante che ormai conoscevo bene. Allungai la
mano per salutarla, ma lei si protese verso di me, mi prese il
viso tra le mani e baci ciascuna guancia. Anche se erano i
soliti baci casti, amichevoli, sentii le sue labbra bruciare sulla
pelle anche quando ormai lei si era allontanata e io ero seduto
nel mio studio ad annotare il sogno e la storia di Cut
Hill.
Il giorno dopo la partenza di Miranda per la Giamaica,
andai a cena da mia sorella in White Street. Mi disse che aveva
smesso di vedere Henry Morris. Miranda aveva usato la
stessa parola per Lane: aveva ricominciato a vederlo. Vedere
era diventato l'eufemismo preferito per relazioni che includevano
l'accoppiamento. Non avevo raccontato a Inga dei
sospetti di Burton, che mi erano sembrati abbastanza inconsistenti.
Andirivieni. Entrate e uscite. Divinazioni. La versione
di Inga era diversa da quella di Burton, per c'erano delle
somiglianze. Inga sapeva che Henry aveva parlato non solo con Edie e con le ex mogli di Max ma anche con la
Burger. La giornalista credeva che le lettere di Max contenessero
qualche orribile segreto, al di l del fatto che Joel potesse
essere il figlio di Max, ma si rifiutava di rivelare quale
pensava fosse l'informazione misteriosa. Henry l'aveva trovata
strana, ossessiva, forse poco sana di mente. Non era
stata la giornalista a mettersi tra Inga ed Henry, era stato
Max.
- No, non avevo la percezione che fosse insincero, - disse
mia sorella. - Non mentiva. L'attrazione tra noi era reale.
Mi diceva che ero bella, e diceva sul serio. Per quanto sia
una vecchia signora -. Scroll il capo con un'espressione triste
e ironica al tempo stesso. - Ma, vedi, citava spesso Max.
Magari stavamo cenando e mi ripeteva un intero paragrafo
da Povero John o da Gramaglie. Ovvio,  il suo lavoro quotidiano.
Ha preso un anno sabbatico e sta scrivendo il libro.
Eppure la cosa ha cominciato a infastidirmi. Ho cercato di
parlargliene.  stato comprensivo, ma sai, penso che non riesca
a farne a meno. Ha incontrato Max solo una volta, quindi
per lui non era una persona, ma un santo della letteratura.
Poi, quattro sere fa, eravamo a casa sua e abbiamo fatto
l'amore.  stato come affogare. Posso dirlo soltanto a te,
Erik. Sei l'unico. Non posso dirlo nemmeno a Leo, il caro
Leo, che  mezzo innamorato di me, solo a met, penso, ma
comunque, Henry  stato feroce, forte. Mi sentivo elettrizzata.
Dopo, mi girava la testa. Poi, mentre eravamo distesi,
mi ha detto: In lei ritrov il paese che aveva perduto. Entrando
nel suo corpo, non si sentiva pi in esilio.
Guardai Inga.
- L'ho riconosciuto subito. E preso da Specchio vivente, il
primo romanzo che Max ha scritto dopo avermi conosciuta.
Per un po' sono rimasta immobile, sbigottita, poi mi sono
sentita oppressa. Era come se io per lui non avessi avuto alcun
valore. Cos mi sono alzata e sono uscita. Nel pomeriggio
ci siamo sentiti al telefono. Ha detto che non intendeva
ferirmi, ma  troppo tardi. Ho la sensazione di essermi svilita.
-  la parola sbagliata.
- Non saprei. Che genere di donna dorme con il biografo
del marito morto?
Quella domanda era cos insolita che non seppi come rispondere.
Poi le dissi che qualsiasi donna potrebbe dormire
con il biografo del marito morto.
Inga fece una smorfia. - Ieri, quando sono andata da Leo
a leggere per lui, ho lasciato che mi toccasse.
- Davvero?
- S, ero vestita, ma mi ha passato le mani su tutto il
corpo.
- Ed era piacevole, non imbarazzante?
Mia sorella annu. Mi guard con quell'espressione vivace
che le vedevo spesso quando eravamo bambini. - Non posso
vivere senza intimit, - disse. - Non ce la faccio pi.
Nelle due settimane in cui Miranda era via, mi occupai
della corrispondenza, notando che non c'erano buste da parte
di Lane per nessuno dei due. Quando entravo in casa sua
a bagnare le tre piante che aveva in soggiorno, mi sentivo leggermente
intimorito dalla mia presenza nell'appartamento
vuoto. C'era qualcosa di misterioso nel trovarmi l da solo,
con le sue cose. Miranda aveva lasciato tutto in perfetto ordine,
ma su un tavolo del soggiorno c'erano sette disegni, e
ogni sera li osservavo. I primi tre erano della donna nel sogno
di Miranda, che compariva varie volte in inchiostro nero
su ciascuna pagina. La figura era delineata a tratti rapidi,
forti, e si capiva che Miranda stava cercando di rappresentarla
al meglio. Ogni linea aveva richiesto molto lavoro. La
donna sembrava incredibilmente alta, magra, ma con braccia
e gambe muscolosissime. Una gigantessa. Indossava un
vestito largo e brandiva un coltello nella mano destra. Dovremo
pulire il coltello. C'erano due disegni di un feto: il primo
era un corpicino avvizzito circondato dalla placenta e il secondo
una creatura molto pi florida, vivace, con la bocca
aperta. L'uomobambino incantato. Gli ultimi due erano incompiuti
- schizzi a inchiostro della stessa immagine. Un uomo
con il cappello disteso sopra una donna in abito bianco
lungo. La teneva bloccata a terra stringendole i polsi. C'era
un'atmosfera violenta in quell'immagine, forse creata dal
semplice fatto che l'uomo era bianco e la donna nera, un contrasto
che riassumeva la storia brutale dei padroni bianchi
che violentavano le proprie schiave. Il viso dell'uomo era invisibile,
mentre quello di lei, inespressivo come un cadavere,
era rivolto verso chi guardava il disegno. Nella seconda
versione del disegno, la differenza di colore tra le figure
non era cos marcata. Sulle braccia e sul viso era stato applicato
uno strato di colore grigio, e sembrava che i due corpi non
fossero ben distinti, ma stessero per liquefarsi. Parevano distesi
in una pozza d'acqua torbida. Dopo tre o quattro giorni,
scoprii che la prima cosa che facevo dopo aver sbrigato le
mie rapide incombenze era chinarmi su quella seconda versione
e fissarla per un po', per poi tornare al piano di sopra.
Due sere prima che Miranda ed Eggy tornassero, portai
gi la posta e andai a guardare il disegno. Esaminandolo nuovamente,
mi chiesi cos'era che stavo guardando. Cos'? La
donna era morta? Osservai attentamente i lineamenti delicati
del viso, le lunghe braccia, le spalle dell'uomo, la tesa del
cappello. Chiusi gli occhi per meditare su quelle due persone
e, per una frazione di secondo, in quella fugace immagine
residua, vidi i polsi della donna scattare verso l'alto. Quando
riaprii gli occhi, pensai con angoscia che la percezione stessa
 una forma di allucinazione.
L'ultima notte, scesi le scale con quattro buste e le posai
con cura sulla pila nel corridoio. Evitai il disegno ma non lasciai
subito l'appartamento. Attraversai il soggiorno e il cucinino,
poi entrai in corridoio e aprii la porta di quella che
immaginavo fosse la stanza di Miranda, la pi grande delle
due. Rimasi per un po' sulla soglia a guardare il letto con la
coperta beige, il comodino carico di libri, la credenza abbellita
da due ciotole e un vaso, lo specchio ovale appeso sopra
il mobile e due grandi fotografie in bianco e nero, incorniciate,
di Eglantine, una da piccolissima, scattata mentre dormiva
rannicchiata su un mucchio di lenzuola che nel gioco di
luci e ombre parevano cumuli di neve, e un'altra, pi recente,
della bambina come la conoscevo. Indossava un tut e una
coroncina ma posava come un sollevatore di pesi, mostrando
i bicipiti con uno sguardo truce. Dissi a me stesso che volevo
guardare quelle immagini pi da vicino, ma era solo una
scusa per oltrepassare la soglia, cosa che feci. Il respiro si fece
pi rapido mentre esaminavo i libri di Miranda. Accanto
al letto aveva un libro di foto di Diane Arbus, un volume intitolato
Autobiografia dei Caraibi. Identit culturale e autorappresentazione,
tre libri sui maroon e cinque romanzi. Ne presi uno
intitolato Illusione. Aveva la copertina scarlatta, caratteri
in grassetto e un rettangolo bianco che conteneva un
viso fatto di linee scarabocchiate. Mi sembrava il tratto di
Miranda, e quando aprii il libro per controllare scoprii che
non sbagliavo. Anche le altre quattro copertine erano sue, e
come nella prima, la grafica era semplice ma d'effetto, a colori
forti. Non c'erano fronzoli n svolazzi, nessuna lettera
inclinata o decorazione superflua. L'estetica era dura, mascolina,
sobria. Riposi attentamente ogni libro al suo posto
nella pila, toccai con cautela la coperta del letto, poi restai
davanti alla credenza per parecchi minuti, ad ascoltare il suono
del mio respiro. La tentazione di aprire un cassetto era
fortissima. Volevo vedere i suoi vestiti, le calze, la biancheria.
Se non avessi alzato lo sguardo e visto nello specchio la
mia espressione famelica, l'avrei fatto. L'uomo che mi trovai
davanti aveva un aspetto tormentato, feroce. Mi ritrassi
e salii in fretta le scale.
La solitudine mi stava poco a poco alterando, trasformandomi
in un uomo che non mi aspettavo, una persona molto
pi bizzarra di quanto avessi mai immaginato, un uomo che
si aggirava nella stanza di una donna con il respiro affannoso,
le dita vicine alle maniglie di un cassetto, ma non abbastanza
da toccarle. Ho spesso pensato che nessuno di noi 
davvero come immaginiamo, che tutti tendono a normalizzare
la terribile estraneit della vita interiore con una vasta
gamma di finzioni di comodo. Non volevo mentire a me stesso,
ma capii che dietro all'identit in cui avevo creduto c'era
un'altra persona che vagava nel mondo parallelo di cui aveva
parlato Miranda - in strade e case che avevano un'architettura
del tutto diversa.
L'ansia non se ne andava. Gli attacchi peggiori erano di
notte, quando mi svegliavo spesso con il cuore che batteva
all'impazzata per sogni terrificanti, ma durante il giorno, con
i miei pazienti, riuscivo a tenerla sotto controllo. Presi l'abitudine
di chiamare Laura, e in quel soffocante mese di agosto
ci vedevamo almeno due volte alla settimana, sempre nei
giorni che il figlio trascorreva dall'ex marito. Quando a met
mese, davanti a un piatto di gnocchi, mi confess che non
era pronta per una relazione seria, le dissi semplicemente
che mi piaceva molto la sua compagnia ma non mi stavo proponendo
per la parte del secondo marito. Mi accontentavo,
le dissi, di essere una specie di oggetto transizionale, che potesse
aprire la strada a una futura beatitudine coniugale. Come
una vecchia coperta o un orsacchiotto, sarei stato felice
di servirla finch fossi risultato superfluo. Laura rise, scroll
il capo e disse: - In poche parole, non ti dispiace avere una
compagna di scopate -. Concordai, sebbene un po' imbarazzato.
Liberi da preoccupazioni sulla natura del nostro rapporto,
potevamo quindi divorarci senza sensi di colpa, o perlomeno
cos immaginavo. Verso la fine dell'estate, Laura Capelli
mi si era gi insinuata sottopelle. Mi ritrovavo a pensare
ai riccioli scuri che le inanellavano la nuca, alla sua pelle con
una sfumatura olivastra, alla sua risata prorompente, al suo seno,
alle elaborate ricette della madre per la trippa e il manzo,
che le piaceva dettarmi a letto, alle sue perfette imitazioni di
Morton Solomon, un analista ottuagenario che conoscevamo
entrambi, la cui voce lenta, cantilenante, con un inconfondibile
accento tedesco, risuonava nel corso degli innumerevoli
convegni e conferenze in cui lui, con cura e pazienza infinite,
spiegava alcune teorie di Freud (la scissione dell'ego, o Ichspaltung,
era una delle sue preferite), alla sua abitudine ad ammonirmi
alzando e scuotendo il dito quando era eccitata e ai gridolini
che emetteva durante l'orgasmo.
Le mie vicine tornarono, ma le vedevo molto di rado. Agosto
era un mese morto per l'editoria, mi disse un mattino Miranda
quando la incontrai davanti a casa mentre andavo al
lavoro. Lei ed Eglantine avrebbero passato qualche fine settimana
lungo nel Massachusetts, con degli amici. Anche
Inga e Sonia lasciarono la citt per qualche gita negli Hampton
e nel Connecticut. Io rimasi a Brooklyn, e nei lunghi viaggi
di andata e ritorno in metropolitana inspiravo gli odori di
urina, sudore e carni non lavate e, dentro, mi lasciavo andare
all'autocommiserazione.
Dopo aver trasferito le sue cose in una stanza per studenti
alla Columbia, Sonia torn da sua madre il 10 settembre
per trascorrere la notte con lei. A quanto mi raccont poi Inga,
passarono una bella serata e Sonia dorm bene. Il mattino
dopo si alz, and in cucina e invece di dirigersi verso il
frigorifero per prendere il solito succo d'arancia, and alla finestra.
Inga beveva il caff leggendo il giornale. Dopo essere
rimasta immobile davanti al vetro, Sonia si mise le mani
sulle guance e url: - Non voglio questo mondo! Non lo
voglio! - Poi si lasci cadere in ginocchio e prese a singhiozzare
in modo incontrollabile. Inga cerc di abbracciarla. All'inizio
Sonia si agit e la respinse, ma dopo un po' Inga riusc
a prenderla tra le braccia e a cullarla. Sonia piangeva, e la madre
la cull per tutta la mattina e per tutto il pomeriggio. Poi
la ragazza cominci a parlare. Parlava, scoppiava a piangere,
parlava ancora un po' e crollava di nuovo.
Il secondo anniversario apr una crepa interiore in Sonia,
una fenditura attraverso cui riusc a liberare i sentimenti
esplosivi che l'avevano tormentata per due anni. La conflagrazione
che aveva ustionato cos tante persone, che le aveva
spinte all'aperto, sui cornicioni da cui si erano buttate, in
certi casi avvolte dalle fiamme, aveva lasciato immagini inenarrabili
in mia nipote. Inga mi raccont che in quelle ore
non lasci mai la figlia. Anche quando preparava dei sandwich,
portava Sonia in cucina con s e si stringeva le sue braccia
intorno alla vita mentre tagliava il pane e spalmava il burro.
Sonia non voleva un mondo in cui gli edifici crollano e si
combattono guerre senza alcun motivo. E poi non voleva un
fratello nella sua vita, disse alla madre, n tanto meno quella
stupida ex attrice, Edie Bly. Li odiava, e rivoleva suo padre.
Voleva dirgli che le dispiaceva.
Dopo aver visto l'ultimo paziente, trovai un messaggio di
Inga al telefono e andai da lei in White Street. Quando arrivai,
madre e figlia erano calme, la calma della spossatezza.
Notai che entrambe si muovevano lentamente, rigidamente,
come se avessero male alle articolazioni. Sonia sollev il viso
gonfio e mi guard mentre le mettevo una mano sulla spalla,
poi alz le braccia e me le pass intorno alla vita. A quel
punto non c'era molto da dire. I ricordi di Sonia non l'avrebbero
abbandonata; le atrocit avrebbero continuato a susseguirsi
nel mondo, ogni giorno; Max non sarebbe resuscitato;
e il ragazzino che forse era suo fratello non sarebbe scomparso.
L'unica novit era che Sonia ora sapeva di poter sopravvivere
alla violenza delle proprie emozioni. E cos pure sua
madre.
Fu solo quando stavo per andarmene che vidi la bambola.
Se ne stava isolata tra i libri di Inga. - L'hai fatto per davvero,
- dissi. - Hai comprato uno di quei pupazzi da Lorelei.
Inga annu. - Stavo per comprare una vedova ma mi sembrava
troppo... be', troppo masochista, cos ho preso quel
piccolino.
Mi protesi per guardare meglio il pupazzo, un bambino in
abito scuro, seduto su una sedia di legno. La testa bionda gli
ciondolava in avanti, e la piccola faccia ricamata sembrava
pensierosa.
Rimanemmo per un momento a guardarlo, poi Inga disse:
- Lorelei mi ha raccontato che il padre del bambino  stato
colpito da un fulmine.  prima del funerale.
- Perch mai ti  venuto in mente di prendere una cosa
del genere? - chiesi.
Molto lentamente, Inga mi diede tre colpetti sul viso. Il
suo sguardo sembrava spento. - Non preoccuparti, - disse
con voce stanca. - Non sono diventata pi pazza di quanto
sia sempre stata.
Quella notte sognai di essere alla fattoria, vicino al pergolato
a sinistra del gabinetto esterno, a guardare i campi che
si estendevano a perdita d'occhio. Il sogno era privo di colore.
Vedevo tutto in sfumature di grigio. Mio padre era l accanto
a me, in piedi e ancora giovane, ma non avevo un'immagine
chiara di lui. Anche se la visione era offuscata, lo percepivo,
sapevo che era a qualche metro da me e guardava
verso ovest. Mentre osservavamo il panorama, un'esplosione
squarciava l'orizzonte, scagliando una grande palla di fuoco
nel cielo. Poi ce n'era un'altra e un'altra ancora, tre enormi
conflagrazioni che riempivano il cielo. Da dietro le nostre
spalle, una voce che riconoscevo come quella di mio nonno
diceva: Tremo. All'improvviso venivamo proiettati all'indietro
da una forza inspiegabile, e atterravamo in casa, in
uno spazio ingombro che sembrava una soffitta o una cantina,
con le travi appena sopra le nostre teste. La stanza prendeva
a oscillare violentemente avanti e indietro, e il nonno
invisibile parlava di nuovo. Sapevo che era l, ma non mi voltavo.
Questa volta, lo udivo pronunciare la parola tremo,
seguita da la terra trema. Mentre stavo per svegliarmi, le
pareti cominciavano a riempirsi di crepe e a spaccarsi.
L'economia onirica  frugale. Il cielo che fumava l'undici
settembre, le immagini televisive dall'Iraq, le bombe sulla
spiaggia dove mio padre si era scavato una trincea nel febbraio
del 1945 bruciavano in contemporanea sul terreno familiare
del Minnesota rurale. Tre detonazioni. Tre uomini
di tre generazioni, in una casa che stava andando in pezzi,
una casa che avevo ereditato, una casa che oscillava e tremava
come mia nipote in lacrime e il mio corpo assediato, cataclismi
interiori che associavo a due uomini non pi in vita.
Mio nonno grida nel sonno. Mio padre sfonda il soffitto con
un pugno. Io tremo.
Il 9 ottobre Burton mi chiam e, con voce malferma,
spieg che non si era pi fatto sentire perch una settimana
e mezza prima era morta sua madre. Se fosse vissuta un mese
in pi, disse, avrebbe compiuto novant'anni. Sapevo ben
poco della sua storia familiare. I genitori erano ebrei tedeschi
arrivati a New York alla fine degli anni Trenta. La madre
era stata un'insegnante, ricordavo, e il padre aveva lavorato
per la New York Society for Ethical Culture. Una volta
il mio amico aveva definito se stesso una sorpresa tardiva.
La madre aveva pi di quarant'anni quando era nato quell'unico
figlio. Dopo la morte del padre nel 1995, Burton si era
trasferito nell'appartamento della madre a Riverdale, una sistemazione
che gli aveva evitato la povert pi degradante e
aveva permesso alla signora B., sempre pi fragile, di restare
a casa.
Quando una settimana dopo ci incontrammo, notai subito
che il mio amico sembrava molto meno sudato. Era sempre
luccicante, per non grondava. Senza che gliel'avessi fatto
notare, mi disse che la sua iperidrosi sembrava migliorata.
- Provo una certa trepidazione, - disse, - niente pi. Parlare
della mia condizione somatica alterata con uno psicanalista
mi mette profondamente a disagio, so bene che la traspirazione,
o meglio la subitanea diminuzione della stessa a
questo punto della mia vita, sarebbe a dire dopo il decesso
di mia madre, potrebbe essere interpretata come... - Burton
si interruppe e si asciug la fronte, pi per abitudine,
sospettavo, che per bisogno. Poi, scelse una parola: - Sintomatica.
- Burton, - dissi, - il lutto ha molti effetti sulle persone.
Non  il caso di sovrainterpretare quello che evidentemente
 un fatto positivo.
Lo vidi arrossire mentre studiava la tovaglia. - Lo scorso
mese non mi riconosceva, - disse.
- Dev'essere stata dura.
Annu. - Ictus. Emorragico. Ha cambiato personalit -.
Si accigli. - E diventata pi dolce. La sua risata mi inquietava,
era un'allegria inappropriata, sogghigni, risatine, continui
sorrisetti, quel genere di cose. Preferibile alla rabbia,
bisogna ammetterlo. Ho letto di un paziente che dopo un ictus
ha cominciato a mordere. Molto dura per la famiglia.
Mordeva a sangue -. Burton mi guard. -  inutile dirlo, ma
lo dir lo stesso. Man mano che peggiorava, scompariva. Mi
mancava quella donna, nonostante le sue numerose, numerosissime
ambiguit. S, - disse, - mi mancava la donna difficile,
perplessa, tormentata, acerba di... - esit, cercando le
parole, - ... d'antan, - disse infine.
Quella sera, fummo gli ultimi avventori a lasciare il ristorante.
Sentivo i camerieri sempre pi impazienti mentre Burton
raccontava della morte di sua madre e di quelle che definiva
circostanze mutate. L'alloggio ora apparteneva a lui,
e l'eredit, per quanto non da nababbo, l'avrebbe alleggerito
per parecchi anni a venire. - E chiss che non riesca, -
mi disse con un sorriso criptico, pensieroso, - a fare un po'
di bene per una persona di qualit.
Prima che ci congedassimo sul marciapiede per salire su
due taxi che andavano in direzioni opposte, Burton mi prese
la mano, la strinse vigorosamente e disse: - Trovo praticamente
impossibile esprimere il valore che ha per me la nostra
rinnovata amicizia, un'amicizia che ha conosciuto uno
iato, per cos dire, si  interrotta per molti anni. La mia
gratitudine  ancora pi profonda ora che combatto, metaforicamente
 ovvio, con la Bestia Melanconia.
Mentre correvo sulla FDR Drive, guardai dal finestrino
l'immensa pubblicit della Pepsi-Cola sospesa nell'oscurit
sull'altra sponda dell'East River, e la trovai bellissima. In
quel momento, il radioso emblema di quella forma un po' superata
di capitalismo americano era pervaso da una sensazione
di perdita, come se quell'insegna riflettesse un desiderio
collettivo ormai svanito. Era assurdo provare qualsiasi emozione
in reazione alla pubblicit di una bibita gasata, ma
quando l'immagine si affievol pensai: stanno morendo tutti,
i nostri padri e le nostre madri - gli immigrati e gli esuli,
i soldati e i profughi, i ragazzi e le ragazze - d'antan.
Il 2 ottobre la signorina L. annunci con un sorriso che
aveva finito con me. Dopo una seduta di cristalloterapia,
si era iscritta a un gruppo di autoaiuto per vittime di abusi,
persone che la capivano. Alcune di loro dichiaravano di
serbare ricordi precisissimi di quando avevano uno o due anni.
Non era la prima volta che si aggrappava ai clich della
cultura popolare, ma quel giorno mi resi conto che le primitive
distinzioni sbandierate da internet e dai giornali alimentavano
la scissione che gi caratterizzava il suo mondo. Mentre
mi parlava, sentii nella sua voce una remota sfumatura di
quello stile preconfezionato, la lingua della propaganda, dei
demagoghi e dei giornalisti televisivi. Non era l con me. Glielo
dissi e le chiesi se avesse ponderato bene la sua decisione.
Url s, si alz, mi sput in faccia e corse fuori, senza dimenticarsi
di sbattere la porta.
Mi asciugai la saliva dal viso con un fazzoletto di carta e
rimasi immobile fino all'orario previsto per il termine della
seduta. Sapevo che non sarebbe tornata. Dopotutto, ero solo l'ultimo di una lunga serie di medici e terapeuti che aveva
abbandonato andandosene infuriata: lasciali prima che siano
loro a lasciare te. Standomene l seduto, rimpiangevo i suoi
momenti di apertura, i suoi dolorosi slanci verso un altro modo
di essere. Per quanto potesse essersi inventata delle cose,
la signorina L. era davvero stata fin dall'inizio una bambina
trascurata. Forse le sue cicatrici non erano fisiche, come
avrebbe voluto che fossero, ma la laceravano fin nel profondo.
La crisi apparente si era imperniata almeno in parte sui
ricordi, per quanto fragili e opachi fossero. La vera e propria
tortura fisica per mano della madre avrebbe giustificato la
sofferenza, preservando la sua identit nell'immutabile categoria
dei bambini vittime di abusi. Quel pensiero le aveva
offerto una forma di consolazione. Si adattava perfettamente
alla sua realt interiore, una struttura cos rigida e fragile
che la combustione spontanea era sempre imminente.
Tutto questo lo sapevo, ma c'era un altro motivo di tensione
tra noi - la paura, la mia paura. Estremamente sensibile,
la signorina L. aveva subodorato qualcosa che io stesso non
capivo.
Il sabato sera della settimana successiva tornai a casa verso
mezzanotte, dopo essere stato da Laura. Mi fermai ai piedi
delle scale per cercare le chiavi in tasca, sentii dei bisbigli
concitati, la porta dell'appartamento al piano terra che si
chiudeva e, prima che potessi rendermi conto di quel che stava
succedendo, mi trovai faccia a faccia con Jeffrey Lane. Mi
guard negli occhi e disse: - Ehi amico, come va?
Annuii. - Bene. E lei?
- Tutto bene.
Guardai le chiavi che avevo in mano.
- Be', - disse, - ci si vede -. Mi super e, appena fu sul
marciapiede, si mise a correre. Lo guardai. Non so perch,
ma non mi mossi finch non lo vidi sparire. Se non fossi rimasto
fermo ad aspettare non avrei sentito piangere Miranda.
Le tende erano tirate, ma la finestra era leggermente aperta,
e mentre salivo le scale pian piano, come se avessi avuto
le scarpe di piombo, i suoi singhiozzi soffocati mi accompagnarono.
Dopo essere entrato in casa mi sedetti sulla poltrona verde,
quella dove solitamente leggevo, e per la prima volta da
molto tempo non ebbi pensieri di alcun genere. Per circa
un'ora ascoltai i rumori della notte - traffico, voci smorzate
da qualche televisore, musica distante, gente che rideva in
fondo alla strada. Ma non sentii Miranda. Forse si era asciugata
le lacrime ed era andata a letto.
La telefonata di Inga arriv alla fine di una lunga giornata.
Avevo avuto un colloquio con due pazienti che erano stati
indirizzati da me, e nel pomeriggio il signor R. mi aveva
detto che la moglie stava per lasciarlo. La signora R. non voleva
il nuovo signor R., l'uomo che mi aveva detto di vedere
il mondo in una luce diversa, strana e vivida. Rideva di
pi, feriva di pi e vedeva di pi. E poi voleva pi sesso, una
novit a cui l'oggetto della sua libido riaccesa opponeva resistenza.
- Le piacevo di pi quando ero un baccal -. Stavo
leggendo gli appunti della seduta quando suon il telefono e
sentii la voce concitata, tremante, di Inga.
- Ha chiamato Lorelei. Lisa vuole vederci. Ci racconter
tutta la storia. Me lo sentivo. Possiamo andare questo fine
settimana.  malata. Forse morir, ma non vuole andare in
ospedale.
La sua eccitazione mi infastid. - Ho una conferenza, -
dissi.
- Devi parlare anche tu?
- No.
- Allora non devi andarci per forza.
- Inga, - dissi. - Vai tu, poi mi racconti com' andata.
- Vuole vedere te. Non vuole incontrarmi senza di te.
- Cosa?
- Tu sei il figlio, l'uomo, l'erede. Sono sicura che  per
questo. La figlia non conta.
Non risposi.
- Stai bene, Erik? - chiese. La sua voce era pi morbida.
Sentivo i polmoni comprimersi e la tensione aumentare.
- S, - dissi.
- Peccato che mamma sia in Norvegia adesso, ma potremmo
prendere un aereo venerd sera, stare alla Andrews House,
vedere Lisa sabato e tornare domenica sera.
- Inga, non hai abbastanza preoccupazioni? Vuoi davvero
lanciarti in una missione impossibile?
- Si tratta di nostro padre. Non capisci?
- Capisco, - dissi.
- Hai paura, vero?
- Ho troppe cose da fare.
- Te ne pentirai. Ti sei pentito di non esserci quando 
morto pap. Ti ha fatto stare male. L'hai detto tu. Non  stata
colpa tua. Eri l da pi di una settimana. So che non potevi
lasciare i tuoi pazienti. Devi programmare in anticipo.
Lo so, comunque non hai potuto esserci. Non l'hai visto morire.
Ora hai la possibilit di sapere qualcosa della sua vita,
un pezzo mancante.
Le dissi che ci avrei pensato, la salutai e riagganciai. Seduto
in cucina a guardare il giardino dalle porte a vetri, ricordai
un pomeriggio in cui ero stato da solo con mio padre,
nella sua stanza in casa di cura. Era seduto davanti a me in
sedia a rotelle, di spalle alla porta. Dopo aver dato un'occhiata
alla lista dei medicinali, gli chiesi se aveva dei dolori.
- Fastidio, - disse, sorridendo per un istante. - Le maledette
narici con dentro i tubi dell'ossigeno, un po' di prurito qua
e l, ma dolori no -. Vidi un'infermiera entrare nella stanza
mentre mio padre inclinava leggermente il capo al rumore dei
suoi passi.
- Amico o nemico? - rugg, la voce tonante da finto eroe.
La donna, giovane e bella, si chin su di lui, con il viso a
pochi centimetri dal suo. Gli diede una pacca sulla spalla con
un sorriso affettuoso e disse: - Decida lei.
Mio padre, improbabile combinazione di stoico e umorista,
era uno dei pazienti preferiti di infermiere e inservienti.
E quella capacit di affascinare aveva avuto l'effetto di un
elisir sul suo umore. Aveva trovato il suo sorriso da ospedale.
Sapeva di essere vicino alla morte, che non sarebbe mai
tornato a casa, che non avrebbe mai pi visto nient'altro oltre
ci che vedeva dalla finestra stretta della camera o dalla
sedia nella mensa con le luci al neon che illuminavano gli altri
pazienti geriatrici, alcuni accasciati sulle sedie con lo sguardo
vuoto che precipitava nel nulla. Altri in grado di muoversi
ma dementi. Ricordai l'anziana signora che aveva lasciato
cadere la forchetta mentre stava per ingoiare un boccone, si
era alzata e aveva emesso acuti strilli di angoscia alternati alle
parole: Aiuto! Aiuto! Uno dei degenti che sedeva a tavola
con mio padre, Homer Petersen, aveva la mente ancora
lucida, ma faceva cadere continuamente il cibo sul bavaglino
che indossava per proteggere la camicia, trasformando
a ogni pasto la spessa carta bianca in un'astrazione multicolore.
Anche il gemello di Homer, Milton, un uomo glaciale
che si limitava ad annuire e a bofonchiare, era una presenza
regolare a tavola. Nessuno dei due aveva il dono della conversazione.
- Homer e Milton, - diceva mio padre, scrollando
il capo. - Temo che le grandi speranze che nutrivano i loro
genitori siano state tristemente deluse -. Ma nonostante
i compagni d'ospedale, molti prossimi a rimanere senza
niente(2), mio padre mantenne una dignitosa vitalit. Mi parve
distante solo una volta, durante una pausa nella conversazione.
In passato, l'avevo visto spesso rifugiarsi in un pensiero
o in un ricordo, e da ragazzo riuscivo a riportarlo al presente.
Sembrava un po' sorpreso, gli occhi si focalizzavano
di nuovo, poi mi sorrideva e si lanciava in una discussione
sull'andamento del clima o su una saga islandese o sulla vita
delle talpe. Man mano che crescevo, diventava sempre pi
difficile tirarlo fuori dai suoi abissi. Mi sembrava di aver perso
quel talento. Qualche volta il suo sguardo evitava il mio,
o viceversa. Quel giorno, mentre sentivo che si stava allontanando
sempre pi da me, gli chiesi se non fosse ora di vedere
la partita. Verso la fine della sua vita non guardava pi
i film e leggeva pochissimi romanzi, ma la sua passione per il
football americano non accennava a diminuire. I Vikings persero
quel pomeriggio, se ricordo bene. 24 a 17. Chiamai Inga
e le dissi che sarei andato con lei.
Durante il viaggio Inga mi rivel che era tornata a trovare
Edie e Joel. Edie aveva sempre le lettere, e continuava a
rifiutarsi di dire a mia sorella che cosa contenevano, ma giurava
di non averle mostrate alla Burger, n ad altri. Non era
disposta a venderle a Inga. - Probabilmente non vuole che
le abbia io, perch cos avrei il controllo su tutte le carte di
Max e l'idea non le piace. Eppure, migliori sono le mie relazioni
con lei, meglio sar per tutti noi, soprattutto per Sonia,
anche se non vuole avere niente a che fare con loro e si
rifiuta di farsi fare il test del DNA -. Inga mi disse anche
di Henry. Le aveva mandato l'ultima bozza di Max Blaustein.
Vite labirintiche.
-  strano leggere la biografia di qualcuno che hai amato.
 Max ma non  Max.  il Max di Henry. Non c' niente
di sensazionale o di malizioso, e riserva un sacco di spazio
alle opere. Ho saltato parecchie cose. Voglio dire, so gi di
tutte le donne che ha avuto, che i primi matrimoni erano stati
duri, e adesso so anche di Edie. Secondo Henry, Max era
ossessionato da quella donna, lei aveva varie dipendenze e
Max trovava affascinanti le persone disperate. E questo  vero,
senza dubbio. Per sostiene anche che il personaggio di
Lavinia nei Taccuini nella bara  basato su di me.
Ricordavo la storia. Un uomo anziano, un famoso compositore,
sposa una donna molto pi giovane, una ballerina che
 stata costretta a lasciare la carriera dopo essersi rotta un
piede. Vivono felicemente insieme per dieci anni. Poi lui comincia
ad avere degli acciacchi - tra cui la vista sempre pi
debole e la gotta - e la moglie diventa la sua infermiera. Lui
decide che  giunta l'ora di scrivere le sue memorie e si mette
all'opera. Ogni mattina, per tre o quattro ore, scrive a mano
la storia della sua vita su un taccuino. Ogni pomeriggio,
la moglie batte a macchina il manoscritto. All'inizio la donna
copia esattamente quello che compare sulla pagina, ma
poi, man mano che ci lavora, si lascia coinvolgere dal progetto
e comincia ad apportare dei cambiamenti al testo. Migliora
una frase qua e l, finch, pian piano, impercettibilmente,
si trova a riscrivere la vita del marito, rendendola pi vivida,
pi vera. Lui riesce a scrivere, ma non a leggere le
pagine preparate da lei. Il vecchio muore poco dopo aver finito
il libro. Lavinia mette il taccuino scritto a mano accanto
a lui nella bara e manda il dattiloscritto all'editore che
aspetta di pubblicarlo.
- L'implicazione, - disse Inga, -  che io sono la vedova
ambiziosa che custodisce gelosamente il lascito Blaustein.
- Henry dice cos?
- Ho detto implicazione.
- Inga, Max temeva di diventare un peso per te man mano
che invecchiava, e quella storia era forse un modo subliminale
di riconoscere sia il tuo lavoro sia il fatto che saresti
andata avanti senza di lui. Lavinia  un personaggio ambiguo.
Da quel che ricordo, la storia scritta dal vecchio  noiosa
e autocelebrativa, e lei la reinventa per salvarlo. E poi c'
Henry. Lui venera lo scrittore Max Blaustein. In quanto biografo
di Max, potrebbe aver trasferito alcune delle sue preoccupazioni
su di te. E lui che sta scrivendo una vita, non tu.
Inga si volt verso di me. - S, - disse. - Somiglia pi lui
di me a Lavinia. Per questo forse ha passato cos tanto tempo
su quel romanzo, che  uno degli ultimi.
- E di sicuro non si rende conto di ci che lo muove.
Quella conversazione avveniva all'aeroporto di LaGuardia
mentre aspettavamo di imbarcarci. Inga incroci le braccia
sul petto. Le vennero le lacrime agli occhi, e temetti che
scoppiasse a piangere in pubblico.
- Cos' che ti agita? - le chiesi a bassa voce.
Tir su con il naso. - Forse  vero che sto cercando di avere
il controllo sulla storia della vita di Max. Forse sbaglio.
Forse Edie dovrebbe vendere le lettere e renderle pubbliche,
qualunque cosa contengano, e io me ne dovrei stare zitta. 
solo che non voglio che Sonia venga ferita pi di quanto gi
non sia. Guardai la mano sottile di mia sorella che stringeva
la sedia di plastica. Notai la sfumatura azzurrognola di
qualche vena sporgente e un paio di macchie scure sulla pelle
bianca dovute all'et. Forse fu la posizione delle mani a
farmi tornare in mente un ricordo: Inga seduta accanto a me
in chiesa, con le mani che stringevano la panca, gli occhi alzati
verso la vetrata colorata. Da ragazza adorava il momento
della benedizione. Lo aspettava ogni domenica, alzando il
mento e chiudendo gli occhi quando il pastore faceva il segno
della croce e benediva la congregazione. Trovavo imbarazzante
quel suo comportamento, e quando una volta le avevo
dato una gomitata chiedendole perch faceva cos tutte le
settimane, lei aveva detto: - Mi piace ascoltare le parole che
parlano del volto di Dio. Voglio sentire la luce.
Il Signore ti benedica e ti protegga.
Il Signore misericordioso faccia brillare il suo volto su di te.
Il Signore rivolga il suo volto su di te e ti conceda pace.
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La piccola casa grigia, con la sua malconcia veranda chiusa,
sorgeva sull'angolo di una strada, e i confini del prato erano
ben demarcati perch i vicini avevano rastrellato accuratamente
le foglie su entrambi i lati. Aprimmo l'esile porta della
veranda e, superati una sedia a sdraio squarciata e un vecchio
gnomo di plastica, suonammo il campanello. Notai che Inga,
davanti a me, tremava. Sapevo che non riusciva a controllarsi,
ma provai comunque un'ondata di fastidio. Quando Lorelei apr
la porta, il suo viso morbido, a forma di luna piena,
era cupo, gli occhi socchiusi e concentrati. Il suo Accomodatevi
suon solenne e presuntuoso al contempo. Senza aggiungere
altro, indic un divano su cui era distesa una coperta scozzese
e scomparve oltre una porta. Inga e io ci sedemmo. La
donna aveva un fare dispotico, qualit che contiene inevitabilmente
un accenno di sadismo. Mentre aspettavamo, guardai
la piccola scultura di gesso delle due mani giunte in preghiera
sul tavolo davanti a noi, e mi resi conto di odiare quel
soprammobile onnipresente nell'America rurale. Evocava una
religiosit melliflua che detestavo, per non parlare del fatto
che mi faceva sempre pensare alle amputazioni.
-  come se avessimo un'udienza con la Regina, - dissi a
Inga.
- Sei di pessimo umore, - rispose bisbigliando. - Che cos'hai?
Cercai una spiegazione, ma trovai soltanto un'impressione
indistinta, il vago sentore che mia sorella e due zitelle fabbricanti
di bambole mi avessero attirato in una disavventura.
Ne ero risentito, e inoltre provavo una sgradevole sensazione
di reminiscenza. Non era un dj vu, quel curioso sospetto
di aver gi vissuto un evento identico, ma piuttosto una
forma di parallelismo. Mi venne in mente la parola revenant.
Da qualche parte sentivo un lieve odore di muffa. Mentre
pensavo all'odore come possibile elemento scatenante di quell'esperienza
di ripetizione, sentii Inga che mi afferrava la mano
all'improvviso, e alzai lo sguardo.
Lorelei era in piedi, rigida, davanti alla porta aperta. - Zia
Lisa  pronta per voi, - disse. - Non vi sar concesso vedere
gli altri pezzi del lascito.
Mentre mia sorella annuiva, io tenni a bada un'altra ondata
di irritazione per la pomposit di quella donna. Lorelei ci
lasci passare mentre teneva la porta aperta con la schiena.
Davanti a noi, in un letto matrimoniale, giaceva Lisa Odland
in Kavacek. Solamente la piccola testa e le braccia erano
visibili. Il resto era nascosto sotto le lenzuola e varie coperte
pesanti. Notai che un altro lenzuolo era stato drappeggiato
su un grande oggetto rettangolare a sinistra del letto.
Zia Lisa non aveva un aspetto amichevole. La bocca priva di
labbra aveva un'espressione tesa, dura, e le lenti spesse degli
occhiali con la montatura metallica le coprivano gli occhi
incavati, rendendoli imperscrutabili. La pelle flaccida penzolava
dal mento e dalle braccia, il che mi fece sospettare che
la sua malattia, quale che fosse, avesse causato un dimagrimento
improvviso. I pochi capelli che rimanevano erano
bianchi, ed erano stati arricciati in crocchie strettissime che
le davano un'aria sorpresa per nulla consona al suo viso. Spost
il capo verso di me e, senza alzare il braccio o la mano,
mi fece segno con le dita di avvicinarmi. Sentii Inga avanzare
verso di me alle mie spalle. Lisa mi invit con un altro cenno
a prendere posto su una sedia accanto al letto e io obbedii.
Quando si volt verso di me, esaminai il reticolo di rughe
profonde sulle guance incavate, gli occhi enormemente
ingranditi, opachi di cataratta, e i lunghi cheloidi che le deturpavano
il collo. Gli occhi malati e le cicatrici mi fecero venire
in mente la bambina nella casa in fiamme, e per un momento
provai una sensazione genuina di solidariet. Vedendo
le sue dita che brancolavano verso di me, appoggiai la
mano vicino alla sua. Quando mi circond il polso con le dita,
notai che la presa era salda, e che non aveva la febbre.
- Lars, - disse in tono enfatico.
- Sono suo figlio, Erik.
- Lo so, - disse brusca. - Pensa che sia un po' tocca?
- Niente affatto, - dissi sorridendo. Era una reazione automatica.
Avevo parlato con la voce calma del medico comprensivo
usata migliaia di volte prima di allora, ma la cosa
sembr farle piacere.
- Tuo padre era bello, - disse con voce limpida.
Lisa strinse le dita mentre parlava, e Inga mi pos una mano
sulla spalla. Immaginai che l'avesse fatto per mantenere
l'equilibrio. N io n mia sorella rispondemmo a quell'affermazione.
Lorelei, che era rimasta sulla soglia, mi appariva
impietrita, tanto era concentrata.
Lisa alz lo sguardo al soffitto. - Mai detto niente a nessuno.
In quel preciso momento mi resi conto che in me l'irritabilit
aveva preso il posto della paura. Sapevo che l'anziana
signora stava per confessare, e che la sua storia avrebbe potuto
modificare ci che provavo nei confronti di mio padre.
Mentre la guardavo pieno di aspettativa, mi resi conto all'improvviso
che si stava godendo quel quadretto, che era tutta
una messa in scena. Aveva pianificato ogni dettaglio, l'acconciatura
e tutto il resto; forse persino la malattia era una
finzione. Per essere moribonda, era una donna insolitamente
robusta. Guardai Lisa fare un cenno col capo a Lorelei,
che attravers la stanza e alz il lenzuolo mostrando quello
che mi aspettavo: altre'bambole.
Con le dita di Lisa che mi stringevano ancora il polso, cambiai
posizione sulla poltrona per avere una visuale migliore
sulla scena, e Inga si allontan da me per chinarsi a esaminare
gli oggetti esposti. Su un tavolo basso c'erano tre diorami.
Era l'unico termine che veniva in mente: tre scatole di legno
di circa novanta centimetri per centoventi, con dentro le solite
piccole figure. Vidi subito che le scene erano tutte ambientate
in esterni, di notte. Campi, cielo, stelle e una casetta
bianca erano stati dipinti sulla parete posteriore della scatola.
Il fondo era coperto di terra, e da dov'ero seduto se ne
sentiva l'odore. Nel primo, una bambola bionda in abito azzurro
se ne stava accovacciata a terra. La bocca era stata cucita
con filo rosso per imitare un grido a squarciagola. Dopo
aver dato un buffetto sulla mano di Lisa, spostai con delicatezza
le sue dita dal mio braccio e mi protesi in avanti. Un
filo nero che spuntava tra le gambe della bambola era collegato
a una minuscola figura grigia, un neonato magrissimo su
cui erano state dipinte delle chiazze rosse. Nella scatola successiva
vidi la figura smilza, alta, di un ragazzo in tuta da lavoro.
Aveva i capelli scuri e ricci, ed era chino sulla ragazza
con un piccolo coltello in mano. Stava per tagliare il cordone
ombelicale. Nell'ultima scatola non c'era la casa, solo alberi
e campi sullo sfondo, la figura maschile brandiva un badile,
un piede affondava nel terreno. La ragazza era rannicchiata
a terra, e si abbracciava le ginocchia. La minuscola figura
dietro di lei era avvolta in una stoffa grigia.
- Sono Lisa e Lars. Questa  la storia.
- Il bambino? - chiese Inga con un filo di voce.
- Era nata morta, - disse Lisa al soffitto. - Morta.
- Era di nostro padre? - chiese Inga alzando la voce.
Lisa spost di scatto il capo verso Inga. - No, era di Bernt
Lubke.
- Chi era Bernt Lubke? - chiesi.
- Nessuno, - disse acida. - Niente a che fare con la vostra
famiglia. La feccia di Blue Wing. Lars ha mantenuto la
promessa.
Inga avanz verso il letto. - E dopo dove and? E perch
era in quel campo? - Fece una pausa. - Non si vedeva che era
incinta? Come aveva fatto a nasconderlo?
- Non si vedeva, - ribatt brusca. - E comunque non c'entra
niente. Non sono affari suoi -. La sua voce aveva assunto
un tono acuto, isterico.
Lorelei si allontan dalla porta, lo sguardo acceso dall'emozione:
un miscuglio di soddisfazione e crudelt, pensai.
Mi voltai verso la donna nel letto e le misi una mano sul
braccio. - Mi dispiace, - dissi.
Lei non volt il capo, ma rimase a fissare il soffitto. - Non
importa. Non la volevo, questa  la verit -. Rimase in silenzio.
- Tuo padre mi aveva sentito, ecco cos'era successo, mi
aveva sentito ed era arrivato di corsa. Tutto qui. Non volli
che andasse a chiamare sua madre. Gli chiesi di giurare. Il
travaglio era stato duro, molto duro, ma quando fin, non mi
riguardava pi. Guardavo con distacco. Vedevo il sangue,
quella piccola cosa, da molto lontano. Proprio come quando
era stata concepita. Era come se io non c'entrassi niente.
Inga si avvicin ai piedi del letto. - Perch and da Obert's
a parlare con nostro padre?
Lisa chiuse gli occhi. - Mi prest tre dollari quel giorno.
Non glieli ho mai restituiti. Era bello, vostro pap, ed era
un gentiluomo -. Sollev gli occhiali e si sfreg l'occhio destro.
- Avevo paura che mi accusassero di averla uccisa, sapete.
Lars mi disse che era una bambina. L'aveva messa lui nella
terra.
Nessuno disse una parola. Immaginai mio padre che si chinava
sulla fossa che aveva scavato, per seppellire il neonato
morto. Mi ritrovai a pensare alla fossa non segnata, a dove
potesse essere. Il paesaggio che vedevo nella mente era grigio.
Per la prima volta, Lisa indic Inga. - Lei ha preso Les
Lostrum, vero?
Inga annu. Non tremava pi. - Il bambino al funerale.
- Era un bambino cattivo, - disse brusca. Fece schioccare
la lingua, inspir, e riprese a parlare. -  stato molto tempo
fa che ho scoperto di essere capace di farli... di fare questi
pupazzi. Prima che Walter mi venisse a raccontare dell'incendio.
Ho fatto il lascito, andranno a Lorelei quando
muoio. Ho cominciato da lei, la Lisa ustionata, poi ho continuato
con gli altri. L'incendio non lo ricordo, ho solo questo -.
La mano indic il collo. - Non so nemmeno come 
successo -. Incroci solennemente le mani sul petto, come se
stesse scegliendo la posizione finale, chiuse gli occhi poi li
riapr. - Ho trovato la tomba di mia madre e del mio fratellino
tutta coperta di erbacce. Le abbiamo pulite ben bene,
vero Lorelei?
- S, - disse Lorelei in tono vivace. - Certo che s -.
Avanz verso di lei e le sistem il cuscino sotto il capo, un
gesto superfluo che probabilmente le aveva dato una scusa
per spostarsi. - Sei stanca, - disse. L'anziana signora sorrise
debolmente. Lorelei lisci il copriletto e poi, con un gesto
brusco, violento, alz il materasso e rimbocc lenzuola e coperte,
dopodich si chin su sua zia e disse: - Sono abbastanza
tirate?
Lisa chiuse gli occhi e sorrise ancora.
Lorelei si volt verso di noi. - Mia zia deve dormire adesso,
- disse con gli occhi rivolti alla porta.
Ci segu fuori, con la gamba rigida che si muoveva svelta.
Prima di uscire, mia sorella sost per un attimo in veranda.
- Dov' la Lisa ustionata? - chiese a Lorelei.
- Da un'altra parte. Potete vedere solo quelle con vostro
padre, le altre no.
- Deve aver fatto quelle bambole qualche tempo fa, - dissi,
- prima che le cataratte le impedissero di lavorare.
Per un istante sembr che Lorelei avesse ricevuto uno
schiaffo. Poi disse: - Si, ho preso io in mano il lavoro adesso,
ma  zia Lisa che ha le idee, sa. Che d le istruzioni.
A quanto ricordo non ci fu nessuna stretta di mano, nemmeno
un saluto. Usciti dalla veranda, Inga e io avanzammo
nello strato di foglie marroni verso la nostra auto bianca a
noleggio. Aveva un'aria derelitta, li isolata in quella strada
anonima nel cuore di Blue Wing.
Inga e io non parlammo per parecchi minuti. Guardavo la
strada nera sotto l'auto in movimento, le lunghe file di cavi
telefonici davanti a me, il rosso e il giallo rimasti su alcuni alberi
che spezzavano il paesaggio piatto, e sentivo l'aria fredda
sul viso dal finestrino aperto.
Fui io a rompere il silenzio. - Una volta ho curato un paziente
che quando era stato ammesso in ospedale non parlava
con nessuno da quattro anni. Aveva minacciato la matrigna
con una pala nel garage di casa. Lei e il padre di lui l'avevano
fatto ricoverare. Nei primi mesi mi rispondeva solo
con cenni del capo. Ogni tanto, visto che era cos silenzioso,
gli leggevo qualcosa, di solito una poesia. Restava
completamente inerte, ma io sentivo che gli piaceva. La sua storia era
molto confusa. Secondo il padre, la madre era morta quando
il signor  B. aveva sette anni, di cuore malato. Andava
tutto bene, mi raccont, poi un giorno il figlio aveva smesso
di parlare. Quando accennai all'incidente del garage, il signor
B. non reag. L'avevo in cura da settimane quando glielo chiesi
di nuovo. Prese carta e penna dalla mia scrivania e scrisse:
Non ero io.
Inga non disse niente per qualche secondo. Si limit ad
annuire. -  come se Lisa fosse uscita dal proprio corpo dopo
il parto, l'avesse abbandonato. Non ha provato nessuna
emozione -. Inga si volt a guardare fuori dal finestrino.
- Era un segreto, d'accordo, custodito per anni e anni, ma
non spiega molto di pap, non trovi? - disse finalmente.
- Tranne il fatto che manteneva le promesse.
- E questo lo sapevamo gi.
- S, - dissi, - lo sapevamo gi.
Quella notte non riuscii a dormire. Bombardato da pensieri
confusi, inquieti, rimasi un paio d'ore sotto la trapunta
a fiori della mia stanza a Andrews House prima di vestirmi
e scendere le scale, attraversare l'atrio poco illuminato, e uscire
in Division Street. Poi salii in auto e mi diressi verso la
fattoria. Per fortuna c'era la luna, altrimenti avrei dovuto lasciare
i fari accesi. Mentre svoltavo nel vialetto d'accesso, mi
chiesi che cosa stessi cercando. Non c' niente da trovare qui,
tranne, forse, un'idea. La casa era chiusa. Da tempo era stata
saccheggiata di quegli oggetti ordinari che con il tempo
avevano acquisito un valore di antiquariato o modernariato.
Anche i vandali avevano fatto la loro comparsa, distruggendo
a colpi d'ascia alcuni pezzi d'arredamento. Mia
nonna era ancora viva allora, abitava a St Paul con lo zio, e
avevo visto la sua rabbia mescolarsi alle lacrime quando aveva
saputo quello che era successo. Finch era stato in grado
di farlo, mio padre tagliava l'erba e ridipingeva la casa
vuota quando lo smalto bianco si scrostava mettendo in mostra
il legno grigio. Aveva sostituito i vetri rotti e smantellato
un capanno per gli attrezzi che stava andando in pezzi. Si faceva
aiutare da mio zio per quei lavori, ma mantenere la vecchia
fattoria era la sua ossessione, e nessuno lo criticava per
questo. Ora pago le poche tasse e qualcuno che si occupi di
una manutenzione minima. Lo faccio perch mio padre
avrebbe voluto che lo facessi. Di sicuro avrebbe desiderato
di pi, sperava che i suoi insegnamenti in materia di falegnameria
sarebbero stati messi in pratica nella fattoria. Seduto
sulla soglia della cantina, rivolsi lo sguardo verso la pompa
e, poco oltre, verso la sagoma della chiesa che si stagliava
contro il cielo, e pensai alla fossa nel terreno, al neonato
senza nome, agli strani pupazzi. Ma la nascita non pu essere rappresentata
da qualcosa di inanimato - la sensazione di una
piccola testa bagnata, scura, che oppone resistenza alle dita
mentre la guidi fuori dalla vagina spalancata di una donna
finch all'improvviso la faccia si rivela, poi il fiotto di sangue
e liquido amniotico mentre il piccolo corpo si contorce
scivolandoti fra le braccia, la minuscola cassa toracica che
si solleva lottando per i primi respiri, lo strano urlo rauco,
la pinza e il taglio, poi lo strattone al cordone ombelicale per liberare
la placenta, che sbuca fuori dalle grandi labbra gonfie
in un grumo gelatinoso. Mio padre doveva sapere tutte quelle
cose dagli animali della fattoria, doveva aver capito immediatamente
che il piccolo corpo che teneva tra le braccia era
un cadavere, doveva aver sotterrato i resti del parto e poi avvolto
nel suo fazzoletto il neonato immoto. Probabilmente
lui e Lisa avevano camminato un po' prima di seppellire il
bambino vicino al bosco, dove la terra non sarebbe stata arata
o rivoltata. Per sua stessa ammissione, Lisa non aveva provato
nulla. Forse si era trascinata al suo fianco in una specie
di trance finch le era venuto in mente di fargli promettere di
mantenere il segreto, e a meno che mio padre o Lisa avessero
con s una Bibbia, cosa di cui dubito, il giuramento era
stato fatto nel nome del testo sacro. Non ha pi importanza
ora che lei  in cielo, e nemmeno per coloro che sono in terra.
Credo nella tua promessa. Il rimanente della storia apparteneva
all'imperscrutabile lascito, la stessa parola che Inga aveva
usato per i resti di Max, cio la sua arte. Mi torn in
mente il racconto di Miranda su Cut Hill. La storia contrae
il tempo. Io un uomo. Il feto redime la vita della madre.
Il presagio diventa leggenda: i guerrieri maroon sconfiggeranno
gli schiavisti britannici costringendoli a firmare un trattato,
e quel trionfo segner tutte le generazioni a venire. Dovremo
pulire il coltello. Lisa Odland aveva aspettato una vita
intera per tornare all'infanzia, e ora Lorelei recitava la
parte del revenant, la madre resuscitata per fasciare la figlia.
Sono abbastanza tirate? L'aria era fredda. Sentii una folata
di vento che arrivava da ovest e alzai il bavero. La madre del
signor B. si era tagliata le vene nella vasca da bagno. Il marito
aveva scoperto il corpo quando, da sotto la porta, era
uscita l'acqua rossa di sangue. Dopo aver chiuso il rubinetto,
il padre aveva trovato il figlio al piano di sotto, in cucina,
e gli aveva annunciato seccamente: - Tua madre  morta -.
Poi aveva chiuso il ragazzo in camera sua, dove era rimasto
per ore. Gli adulti gli avevano mentito sulla morte della
madre, anche se i problemi di cuore avevano rappresentato
un'efficace metafora per le sue sofferenze. Cos tante cose
taciute. Tutti noi abbiamo bisogno di tenere insieme i pezzi,
di puntellare i muri della nostra casa, di aggiustare e tinteggiare,
di erigere una fortezza silenziosa dove nessuno entra
o esce. Ricordai gli occhi gonfi di Sonia. Non voglio questo
mondo. Quando cominci a fare troppo freddo per stare
fermo, mi alzai e camminai per il terreno intorno alla casa.
Poi salii in macchina per proteggermi dal vento. Non so quanto
rimasi l, ma avevo la sensazione di aspettare qualcosa -
un pensiero. E poi stavo entrando in casa. La zanzariera si apriva facilmente
e mi ritrovavo nella cucina esterna. Una trave era
caduta a terra. Le pareti erano sempre pi scrostate, e scorgevo
un vecchio cavalletto davanti alla grande stufa nera.
Mentre mi voltavo lentamente verso destra, vedevo mio padre,
ma era mio padre da giovane, non da vecchio, ed era seduto
in poltrona accanto alla bacinella dell'acqua. Portava gli
occhiali neri che mi ricordavo dall'infanzia. Avanzavo verso
di lui. - Pap? - Lui si metteva a parlarmi di note a pi di
pagina, ma facevo fatica a seguire quello che diceva, e la sua
voce sembrava distante, come se provenisse da un'altra stanza,
nonostante il suo viso senza rughe fosse vicino al mio e
sembrasse stranamente ingrandito. Non aveva bombole dell'ossigeno
accanto, nessuna cicatrice sul naso provocata dal
cancro, nessun apparecchio acustico alle orecchie. La gamba
sinistra non era rigida. Poi lo vedevo invecchiare sotto i miei
occhi. Il mio vecchio padre sostituiva il giovane. Gli occhiali che indossava si trasformavano in quelli metallici che portava
nell'ultimo periodo, il volto era profondamente segnato
dalle rughe. Vedevo la sfumatura porpora sul lato destro
del naso nel punto in cui i chirurghi avevano trapiantato la
pelle dalla testa per riparare al danno dopo che avevano
asportato il tumore maligno. Sorrideva.
- Padre, - gli dicevo. - Non sei morto?
- S, - rispondeva, protendendosi verso di me fino a prendermi
le mani e stringerle. Sentivo le lunghe ossa delle sue
dita, la presa salda, e una felicit cos intensa da risultare
dolorosa. Con gli occhi che brillavano d'affetto, mi diceva:
- Erik,  cos che possiamo essere insieme ora -. Io annuivo
con forza. Le sue mani calde non lasciavano la presa. E poi
aggiungeva in tono solenne: - Ma mai di venerd.
Dal parabrezza scorsi le prime striature dell'alba all'orizzonte
e guardai l'ora sul cruscotto. Il sonno era venuto e se
ne era andato senza che me ne accorgessi. Sorpreso da quelle
ore perdute, avviai l'auto, feci retromarcia, e imboccai la
strada per Blooming Field. Il fantasma di mio padre era stato
cos vivido che continuavo a sentire la sua presenza palpitante,
e guidando mi godevo la strada silenziosa e i minuti
che mi permettevano di riprendermi. Quando superai il cartello
familiare con la scritta Blooming Field, patria di Giovenche,
Gioia e Giovent studiosa, mi ricordai delle ultime
parole del fantasma. Ora che ero sveglio mi parevano
comiche, e pensai che nei sogni manca sempre il distacco necessario
al senso dell'umorismo. Poi mi venne in mente il Venerd
santo. In quella frase era implicita la storia cristiana di
morte, sepoltura e resurrezione. Quello era il giorno in cui
mio padre non poteva farmi visita. Era invece venuto da me
la domenica mattina presto. Com' strana la mente dell'uomo,
pensai contemplando le nuvole basse, rosa e azzurre, che
coloravano il sorgere del sole sugli edifici tozzi della cittadina
ancora addormentata.
Mentre andavamo in macchina all'aeroporto, Inga disse
lentamente: - Forse hai custodito un segreto che, nella sua
gioia o nella sua pena, sentisti a te troppo caro perch potessi
parteciparlo ad altri(3).
- Cosa stai dicendo?
- Sto citando Kierkegaard, la prefazione di Enten-Eller.
Sta affrontando in termini filosofici la questione dell'esterno
e dell'interno. Ha sempre avuto il dubbio che i due potessero
essere la stessa cosa. E su questo punto ha di certo
ragione. Poi, dopo averci fatto pensare all'idea di non parlare,
inizia il secondo paragrafo dicendo che gradualmente il
senso dell'udito  diventato il suo preferito. Proprio come la
voce meglio rivela l'interiorit dell'essere umano, cos l'orecchio
la percepisce. Scrive del confessionale, in cui un divisorio
separa chi parla da chi ascolta. Secondo lui, quando non
puoi vedere il viso di qualcuno, non c' dissonanza tra vedere
e sentire, e l'ascoltatore si crea una rappresentazione immaginaria
di chi parla; il che  ovviamente ci che facciamo
quando leggiamo, ma questo non lo dice. Poi, di punto in
bianco, si mette a raccontare una storia. Nella vetrina di un
rigattiere vede un bel mobile, un secrtaire. Si trova a passare
spesso davanti a quella bottega, e a fissare quel bell'oggetto.
Dopo qualche tempo, cede e lo compra. E molto felice
del suo acquisto, il tempo passa, e un mattino, quando dovrebbe
partire per la campagna, rimane addormentato. Appena
sveglio, salta gi dal letto, prepara in fretta le sue cose
e si rende conto che ha bisogno di un po' pi di soldi con s,
quindi va dritto al cassetto del secrtaire dove tiene il denaro,
ma non riesce ad aprirlo. Il postiglione lo aspetta fuori, e
in un attacco di rabbia e frustrazione, lui prende a colpi d'accetta
l'amato mobile. In quel momento si apre uno sportello
segreto, con una nicchia piena di fogli che, si scoprir poi,
sono i manoscritti di due uomini. Ti ricordi?
- Vagamente, - dissi. In realt non ricordavo nulla, anche
se mi sembrava di aver letto almeno una parte del libro
in passato.
- Be',  tutto inventato, ovviamente. La prefazione 
scritta sotto pseudonimo, un redattore immaginario che si
chiama Victor Eremita, un divisorio tra scrittore e lettore.
- Mi stai dicendo tutto questo per un motivo preciso?
- Abbi pazienza, - disse brusca. - Ho sempre avuto la
sensazione che il secrtaire rappresenti un essere vivente, una
persona che cede i suoi segreti sotto coercizione, come il padre
di Kierkegaard, tormentato e divorato dai sensi di colpa,
prima di morire. Dopo aver rovinato il mobile, Eremita racconta
di avergli chiesto perdono e poi di essere partito per la
campagna. Cos si lascia alle spalle il mobile rotto, ferito, ma
porta con s le carte, il contenuto nascosto, la sua voce interiore.
- Tutti abbiamo dei cassetti segreti.
- Proprio cos, - disse. - E nella maggior parte dei casi
non si trovano mai. Secondo Eremita la sorte gioca un ruolo importante in queste scoperte, ed  vero.
- Stai pensando a nostro padre?
Annu. - E a Max.
- Vedi, Eremita sottolinea anche un'altra cosa. Dice che
i manoscritti di entrambi gli uomini, che lui chiama A e B,
possono essere visti come l'opera di un solo uomo. Ammette
che  astorico, improbabile e irragionevole, eppure  ci
che propone: aut aut, un dialogo interiore, o con un doppio,
due voci in una, il Seduttore e il Moralista uniti. A parte il
disvelamento ironico - di mezzo c' anche K. -  vero, mi
pare, che cerchiamo sempre una sola persona quando ce n'
pi d'una, varie voci che si contrappongono in un unico corpo.
Il tempo fa la sua parte. Abbiamo diversi s nel corso di
una vita, ma anche in contemporanea. Max era parecchie persone.
Aveva centinaia di maschere - tutti i suoi personaggi -
e in pi cambiava di giorno in giorno -. Abbass la voce.
- Una volta a Parigi, poco prima che si ammalasse gravemente,
siamo usciti da un piccolo cinematografo in rue Christine,
vicino al nostro hotel. La strada era piena di luce, e io l'ho
guardato, era grigio in volto. Ha acceso una sigaretta, si  appoggiato
al muro, mi ha fissato negli occhi e ha detto: Cercheranno
di portarci via tutto, piccola. Ma tu e io siamo pi
furbi, vero? Io mi sono messa a ridere. Sembrava l'eroe di
un noir, e avevamo appena visto uno dei film americani di
Jules Dassin. Ma lui non ha riso. Era triste, e mi ha guardato
con gli occhi grigi nel viso grigio ed era come se non fossi
sua moglie. Non ero Inga -. Mia sorella sorrise tra s.
- Come se ti vedesse per la prima volta, - dissi.
- Forse -. Inspir a fondo. - Questo non l'ho mai raccontato
a nessuno. Di sicuro non a Henry. Siamo tornati all'hotel
e abbiamo fatto l'amore. La luce del pomeriggio nella stanza
era bellissima. Dopo sono andata in bagno, e quando sono
uscita lui era seduto, ancora nudo, sul bordo del letto,
voltato verso la finestra. Aveva la testa china e le mani in
grembo. Non mi sentiva, non mi vedeva. Sono rimasta ferma
a guardarlo. Stava gesticolando. Aveva imparato il linguaggio
dei segni - non in modo perfetto, ma se la cavava -
mentre lavorava alla sceneggiatura. Lo affascinava.
- Hai capito cosa stava dicendo?
- L'ho capito solo perch era una battuta del film. E quando
Arkadi sta cercando Lili e si trova in uno strano deposito
pieno di manichini senza faccia, coperti di tutti gli abiti
che lei ha indossato nel film. In un angolo di quella stanza
enorme c' una cassettiera.
- Me lo ricordo. Apre con violenza i cassetti, li trova vuoti
e li butta a terra. Quando arriva all'ultimo, lo apre e sente
una strana voce che sussurra: Io non posso dirtelo.
- Poi Arkadi mima le stesse parole con il linguaggio dei
segni, - disse Inga.
- Max, seduto sul letto, stava dicendo a gesti: Io non
posso dirtelo.
Annu. - L'ha fatto parecchie volte.
- Quindi pensi che stesse trattenendosi dal confessarti di
Edie o di qualcos'altro, e che  questo che Edie vuole nasconderti?
Quando la guardai, Inga non si volt verso di me. - Erik,
so che a volte pensi che non arrivo mai al punto, ma ho cominciato
la mia storiella su Max con Enten-Eller per un motivo
preciso. Gli autori, - cit, - vengono a trovarsi l'uno
dentro l'altro, come in un gioco di scatole cinesi. Io sono
rimasta l sulla soglia, a guardare mio marito che ripeteva gesticolando
quelle parole, e mi sono chiesta: Quale io? Quale
te? Ce ne sono troppi.
- Ma non gliel'hai chiesto?
- Non sapeva che lo stavo guardando -. Sorrise a se stessa.
- E comunque, non avevo voglia di mostrarmi curiosa o indiscreta.
Quel giorno lui era tutto per me. Ricordo distintamente
che mi sono avvicinata a lui e gli ho messo le mani sulle
spalle. Abbiamo guardato le nuvole e i tetti dalla finestra, e
io mi sono detta: non dimenticare mai questa felicit -. La voce
di mia sorella si fece bassa, pensosa. - Non dimenticarla
perch presto svanir.
Quando entrai in casa, la domenica sera tardi, una parte
di me era ancora nella prateria con mio padre. Presi le sue
memorie ormai consunte e le sfogliai. Eravamo figli delle stagioni,
scriveva, a volte le loro vittime. Scriveva del fango in
primavera, cos profondo che gli stivali affondavano e non si
riusciva pi a camminare. Scriveva di cavallette, larve del cotone,
cornacchie, scoiattoli che attaccavano i raccolti in estate,
nevicate che rendevano inagibili le strade in inverno. Scriveva
di come si prepara la birra di Natale e scriveva dei goliardici
festeggiamenti che accompagnavano la prima notte
di nozze, e di quadriglie e spighe d'orzo che si appiccicavano
ai vestiti e si attaccavano alla pelle, e delle bidonville dopo
la Depressione, con i vagabondi e i fal, ma io cercavo di
pi, qualcosa di pi delle descrizioni di uno stile di vita ormai
scomparso, qualcosa di pi della storia di Lisa e della sua
bambina morta. Cercavo un sentiero che mi conducesse dentro
un uomo.
Mio padre era gentile .Molte persone sono gentili, ma spesso solo verso un gruppo selezionato di persone. La gentilezza di mio padre
non aveva confini. Gli estranei la coglievano e si affezionavano
a lui. Coloro che lo conoscevano bene la davano per scontata,
e ovviamente qualcuno sfruttava la sua natura generosa. Era anche
un uomo impregnato di folklore regionale, e tramandava tutti
i racconti che aveva sentito nella sua vita. Anche i suoi amici
pi intimi erano narratori, ma lui sopravvisse a tutti, e non fu mai
eguagliato. Con l'et cominci a lamentarsi del fatto che i vicini
che aveva conosciuto erano ormai dispersi, e una volta disse che
uno dei mali pi sottovalutati del mondo era la solitudine.
Mio padre avrebbe potuto scrivere lo stesso di s. Forse,
senza saperlo, stava scrivendo di s.
- Sei innamorato della donna che sta al piano di sotto, -
mi disse Laura in tono indignato.
- Pensavo che non fossi interessata a qualcosa di serio, -
borbottai dall'altro lato del letto.
- Erik, qualunque cosa ci sia tra noi,  qualcosa di importante
per entrambi, o almeno cos mi pareva -. Laura si drizz
a sedere e mi guard, lo sguardo acceso dalla passione. - Santo
Dio, lo facciamo di mestiere. Parliamo... un po' di sincerit
non pu che far bene -. La sua voce si addolc. - Senti,
non so dove stiamo andando, ma penso di non voler andare
da nessuna parte con te se su di noi incombe qualche oggetto
della fantasia.
Mi raddrizzai lentamente. Laura aveva incrociato le braccia
sul seno nudo, come per nasconderlo ora che la nostra
conversazione aveva assunto un tono minaccioso. Guardai la
curva del suo ventre e i ricci dei peli pubici, la presi tra le
braccia e le baciai il collo, ma lei si ritrasse.
- Allora?
Quando la guardai negli occhi, capii subito che non volevo
perderla, e glielo dissi, ma i commenti che avevo fatto poco
prima su Miranda erano stati pi rivelatori di quello che
avevo immaginato, e invece di fermarmi da lei come mi capitava
spesso, uscii nella notte fredda e m'incamminai verso
casa.
Quando aprii la porta alla signora W., notai che sembrava
pi tesa e legnosa del solito. Dopo essersi accomodata, mi
disse con voce distaccata: - Sa, ho visto la sua fotografia all'inaugurazione
di una mostra.
- Una mostra? - dissi, colto di sorpresa.
- La mostra fotografica a Chelsea. Jeffrey Lane.
Mi sentii respirare profondamente appena compresi appieno
quelle parole. Era adesso. Novembre.
- Ne deduco che l'artista  un suo paziente.
Fui costretto a dirle che non avevo visto la mostra e che
Jeffrey Lane non era un mio paziente. Aggiunsi che qualsiasi
fotografia fosse stata esposta, era stata scattata senza il
mio consenso.
La signora W. si drizz sulla sedia. - Mi sono chiesta se
tutto questo parlare, parlare, parlare serva a qualcosa, sa.
- Le  venuto in mente guardando le foto?
- Lei sembrava cos diverso, - esclam.
 difficile descrivere il senso di perdita che provai in quel
momento. Era come se fossi stato derubato di qualcosa che
mi era molto caro, e senza nemmeno aver visto l'immagine,
o le immagini, mi sentii avvampare dall'umiliazione. Rimasi
in silenzio per almeno mezzo minuto, cercando di trovare
una reazione sincera, che non facesse deragliare il nostro lavoro.
Alla fine dissi: - Pare che una o pi immagini di me
siano state usate in un modo che probabilmente non mi piacer,
ma noi dovremmo parlare di ci che lei prova e del perch
la foto l'ha colpita a tal punto da farle dubitare della terapia
in generale.
La voce della signora W. aveva il timbro nitido, meccanico,
di una registrazione. - Io non la conosco. Lei se ne sta li
seduto e ascolta.
Spiegai che ero in svantaggio perch non avevo visto la
foto.
- Sembrava infuriato, - disse, poi, a voce pi bassa: - Squilibrato.
In quel momento capii. L'idea di perdere il controllo, della
pazzia, terrorizzava la signora W. La madre era stata agorafobica
e per mesi avevamo parlato della sua paura delle sensazioni
erotiche, dell'attrazione e della rabbia che provava
nei confronti di suo padre e di me, del suo terrore di crollare,
e ora aveva visto un'immagine che incarnava le sue
paure. Quando la seduta termin, la guardai uscire dalla stanza.
Camminava come se indossasse un'armatura. Appoggiai
la testa sulla scrivania e mi sforzai di respingere le lacrime
che si stavano formando nei miei occhi. Se non avessi avuto
un altro paziente, di sicuro mi sarei messo a singhiozzare.
Quando tornai a casa, trovai una lettera e un disegno di
Miranda. Li aveva infilati sotto la porta, proprio come faceva
Eggy quando mi portava i suoi piccoli oggetti mesi prima
per attirare la mia attenzione.
Caro Erik,
stamattina ho visto la mostra di Jeff. L'inaugurazione era ieri sera,
ma non ci sono andata perch ero sicura che mi sarei vista in qualche
immagine, e con tanta gente intorno sarebbe stato troppo. Jeff
 stato cos misterioso sul grande evento che avevo smesso di parlarne
con lui. Ci sono molte foto di Eggy e me. Quasi tutte innocue. Alcune
sono imbarazzanti per me, ma ce n' una di te che probabilmente
ti offender. Ho provato a chiamarlo tutto il giorno, ma non risponde.
Gli ho lasciato dei messaggi. La strategia migliore sarebbe ignorarlo,
ma volevo farti sapere che mi sento in colpa e che mi dispiace
averti coinvolto in tutta questa storia. Eglantine e io siamo dai miei
genitori per il fine settimana. Chiama quando vuoi.
Con affetto
Miranda
Il disegno era a inchiostro e matita colorata. Nella parte
superiore dell'immagine, due piccole figure, una donna e una
bambina, davano le spalle allo spettatore, su una strada che
sembrava la nostra - una fila di edifici in arenaria rossa
tipici di Brooklyn, lampioni a gas, macchine parcheggiate e un
idrante. Quella sezione dell'immagine era in bianco e nero
con qualche grigio, e mi fece pensare a una fotografia. Senza
nessuno stacco, la scena incolore passava a un miscuglio
di verde scuro, blu e marrone rossiccio. Osservando pi attentamente,
vidi una parata di mostri nerofumo con nasi giganteschi
o minuscoli, bocche assenti o spalancate, orecchie
a sventola, occhi sporgenti e zanne bestiali. Un demone stringeva
un fallo enorme. Un altro aveva una coda pelosa. Un altro
ancora sembrava sanguinare dal retto. Quei corpi grotteschi
diventavano misteriosamente i comignoli di strane case
che si ergevano ad angolature impossibili, parte di un'altra
strada che occupava la parte bassa della pagina, coloratissima.
Piante lussureggianti cariche di frutti bizzarri ricadevano
su porte, finestre e gradini. La donna e la bambina ricomparivano,
questa volta lievemente pi grandi ma di profilo,
una di fronte all'altra, sedute sui gradini rosa di una delle case.
La bambina aveva le ali.
Il sabato pomeriggio entrai nella galleria con indosso un
vecchio berretto da baseball e una sciarpa, in un tentativo
indubbiamente ridicolo di camuffare la mia identit. Gettai
un rapido sguardo alle pareti e vidi con sollievo che l non
si notavano immagini che mi ritraessero. La mostra si intitolava
Le vite di Jeff: finzioni multiple o escursioni nel DDI. Nella
galleria c'erano varie sale, e nonostante l'impazienza di trovare
ci che riguardava me, decisi di avanzare in modo sistematico,
e cominciai dalla prima sala. Le immagini iniziali non
erano immagini: quattro rettangoli vuoti sotto cui spiccava
la scritta Nessuna documentazione dei nonni. Le due opere che
seguivano erano grandi foto in bianco e nero di circa sessanta
centimetri per centoventi. Sembravano vecchie istantanee
ingrandite in modo eccessivo, perch erano molto sgranate.
Una giovane donna con indosso una camicia da notte leggera
dormiva sdraiata su un fianco, con il viso rivolto verso l'obiettivo.
Aveva il trucco scuro sbavato sotto gli occhi, e intorno
a lei, sparpagliate sulla coperta appallottolata, c'erano
varie boccette aperte di medicinali. Prime documentazioni della
madre, era scritto sotto l'immagine. Sotto c'era la foto di
un uomo in giacca e cravatta che avanzava a testa bassa verso
un'auto. La didascalia diceva: Prime documentazioni del
padre. La serie Prime documentazioni di me mostrava Lane a
circa sette anni, seduto per terra con un soldatino in mano.
Sembrava che fosse stato colto di sorpresa dal fotografo, che
avesse appena voltato la testa e alzato gli occhi. Nonostante
fosse sfocata, l'immagine coglieva bene la fronte corrugata,
la mascella serrata e lo sguardo ostile. Quella grande foto in
bianco e nero era circondata da immagini a colori di dimensioni
normali, tutte di Lane da piccolo, dal contenuto banale
ma in qualche modo affascinante. Un neonato grasso, un
marmocchio sorridente, un ragazzino che brandiva una mazza
da baseball, che faceva la lingua al fotografo, che indossava
una maschera di gomma da mostro, che spegneva le candeline
su una torta. Sullo schermo di un televisore scorreva
un filmino amatoriale. Il bambino, che doveva avere tre anni,
stava aprendo un pacchetto. Poco prima che il regalo venisse
mostrato, lo schermo diventava nero e il film ricominciava.
Sulla parete opposta c'era una sentenza di divorzio tutta
sgualcita, del 1976, sovrapposta alle bocche di due persone
in cui riconobbi i genitori di Lane, che a loro volta erano sovrapposti
a una fotografia gigante, cos sfocata che le due figure
sembravano ombre. Quando entrai nella sala attigua,
per prima cosa vidi una foto a colori gigantesca che era stata
sottoposta a un effetto di distorsione digitale. Era Lane in
guisa di dipinto di Francis Bacon, ma in colori neon, il mento
allungato a dismisura fino a formare una punta aguzza, la
bocca un tratto ondulato che mimava un urlo. Nella didascalia
si leggeva: La rottura.
Due grosse fotografie erano appese su ciascuno dei tre muri
adiacenti. Mi ci volle un po' per rendermi conto che erano
identiche: un elegante ritratto in bianco e nero di Lane
adulto, evidentemente scattato in studio con luci e attrezzature
sofisticate. Sembrava una stella del cinema. Soltanto le
didascalie cambiavano: Studente modello, Tossico, Amante,
Maniaco, Paziente, Padre. Sullo schermo veniva proiettata di
continuo una scena classica di incidente, tratta da qualche
film di Hollywood che non riconobbi. Un'auto arrivava sul
bordo di una scogliera, precipitava e si incendiava, e a quel
punto la sequenza si ripeteva a ritroso: la macchina smetteva
di ardere, si levava in aria e atterrava di nuovo sul precipizio,
solo per precipitare nuovamente e rimettere in scena
la propria distruzione. Montato sotto lo schermo c'era un articolo
di giornale con la notizia della morte dei genitori di
Lane in un incidente.
Entrai in quella che si rivel essere l'ultima sala. Le didascalie
che avevo appena letto erano ripetute, questa volta in
grosse lettere nere scritte direttamente su quelli che a prima
vista sembravano collages sulla parete - lunghi rettangoli sottili
formati da tante immagini. Superai Studente modello e
Tossico, ma mi fermai a guardare Amante quando vidi Miranda.
C'erano immagini di lei sia a colori che in bianco e nero,
di qualit e dimensioni varie, ma in tutte c'era Miranda:
una Miranda pi giovane con i capelli lunghi raccolti in minuscole
trecce. Miranda che mangiava, dormiva, camminava.
Miranda che disegnava a un tavolo e in piedi in mezzo a
una stanza, che rideva. Mentre continuavo a guardare, cominciai
a percepire la natura invasiva di quel progetto: Miranda
che piangeva, Miranda arrabbiata che mostrava il pugno
all'obiettivo, Miranda che ballava in un locale notturno,
Miranda che leggeva un libro, Miranda su un'altalena, Miranda
in camicia da notte, stanca, Miranda incinta che mostrava
la pancia che cominciava a crescere, Miranda che si
svegliava in un grande letto. Il posto accanto a lei era vuoto,
ma dalle lenzuola e dal cuscino si vedeva che qualcuno ci aveva
dormito. Quelle foto mi rattristarono. Stavo osservando
la documentazione di una vera storia d'amore. Erano immagini
intime di una Miranda che non conoscevo, che era stata
legata dalla passione a quello strano fotografo. In fondo al
rettangolo c'erano venti o trenta immagini del letto vuoto.
Pensavo che fossero tutte uguali, ma guardando pi da vicino,
vidi che le lenzuola erano disposte in modo diverso.
Quando lei usciva al mattino, lui fotografava il letto vuoto.
Nella serie Maniaco non trovai me stesso ma un vuoto nel
posto che avrei dovuto occupare, un ritaglio bianco che camminava
con Miranda ed Eglantine verso il parco, che andava
in studio, che di mattina raccoglieva il giornale sulla soglia.
C'era anche una serie di foto prese dall'alto mentre giravo la
chiave nella toppa, ma non si vedeva altro che il contorno del
mio corpo assente. Ricordai il fruscio dell'otturatore e mi resi
conto che probabilmente Lane era nascosto sul tetto. Vidi
varie immagini della casa, con il numero civico oscurato, primi
piani delle foto che aveva lasciato sui gradini, la nostra cassetta
delle lettere, il segno rosso che aveva dipinto sull'albero
e Miranda aveva pulito, l'immagine inquietante di Miranda
con gli occhi cancellati e molte foto di Miranda ed Eggy
senza di me. Alcune delle stampe avevano una didascalia. Ricordo
di aver letto Ex fidanzata, Figlia e Fidanzato strizzacervelli
omesso. Ma non ero ancora arrivato all'immagine che aveva
turbato la signora W. e spinto Miranda a scrivermi.
Quando arrivai alla sezione Padre, la notai subito. Era una
fotografia venti per venticinque, mescolata ad altre immagini
con la didascalia Lo strizzacervelli perde la testa. Ma sulle
prime ebbi qualche dubbio su chi fosse la persona che stavo
guardando: la rabbia mi aveva distorto il viso a tal punto che
ero quasi irriconoscibile. Come un cane rabbioso, avevo gli
occhi fuori dalle orbite e i denti che luccicavano. Indossavo
solo una lisa giacca del pigiama sbottonata fino alla vita e un
paio di boxer. Sull'attaccatura dei capelli spiccava un ciuffo
ribelle, il pomo di Adamo era ben visibile, e le lunghe gambe
nude e le ginocchia ossute mandavano un bagliore pallido
nella luce fioca, quasi irreale. Nella mano destra abbassata,
stringevo il martello che avevo recuperato in fretta dal guardaroba.
Osservando meglio, notai che l'immagine sembrava
scattata all'esterno invece che sulle scale di casa. Si vedeva la
sagoma indistinta delle auto parcheggiate, il marciapiede,
la strada. Lane aveva alterato lo sfondo. La signora W. era
stata mortificata non solo dalla mia espressione vendicativa
e dallo spettacolo del suo analista privato di ogni dignit, ma
anche dal fatto che sembrava che avessi fatto quella scenata,
seminudo e con un martello in mano, in mezzo alla strada.
Accanto c'era un'immagine di Lane con un grosso livido in
fronte. Potevo averglielo procurato io? No, pensai, sembrava
stare bene quando se ne era andato. Vicino alla mia immagine
c'era una foto del padre di Lane, una di George
Bush, le Torri Gemelle, il corridoio di un ospedale e alcune
immagini della guerra in Iraq. Ma non rimasi a studiarle.
Indietreggiai, all'improvviso nauseato, e uscii frastornato
nella luce vivida della Venticinquesima Strada, dove, temendo
di svenire, rimasi accovacciato a testa bassa per un momento.
Padri.
Quando mi sentii pi stabile, mi incamminai a est verso
la metropolitana. Lane aveva calcolato il rischio che correva.
Non ero un esperto in legge, ma sentivo di avere tutti gli
estremi per fargli causa. Eppure, doveva essersi convinto che
non avrei intentato azioni legali. Quella sera avevo mentito
alla polizia. L'avevo spinto contro lo specchio. Far causa sarebbe
stato costoso, e avrebbe peggiorato le cose se fosse girata
la voce. Mentre camminavo, immaginai altri pazienti e
colleghi che ridevano davanti a quella foto. Lo sapeva, pensai.
L'ha fatto apposta. Voleva umiliarmi e ci era riuscito. Mi
sentivo lacerato dalla vergogna. Ricordai l'invito alla mostra,
l'uso dell'acronimo DDI, la risata quando avevo sollevato la
mia ventiquattrore, le mie mani sulla sua schiena, la sua testa
che colpiva lo specchio. La confusione offusc il tragitto
verso casa. Non riuscivo a capire cosa volesse dire Lane con
quelle immagini. Perch mi aveva rimosso da quasi tutte?
Era il suo modo di augurarsi che io svanissi? Miranda aveva
consigliato di ignorarlo, ma quando pensai alla signora W.
e ai miei altri pazienti, quell'eventualit mi parve intollerabile.
Lasciai un messaggio ad Allan Dickerson, il mio avvocato.
Forse la semplice minaccia dell'azione legale sarebbe bastata
a far togliere l'immagine offensiva. Chiamai Magda e
le spiegai l'accaduto. Avevo bisogno di consultarmi con lei
sulla signora W. Avevo bisogno di consigli. - Forse ti serve
anche qualche consiglio su di te, - concluse con calma.
Entro la fine della settimana successiva, Al era riuscito a
far mettere un quadrato nero sul viso di Strzzacervelli perde
la testa. Poich negli Stati Uniti fotografare le persone per
strada  consentito dalla legge, Lane aveva cambiato lo sfondo
per creare l'illusione che l'istantanea fosse stata scattata
in uno spazio pubblico piuttosto che privato. Nonostante si
trattasse della mia parola contro quella di Lane, la galleria accett
il compromesso.
Ma l'immagine continu a vivere nella mente della signora
W. oltre che nella mia. La mia paziente si era fissata su
quella foto, e i suoi significati si moltiplicavano. Le avevo
spiegato le circostanze, che lei aveva accettato mostrandomi
la sua comprensione, ma quella mia immagine umiliante era
per lei un'aggressione, uno specchio distorto della persona
pazza, violenta, che sentiva di avere dentro. Le mie interpretazioni
fallivano di continuo. Mi ero convinto che, a un certo
livello, stavo proteggendo me stesso.
- Mia madre detestava qualsiasi forma di bruttezza. Vasi
brutti, tappeti brutti, mobili brutti e volgari...
Ascoltai in silenzio quella digressione.
- Le piacevano le cose belle, eleganti.
Non intervenni. Mi limitavo ad ascoltare, e lei continuava
a parlare. Non ero annoiato, ma mi sentivo di cattivo umore,
e lo attribuivo alle divagazioni della signora W., che pass
da sua madre a me, a un collega irritabile, a una pila di documenti
che doveva passare in rassegna, al clima, che era
freddo, e di nuovo alla fotografia.
Si alz, and alla finestra e guard fuori. Pensai per un
momento a Lane, alla fotografia. Furia nascosta resa visibile.
- La salute non  una fuga nella sanit mentale; la salute
ammette la disintegrazione Tutti noi andiamo in pezzi con
i nostri pazienti di tanto in tanto.
Mi rivolsi alla sua schiena: - A volte guardare in uno specchio
pu far paura.
Si gir e disse: - Ho fatto un sogno. Non so perch, ma
non volevo raccontarglielo, per dopo quello che mi ha detto
ho deciso di farlo.
Le feci un cenno di incoraggiamento. La signora W. non
ricordava quasi mai i sogni.
- Ero nella vecchia casa dei miei genitori. Il pavimento era
unto, cosa insolita. Camminavo aspettandomi di trovare i miei
genitori, ma era vuota, abbandonata, poi, tutt'a un tratto, vedevo
lei, seduto in poltrona -. Fece una pausa. - Nudo. Io
avevo un martello in mano, e cominciavo a colpirla in testa.
Ero cos arrabbiata, molto pi di quanto lo sia mai stata da
sveglia. La tempestavo di colpi, come una pazza.
Annotai la parola pazza e sentii una fitta di terrore.
- Ma, - si volt, - il suo cranio era morbido, cedevole, e
quando lo colpivo non sanguinava n niente, ma riprendeva
la stessa forma di prima Fece un'altra pausa. - Lei era calmo,
come adesso.
Provai una profonda sensazione di sollievo. Mi sembrava
di essere stato risparmiato.
La signora W. protese le braccia, palmi al cielo. I suoi occhi
castani avevano perso la loro consueta opacit.
- Ha preso il martello dalla foto, - dissi, - per usarlo contro
di me.
- Quale martello?
- Quello nell'immagine di cui continuiamo a parlare.
- Non ho visto un martello. Sicuro che ci fosse?
- S.
La signora W. rimase in silenzio. - Qualche tempo fa ho
letto un articolo sulla percezione inconscia. A volte non sappiamo
nemmeno di vedere qualcosa, e invece  cos -. Il timbro
della sua voce era cambiato. Adesso era pi caldo e pi
basso.
-  successo qualcosa, - dissi.
La signora W. sorrise. Si appoggi allo schienale e si protese
verso di me. - Perch mi sento cos? Mi sento viva, per
qualche motivo. Mi viene da ridere.
- Continui.
Ridacchi. - Dev'essere il martello. Immagino che da
qualche parte, a casa sua, lei abbia un martello vero che usa
per mettere i chiodi alle pareti. L'artista pazzo si  introdotto
in casa sua e le ha scattato la foto quando lei ha cercato di
difendersi. La foto era in una mostra che ho visto per caso.
Ho odiato quell'immagine, soprattutto il suo viso, ma non
l'ho guardata a lungo, e non l'ho visto, il martello. Per  ricomparso
in sogno. Non so perch, ma sembra un martello
magico.
- E dopo aver sognato che lo usava per spaccarmi la testa
e io non morivo e nemmeno mi facevo male, il martello  tornato
qui in questa stanza sotto forma di parola nel sogno che
mi ha raccontato.
La signora W. stava ancora sorridendo. - Reincarnazione,
- disse.
Quella parola mi attravers con un fremito.
Quando la seduta termin, rimasi seduto e guardai fuori.
Il panorama cupo dei palazzi monotoni, ingrigiti da anni di
sporco metropolitano, aveva assunto un'aria vagamente sconosciuta
che mi sorprese. Da una finestra velata vidi una donna
alzarsi dalla sedia, protendersi sulla scrivania, prendere
quella che probabilmente era la sua borsetta e marciare verso
la porta. Successe tutto nel giro di pochi secondi ma, mentre
guardavo la sua falcata decisa, provai un brivido di timore
reverenziale. Le cose pi semplici, pensai, non sono affatto
semplici.
Quella domenica, quando ci incontrammo all'Odeon per
cenare insieme, Inga mi inform con un sorriso che stava
riordinando il proprio passato e che voleva il mio aiuto.
Ero bravo a mettere ordine nel passato degli altri, dissi. Per
me, era solo l'ennesima giornata in studio, ma appena pronunciai
quella frase, il tono scherzoso di mia sorella si fece
enfatico. Era tempo di verit, decisioni, confronto. Voleva
che l'accompagnassi a un incontro il gioved seguente, con
Edie, Henry e la giornalista dai capelli rossi che a seconda
dei momenti chiamavamo la Burger qualcosa, Cheese
Burger o Burger e patatine. Io sarei stato una specie di
grande roccia dietro cui Inga avrebbe potuto rifugiarsi se il
vento avesse soffiato troppo forte. - Ho paura di quelle lettere,
ma cosa posso farci? - disse. - Se Joel  davvero il figlio
di Max, gli spetta qualcosa dell'eredit del padre -. L'incontro
era imminente perch Sonia aveva accettato il test del
DNA. I risultati erano attesi per il mercoled seguente. Inga
credeva che la figlia avesse smesso di opporre resistenza per
una sola ragione: si era innamorata. - Finalmente, - disse Inga.
- Sai, adesso  disordinatissima, trascura paurosamente
l'igiene. E successo tutto gradualmente. Per un paio d'anni
ho avuto la sensazione che pian piano, ma in modo costante,
avesse abbassato un po' la guardia, ma da quando l'undici
settembre ha avuto quella crisi si  lasciata andare del tutto.
Lascia il letto sfatto, butta i vestiti a terra quando torna a casa.
Trovo cenere e cosmetici per terra.  meraviglioso -. Mia
sorella sorrise. Lo spasimante di Sonia era un suo compagno
allampanato che frequentava l'ultimo anno di college, di padre
francese e madre americana. - Ha un sacco di capelli, -
mi disse Inga. - A parte questo, non so dirti un granch di
lui. Scrive canzoni. Sonia ha detto che l'avrebbe portato da
noi stasera per fartelo conoscere. Potrebbero essere gi a casa.
Mia sorella si protese verso di me. - La mia vita  cambiata,
Erik. Di giorno non  dura. Lavoro. Leggo. E di sera
che faccio pi fatica. Guardo vecchi film, ma spesso non riesco
a concentrarmi. Anche quando Sonia veniva a casa tardi
o restava nella sua stanza, anche quando non mi parlava, era
diverso. C'era. Dovevo fare la madre. Adoro fare la madre.
Senza Sonia a casa, mi smarrisco. Mi vengono in mente brutti
pensieri. Max che muore, pap che muore. Vedo la bambina
di Lisa nella terra. Immagino che Sonia abbia un incidente,
che muoia, o che tu ti ammali di cancro come Max.
Immagino di farti compagnia in ospedale. Immagino il funerale
di mamma, poi il mio. Ovviamente nessuno partecipa al
mio. Vengo dimenticata. Nessuno legge i miei libri. Sono fuori
catalogo -. Il viso espressivo di Inga assunse un'aria tragica.
- Da ragazza, ogni tanto avevo all'improvviso il pensiero
o la visione di una persona a me cara che si trasformava
in un mostro. Per un attimo vedevo quel volto orribile. Mi 
successo di nuovo qualche volta -. Inga aveva alzato la voce.
Guardai i nostri vicini di tavolo. Non ci stavano ascoltando.
-  come se non potessi scacciare quei pensieri. Quando sono
molto stanca, sfiancata da tutte quelle idee assurde, a volte
sento la voce di Max.  cattiva, oppure stanca o neutrale -.
Tir su rumorosamente col naso e si mise una mano sulla bocca.
- Non  mai gentile -. Alla parola gentile la sua voce si incrin
in un piccolo gemito.
Mi ritrovai a sorridere.
Ne parve ferita. - Pensi che io sia un'idiota.
- Solo un poco, - dissi.
Fiss il suo decaffeinato, alz il mento e mi sorrise. - Non
 buffo, - disse, - che mi senta molto meglio ora che mi hai
dato dell'idiota? Andiamo a vedere se Sonia e il suo Romeo
sono a casa.
Quando il misterioso groviglio di braccia e gambe sul divano
si sciolse, ne emersero mia nipote e il suo amato, un ragazzo
lungo lungo con occhi sinceri e una gran massa di capelli
scuri, che mi strinse la mano con fare deciso - buon segno,
pensai. Sonia mi abbracci, e quando abbassai lo sguardo
sul suo viso, ebbi la strana impressione che fosse ringiovanita,
che la bocca e le guance morbide avessero la tenerezza
di quelle di un neonato. Mi resi conto che era emersa
dall'adolescenza ed era diventata pi rotonda, che gli angoli
acuti e i bordi taglienti di quell'amaro periodo della vita erano
ormai svaniti.
Era rossa in viso, radiosa, quando parl alla madre. - Ho
raccontato tutto a Ren, quindi non devi preoccuparti, ma
la signora Hamburger  stata qui pi o meno un'ora fa. Era
fuori di testa. Forse ubriaca. Non so, si  messa a parlare di
una barbona che l'ha presa a ombrellate. La citt non  sicura!
- Sonia imit la voce della donna. - Poi mi ha detto
di dirti che Edie ha venduto le lettere.
Inga strinse le mani davanti a s. - A chi?
Guardai Ren che prendeva la mano di Sonia e la stringeva
nella sua.
- Gliel'ho chiesto, - disse Sonia, - ma si  rifiutata di dirmelo.
Non so nemmeno se lo sa. Non capisco cosa vuole. Perch
le importa tanto?
Inga scroll il capo. - Non lo so. Non l'ho mai capito.
-  una cosa personale, - dissi.
Sonia mi guard. -  una parola cos strana, personale. Mi
sono chiesta spesso cosa esiste di impersonale.
In taxi, mentre tornavo a Brooklyn, pensai alle parole di
Sonia e al viso di mia sorella quando l'avevo salutata. Inga
sembrava calma, ma la sua pelle era diventata bianca, come
spenta.
Verso le sette di luned sera, Eggy buss alla mia porta.
Portava un passamontagna, con i buchi per gli occhi e la bocca.
Mi guard muovendo le labbra. Non riuscivo a sentire
quello che diceva, quindi le chiesi di ripetere.
- Sono venuta in missione, - sussurr.
- Tua madre lo sa?
Eggy annu. Avevo lasciato un messaggio a Miranda ringraziandola
per la lettera e il disegno e raccontandole del compromesso
con la galleria. Lei mi aveva richiamato e aveva lasciato un
messaggio dicendo che ne era felice, ma non ci eravamo
parlati. Cominciai a sperare che venisse su a recuperare
la figlia.
Eggy attravers la stanza a lunghe falcate con il piede teso,
tenendo le mani intrecciate dietro la schiena. Poi si
ferm, guard da una parte e dall'altra come se stesse attraversando
la strada, e mi mostr cosa teneva nascosto: un
grosso gomitolo di spago bianco. Mi prese la mano, mi port
verso il divano e mi fece sedere pian piano. Mentre guardavo,
prese a disfare il gomitolo. Quando ebbe tirato qualche
metro di spago, lo leg a un'estremit del tavolino, poi intorno
a una sedia e infine alle gambe del divano, commentando:
Mmm, cos va benissimo, Ottimo spago e Eccellente.
And avanti cos per un po'. Non riuscivo a vederla
in viso, ma notai che il suo sguardo malizioso si faceva
pi assorto. Quando lo spago termin, il risultato era una
grossa ragnatela che collegava ogni mobile della stanza, e anch'io
facevo parte della sua opera, perch Eggy mi aveva legato
mani e piedi al tavolino. Poi fece scivolare la maschera
all'indietro sulla testa, strisci sotto lo spago, e si sedette
vicino a me sul divano.
- Era questa la mia missione, - disse. - Legare tutto insieme.
- Vedo, e mi sembra che ti sia anche divertita.
Eggy era seduta immobile. - Cos nessuna cosa  staccata
dalle altre cose.  tutto legato.
-  tutto legato, - ripetei.
Eggy sollev un pezzo di spago dietro il collo, si lasci
sprofondare sul divano, emise un gran sospiro rumoroso e
strizz gli occhi. - Come fai a sapere tante cose dei bambini
se non ce li hai?
- Una volta ero un bambino, sai, molto tempo fa.
- Quando facevi la pip a letto.
- Si, mi  successo per un po', poi  passato.
- Ma eri un bambino cattivone e piscione e pasticcione
Percepivo l'eccitazione nella sua voce, e mi chiedevo come
reagire quando all'improvviso mi trovai di fronte Miranda,
e mi ricordai che avevo lasciato la porta aperta.
- Oh Dio, - disse. - L'hai fatto ancora.
- Il dottor Erik ha detto che va bene cos. Gli piace, -
cinguett Eggy.
Miranda scroll il capo, ma stava sorridendo. - Dovrai disfarlo.
Non puoi tenere il dottor Erik legato per sempre.
- No, non ancora, ti prego, ti prego, mammina, lasciamolo
cos per un po', ti prego.
Dissi a Eglantine che avremmo lasciato la sua opera d'arte
intatta per un paio di giorni, ma siccome l'indomani mi
toccava andare al lavoro, doveva slegarmi. Quella soluzione
parve accontentarla, e appena l'accett, Miranda mi aiut a
liberarmi dai miei ceppi. Mentre tirava il groviglio di fili, mi
sfior la caviglia. Il suo tocco mi rese assurdamente felice,
ma in quel momento pensai a Laura e mi ricordai che avevo
promesso di chiamarla il giorno dopo. Il mio tumulto interiore
cominciava a sembrare ridicolo anche a me.
Siccome in soggiorno non c'era posto per sedersi, andai
di sopra in biblioteca e lessi per parecchie ore. Dopo aver finito
un articolo scritto male su Science, avevo preso dagli
scaffali uno dei libri di Winnicott, Bambini, e l'avevo aperto
in un punto in cui parlava del suo lavoro da pediatra, del
fatto che gli piaceva curare i corpi dei bambini, e che visitare
le persone fisicamente pu essere importante per il loro
benessere mentale. La gente ha bisogno di essere vista. Ricordo
quella frase, non solo perch mi sembrava verissima,
ma perch l'avevo appena letta quando udii qualcuno sulle
scale.
Pensai a Lane, ma sapevo che la porta principale era chiusa
a chiave, e anche la botola del tetto. Per rabbrividii ugualmente
mentre ascoltavo i passi felpati che salivano le scale.
Scoprii che era Miranda. Stava sulla soglia, e mi guardava.
Era la sua seconda apparizione della serata, ma questa volta
indossava un accappatoio bianco, e scorsi la pelle nuda appena
sopra il seno. Entr nella stanza, si sedette su una poltrona
davanti a me e disse: - C' una cosa che vorrei raccontarti.
Forse perch la nascondo da tanto tempo e per qualche motivo
a te non voglio nasconderla.
- Bene, - dissi, senza reprimere la sorpresa nella mia voce.
- Ti ricordi di mio zio Richard? Ti ho parlato di lui una
volta.
- S,  morto.
Miranda annu e si fece pensosa. - Era una persona gentile,
molto timida. Ogni tanto, parlando, esitava, ma aveva
un buon senso dell'umorismo ed era molto intelligente. Mio
padre diceva sempre: Richard ha testa per i numeri. La
mia sorellina Alice una volta ha chiesto a pap se potevamo
vedere i numeri nella testa di zio Richard. I genitori di mio
padre erano morti entrambi, e noi ragazze eravamo tutte molto
vicine a Richard, per ero io che gli facevo i disegni, e lui
li prendeva molto seriamente e li commentava. Una volta ne
incornici uno e lo appese al muro - un ritratto che gli avevo
fatto quando avevo nove anni. Ricordo di aver lavorato
molto sui vestiti, perch erano bellissimi, camicie eleganti dai
colori tenui. Ogni tanto andava a Miami e tornava a casa con
dei regali per noi. Una volta mi port un libro di disegni di
Degas. Quel regalo mi fece sentire pi grande e importante
che mai. Il 7 maggio 1981, avevo undici anni e mezzo -. Miranda
si strinse le braccia intorno al corpo e abbass la voce.
- Squill il telefono. Mio padre rispose, e disse solo: Richard,
con una voce terribile. Il suo corpo era stato trovato
quel mattino a West Kingston. L'avevano picchiato e pugnalato.
Fu svolta un'indagine, ma non ne venne fuori niente.
La polizia non arrest nessuno -. Miranda prese fiato, un
respiro lungo e fremente,'e prosegu: - Al funerale di Richard
c'era un tizio americano, nessuno lo conosceva. Era un bell'uomo,
alto, e ricordo che guardando com'era vestito pensai
che doveva essere ricco. Mi si avvicin e disse: Miranda,
ero un amico di tuo zio Dick. Mi ha detto che sei una ragazzina
dotata di gran talento. Io avrei voluto parlare con
lui pi a lungo, ma mio padre si avvicin e, senza mostrarsi
troppo scortese, annu all'uomo e mi port via. Pap non croll
al funerale, successe dopo. Quella notte, lo sentii con mamma
nella stanza accanto. Disse: Non si sa nemmeno cosa
succede nella propria famiglia. Poi si mise a singhiozzare.
- Quando avevo tredici anni, tornai in Giamaica per il funerale
della mia prozia Yvonne, e c'era un ragazzo pi grande
di me, Freddy, forse un parente, che per non conoscevo.
Gli dissi qualcosa su zia Yvonne che era morta vecchia e
zio Richard che era morto giovane, e che  molto pi triste
morire quando si  giovani. Lui mi guard, e all'improvviso
la sua faccia divenne brutta. Disse una sola parola: Ricchione.
Scrollai il capo.
-  un modo offensivo per chiamare i gay.  una cosa che
mi ha sconvolto, Erik. Cio, non ci avevo mai pensato, trattandosi
di mio zio. Gli dissi che non era vero. E poi Freddy
aggiunse qualcos'altro -. Miranda stava quasi bisbigliando.
- Mi disse che zio Richard ci aveva provato con un ragazzo
che conosceva, uno giovane. Io non posso crederci... - Le
scese una lacrima sulla guancia, e l'asciug subito. - Non sapevamo
chi fosse. Aveva dovuto nascondersi.
- La sua omosessualit aveva qualcosa a che vedere con la
sua morte?
Miranda si sfreg le braccia con le mani. - Non so. Gli
hanno preso i soldi ma non il portafoglio. Mio padre non riesce
a parlarne. Ci ho provato un paio di volte, ma non vuole
saperne. La vergogna  troppo grande. Pap  un uomo
molto liberale, ma  come se non riuscisse ad affrontare la
cosa, non ce la fa.
- A volte credo che mi abbia reso... l'omicidio, intendo,
cio ho l'impressione che non riuscir mai a superarlo. Ci sono
giorni in cui non ci penso, poi torna. Immagino il suo terrore
quando lo inseguono, lo immagino che sanguina e muore
in strada. Ma c' anche il segreto che lo circonda. In Giamaica
avere una relazione con una persona dello stesso sesso
 contro la legge, e c' un terribile odio -. Miranda alz lo
sguardo su di me. - Sai, avrei sempre voluto essere un maschio,
il figlio che mio padre non ha avuto. Giocando con le
mie sorelle facevo sempre la parte del maschio, imitavo il modo
in cui i ragazzi camminano, quella falcata sicura, sai, e
quella maniera di parlare da duri, poi per un paio di anni ho
pensato che magari ero anch'io come zio Richard. A volte mi
sembrava di provare qualcosa per le ragazze -. Fece una pausa.
- Con il passare del tempo quella sensazione  svanita,
ma per un po' mi ha davvero tormentata. In questi giorni ho
pensato di disegnare qualcosa su questo tema, fare ricerca,
creare una serie. Mi piacerebbe rintracciare l'uomo di Miami.
Mi piacerebbe che Eglantine sapesse, sapesse di Richard.
I miei genitori trovano gi il mio lavoro abbastanza sconvolgente,
perci ne rimarrebbero feriti, sono sicura.
- Vuoi che sia io a darti il permesso?
- Forse s.
- Non sta a me, - dissi a bassa voce.
- So che la foto nella mostra ti ha turbato.
- S. Mi sono sentito sfruttato, e una delle mie pazienti
l'ha vista ed  rimasta sconvolta.
- Jeff voleva che ti dicessi che l'ha usata come immagine
del padre pericoloso, non di te. Mi ha detto: Spiegagli che 
solo transfert, e che sono i padri che fanno le guerre. Gli interessano
le esplosioni, la rabbia. Quella foto era una violazione
della tua privacy, ma era potente, e capisco perch Jeff l'ha
voluta nella mostra. Ogni tanto io mi arrabbio sul serio. Qualche
volta  come un fuoco dentro di me, e mi aiuta quando
sto disegnando, mi aiuta ad andare avanti e a non aver paura
di quello che sto facendo. Il padre di Jeff era un tipo iroso.
Gridava e sbatteva i pugni sul tavolo. Da piccolo Jeff aveva
una paura tremenda di lui. Anche suo padre era un medico.
Un cardiologo con un brutto carattere. Jeff non sa nemmeno
perch i suoi fossero insieme su quella macchina. Erano divorziati
da un sacco di tempo. Cerc di scoprirlo, ma sembrava
che nessuno ne sapesse niente, e Jeff non era in buoni rapporti
n con il padre n con la madre. A volte pensa che il padre
abbia provocato l'incidente apposta, ma non ci sono prove.
- Volevi che sapessi tutto questo? - dissi.
Miranda mi guard negli occhi. - So che ti sembrer stupido,
ma penso che sia stato lo spago, vederti legato con tutto
quello spago. Ti sei lasciato legare e non hai fermato Eggy,
poi avevi un'aria cos buffa e seria quando sono entrata in
casa tua, l seduto nella ragnatela, come se non stesse succedendo
niente di strano.
-  stato il fatto di avermi visto legato a spingerti a salire
da me per raccontarmi queste cose?
- Be', lo so che non ha senso, ma  cos.
Miranda aveva rannicchiato le gambe sotto di s sulla poltrona,
e sembrava pi giovane del solito. Mi resi conto che
non si era mai aperta cos tanto con me, e questo la rendeva
vulnerabile.
- Be', - dissi, - Eggy sta cercando di riparare qualcosa di
rotto legando tutto insieme. Forse tu volevi legare le cose insieme
con me.
- Ho visto come mi guardi. So che ti piaccio, ma qualche
volta mi sono chiesta se sono davvero io a piacerti.
Trovavo difficile guardarla.
- Jeff  cos geloso, e non volevo approfittare dei tuoi sentimenti,
anche se sono attratta da te. Ma stasera volevo che
sapessi qualcosa in pi di me -. Fece una pausa. - Mi sento
al sicuro con te. Sei una persona buona.
Sicuro e buono sembravano un'eco di docile. Miranda si
alz e avanz verso di me, si sedette sul divano e appoggi
la testa sulla mia spalla. Io la cinsi con un braccio, la tirai verso
di me e rimanemmo seduti a lungo senza dire una parola.
Capivo che Miranda mi aveva offerto la storia dello zio Richard
come un dono. Con quella narrazione non voleva spiegare
suo zio, ma se stessa. Forse hai custodito un segreto che,
nella sua gioia o nella sua pena, sentisti a te troppo caro perch
potessi parteciparlo ad altri. L'omicidio era diventato un muro
che divideva la sua vita in un prima e un dopo, e immaginavo
che la sua infanzia fosse rimasta dall'altra parte. La vergogna,
per quanto ingiustificata, aveva offuscato la purezza
del dolore della famiglia, lasciando una ferita in tutti, soprattutto
nel padre. Gli interessano le esplosioni, la rabbia. Sono
morti sul colpo. Forse le morti violente nelle loro vite avevano
unito Miranda e Lane. Aveva detto che era stato lo spago,
il vedermi tutto legato, che le aveva fatto venire voglia
di parlarmi. Raccontando stabiliamo sempre dei nessi tra le
cose. Vogliamo un mondo coerente, non frammentario.
Poi Miranda si volt verso di me, mi appoggi una guancia
sul petto e disse: - Sai,  difficile fare sempre la madre,
prendersi cura di tutto. Anche al lavoro a volte mi sento
cos. Chiedi a Miranda. Lo far Miranda. La brava, affidabile,
efficiente Miranda. Anche Jeff ha sempre bisogno di attenzioni.
A volte vorrei che qualcuno si prendesse cura di me, almeno
un poco -. Sentii qualche lacrima attraverso la camicia.
Le accarezzai la testa e la schiena, sentii tra le dita i suoi
capelli crespi, la piccola protuberanza di ogni vertebra della
spina dorsale sotto la spugna bianca, e provai un piacere
erotico sommesso. Dopotutto stavo recitando la parte della madre,
non dell'amante. Finalmente avevo raggiunto quello che
Laura chiamava il mio oggetto della fantasia, una donna
che avevo desiderato per mesi, solo per ritrovarmi tra le braccia
una bambina. In quel momento cominci a piovere. Ascoltammo
le gocce che colpivano le finestre e picchiettavano sul
lucernario un piano sopra di noi, e mi venne in mente Lane
che correva sui tetti. Quando le passioni di due persone si incontrano
 davvero un miracolo, pensai. Spesso sfrecciano in
direzioni inaspettate e non c' modo di star loro dietro.
Non so per quanto tempo tenni Miranda tra le braccia, o
che ora fosse quando mi lasci e scese a casa sua. Doveva essere
pi o meno l'una. Ma so che quando mi diede un ultimo
abbraccio aveva smesso di piovere.
Al mattino mi svegliai con un'erezione e i frammenti confusi,
inquietanti di un sogno su una strana donna in dshabill,
i seni nudi drappeggiati in un groviglio di spaghetti molli
che avevano misteriosamente invaso la mia cucina - senza
dubbio una traduzione dello spago / cordone ombelicale di
Eggy. Fu solo quando emersi da quello stato liminale, intontito,
che mi ricordai di Miranda da me, in accappatoio bianco,
che mi raccontava la storia dell'omicidio dello zio Richard
e trovava un po' di conforto tra le mie braccia. Durante la
giornata, mentre ascoltavo i miei pazienti, il ricordo della sua
voce fece capolino varie volte. Facevo il maschio. La brava,
affidabile, efficiente Miranda. Mi ha detto di spiegarti che  solo transfert. Immaginai anche un uomo a terra, pesto e sanguinante,
e mi chiesi come fosse West Kingston, perch la
strada che immaginavo non apparteneva a nessun luogo reale.
Quel giorno venne a trovarmi il signor T. Dopo due settimane
in ospedale, adesso era paziente esterno alla Payne
Whitney. Mi fece piacere vederlo pi magro e coerente, ora
che non gli veniva pi somministrata l'olanzapina. Evidentemente
la nuova cura - carbamazepina, risperidone, un dosaggio
basso di litio, il bupropione come antidepressivo e zolpidem
per dormire - era servita.
- Ci sono scarti e sbalzi, - mi disse. - Ma va meglio, nessun
contorto, distorto pensiero di morte, quasi nessuna
voce, e mai forti, solo rumore di fondo, distanti non incombenti.
Ma il dottor Odin non parla molto. Annuisce, scarabocchia,
borbotta. Allora ho pensato di venire da lei.
- La sua assicurazione copre le spese?
Scroll il capo. - Non lo so.
- Potremmo trovare un accordo, in base alla capacit contributiva.
Il signor T. si sfreg forte le mani. Aveva le unghie sporchissime,
e un'espressione dolce in viso. - Herz und Herz, -
disse. - Zu schwer befunden. Schwerer werden. Leichter sein.
- Cos'?
- Paul Celan. Cuore e cuore. Se creduti troppo pesanti.
Pi pesanti diventano. Pi leggeri sono. Traduzione mia.
Si  buttato nella Senna.
- Era un poeta, come lei.
Il signor T. sorrise. - Gi, - disse, - come me.
Pi tardi, quel pomeriggio, mentre andavo verso la metropolitana,
ripensai allo zio Richard. A volte credo che mi abbia
reso... l'omicidio, intendo. Pensai al signor T., a suo padre
e a suo nonno e a mio padre e a mio nonno, e alle generazioni
precedenti che occupano lo spazio mentale dentro di noi
e ai silenzi in quell'antico territorio in cui gli spettri vagano
o parlano a voce cos bassa che non riusciamo a sentire cosa
dicono.
Anche se Eglantine e io la sera dopo avevamo smantellato
l'installazione di spago, Miranda non era venuta su da me
a prendere la figlia. L'aveva chiamata, e la bambina, dopo
qualche minuto di indugi, era scesa. La mia serata con Miranda
aveva riconfigurato quel vago paese che chiamiamo futuro,
un luogo popolato esclusivamente da paure e desideri.
Jeffrey Lane aveva intuito uno dei miei desideri con una rapidit
sinistra, prima ancora di aver avuto modo di parlarmi.
Io avevo sperato di conquistare Miranda e portarla insieme
a Eggy nel regno della felicit familiare. Ma cominciavo a capire
che quella donna non poteva essere conquistata n da
me n da nessun altro. Era venuta da me con la sua confessione
e il desiderio che qualcuno si prendesse cura di lei almeno
un poco, ma c'erano molte resistenze nel suo carattere,
e una spinta all'indipendenza tale che non avrebbe concesso
a nessuno di raccontare la sua storia al posto suo.
-  vero, - disse Sonia a voce bassa, decisa. - Pap si 
scopato quella donna e mi ha dato un fratello. Non capisco
perch mamma  cos calma, sembra un robot. La verit 
quella che , continua a dire. Come se non lo capissi. Lo capisco.
Semplicemente non mi piace. Vorrebbe che andassi a
quell'incontro con Henry, Edie e l'Hamburger.
Mentre parlava, la luce grigia dalla vetrina del ristorante
greco su Church Street le illumin il viso. Gli occhi e l'espressione
sprezzante che aveva in quel momento si sono impressi
nella mia mente con insolita precisione. Anche se ero stato
preparato all'eventualit che Max avesse un altro figlio, il
fatto accertato mi turb, e quello choc  sicuramente all'origine
della persistenza di quel ricordo. - Qualunque cosa tu
decida, - dissi. - Sono felice che me ne parli.
Pensai a Joel, che non avevo mai visto, un ragazzino che
avrebbe dovuto lottare con un padre trasformato in una pila
di libri e quattro film. Mi chiesi se avesse visto la sua giovane
madre nella parte di Lili, occhi vivaci e bel sorriso, la
silfide sfuggente della fantasia di un uomo che stava invecchiando.
Joel si sarebbe perso tra quelle narrazioni? Avrebbe
trovato un posto al mondo come figlio di Max Blaustein
e sarebbe riuscito ad andare avanti?
- Ma perch pap non poteva essere fedele alla mamma e
basta? - La voce di Sonia si incrin sulla parola fedele, ponendo
fine alle mie fantasticherie.
Scrollai il capo. - L'unica cosa che so  che ti voleva bene.
A quel punto si protese di nuovo verso di me e disse: - 
strano, sai, mio padre  morto eppure non voglio condividerlo con nessuno. Voglio essere la sua unica figlia.
- Joel non lo ha mai conosciuto, - dissi.
Sonia si guard le mani. - Sai che non ho mai letto nessuno
dei libri di pap?
- Hai tutto il tempo.
- Finora ho avuto paura di farlo.
- Perch?
- Forse perch volevo tenerlo al sicuro come padre. Forse non
volevo essere nella sua testa, sapere cosa conteneva.
Avevo paura di rimanere bruciata, che il mondo sarebbe crollato,
che il mondo in cui speravo sarebbe crollato.  tutto
sparito ormai.  sparito da tanto tempo.
- Dall'undici settembre?
- No, da quando ho visto pap con lei. Non  morto nessuno,
solo l'illusione del padre perfetto -. Sonia si sporse in
avanti e mise le mani sul tavolo. - Di notte era sempre la stessa
cosa: la gente che precipitava. E poi svegliarsi con le urla
nelle orecchie, non riuscire a respirare n a parlare.
- Ora va meglio?
-  finita. Ho gli incubi ogni tanto, ma non faccio pi
quel sogno. Spero che non torni mai pi.
- E adesso sei innamorata.
Sonia alz lo sguardo e arross. - Non mi era mai successo.
 tutto nuovo.
- Le cose nuove sono belle.
- S, - disse. - Anche i libri di pap sono nuovi. Finalmente
ho iniziato a leggerli.
Dopo varie conversazioni telefoniche lunghe e tortuose
che ci fecero entrare e uscire da svariate speranze, debolezze
e illusioni, Laura e io concordammo di non interrompere
quel che c'era tra noi, qualunque cosa fosse. Per festeggiare
la nostra innominata ma significativa relazione, mi prepar
una cena che, dall'aspetto della sua cucina, doveva averle portato
via tutto il giorno, se non di pi. Quando le versai il vino
e ci sedemmo a mangiare, indossava ancora il grembiule
sul vestito aderente nero. Stavo per assaggiare il primo, spaghettini
con capesante, prezzemolo e peperoncino, quando
guardai Laura seduta davanti a me e vidi che mi fissava con
un'espressione serissima, in attesa di un verdetto. Chiss perch,
quella sua aspettativa mi parve commovente in modo
quasi insostenibile, e rimasi li con la forchetta a mezz'aria tra
il piatto e la bocca.
- Cosa c'? - disse. - Non ti piacciono le capesante?
- No, - dissi. -  il tuo aspetto.
- Be', che cos'ha?
- Hai un aspetto generoso.
Laura alz le sopracciglia e rise. - Che razza di complimento
? Dovresti dire a una donna che  bella o sexy, non
generosa. Generosa fa venire in mente grassa.
Non lasciai che la sua risata mi sviasse. - Io ammiro molto
la generosit, - dissi.
Laura si protese verso di me, con un'espressione tenera negli
occhi castani. - Grazie, Erik, - disse con voce calda. - Adesso
mangia la tua pasta, che si raffredda.
Mangiammo la pasta e poi il vitello e poi l'insalata di rucola
bevendo vino e ridendo, e per tutto il tempo prestai molta
attenzione al suo viso animato, generoso, e mi parve di vederlo
per la prima volta.
Inga aveva preso una suite al Tribeca Grand per quello
che definiva il raduno dei mercanti di lettere. Voleva un
luogo neutrale ma intimo. Sia Henry che la Burger avevano
firmato delle dichiarazioni vincolanti dal punto di vista legale
secondo cui non avrebbero divulgato nulla di ci che sarebbe
stato detto nella stanza. Senza dubbio la loro curiosit
era tale che avrebbero partecipato all'incontro nonostante il
divieto. Sonia aveva accettato l'invito controvoglia, e io avevo
confermato il mio ruolo di guardia del corpo e osservatore
benintenzionato. Nelle ore che precedettero quella bizzarra
tavola rotonda, mi accorsi di provare un'ansia crescente,
accompagnata dall'ormai familiare sensazione di affanno.
Non vedevo Edie Bly dai tempi in cui faceva l'attrice, ma
Burton aveva ragione: bench fosse ancora carina, il suo viso
era stato toccato dalla durezza. Una nuova severit aveva
reso pi spigolosi i suoi tratti un tempo morbidi, soprattutto
il mento e il naso. L'agente immobiliare ex alcolista, tuttora
fumatrice e bevitrice di caff, indossava l'uniforme in
nero totale da newyorkese trendy, un maglione e un paio di
pantaloni che sottolineavano il seno e i fianchi stretti. Emanava
una nuvola invisibile di un profumo speziato che mi ricord
una dottoressa di Bombay con cui ero andato a letto
due volte, anni prima, durante il mio internato, un'associazione
erotica che, per quanto irrazionale, influenz la mia
opinione di lei. Inga aveva disposto in cerchio intorno a un
tavolo tutte le sedie disponibili. Edie si sedette accanto a
me e si mise subito a dondolare la gamba destra. Capii che non
era cosciente di quel tic, e quel dettaglio mi intener.
- Fa freddo l fuori, - disse, a nessuno in particolare, e
non ricevette risposta.
Henry, imperscrutabile, arriv, salut tutti educatamente
e si sedette accanto a Inga, che, con mio grande sollievo,
sembrava altrettanto a suo agio. La Burger entr subito dopo,
fasciata in un cappotto e in una serie di sciarpe da cui si
liber lentamente nel giro di parecchi minuti e, dopo che mi
fu presentata, prese posto sull'unica sedia vuota che rimaneva.
L'avevo vista una sola volta, sulle scale, quando il suo sorriso
mi aveva raggelato, e forse una seconda volta, di schiena.
Ma a parte i capelli rossi e una strana prudenza nella sua
andatura, era irriconoscibile. Dopo tutto quel che avevo sentito
su di lei, dovevo essermi immaginato una donna pi eccessiva
in ogni aspetto - pi capelli, pi carne, pi cattiveria.
La persona seduta davanti a me sembrava invece del tutto
ordinaria: il viso rotondo con gli occhi piccoli e il naso
piatto era innocuo quanto il corpo di media corporatura, avvolto
in un maglione largo e in una gonna lunga.
Inga incroci le mani in grembo e cominci a parlare con
un tono professionale che mi ricord per un momento nostro
padre. - Penso che dovremmo dar voce alle nostre divergenze
e trovare un modo per andare avanti. Ora non c' dubbio
che Max sia, o piuttosto fosse, il padre di Joel, e come ho gi
detto a Edie e Sonia, so che Max non avrebbe voluto che
ignorassi suo figlio. Sarebbe irragionevole. Joel verr mantenuto
e avr parte nell'eredit letteraria del padre, ma non 
questo il motivo per cui siamo qui.
Sonia sedeva immobile, fissando il pavimento.
- Siamo qui per discutere delle lettere, - prosegu Inga.
- Ho delle domande per tutti voi. Prima di tutto, Edie, cosa
ti ha spinta a vendere quelle lettere senza consultarmi
quando mi ero gi offerta di comprarle? Sai che sono io l'unica
ad avere il diritto di renderle pubbliche -. A quel punto
si volt verso Hamburger. - Per quanto riguarda lei, Linda,
il motivo per cui continua a tormentarmi mi  del tutto
incomprensibile.
Quando ebbe pronunciato il nome della donna, mi resi
conto che non riuscivo a ricordare il suo cognome, nonostante
il fatto che Inga dovesse averlo ripetuto durante la presentazione.
Era sepolto sotto gli infiniti riferimenti scherzosi al
panino americano.
- Perch le interessano tanto le lettere d'amore di mio marito
o il suo passato? - prosegui Inga. - Gliene frega qualcosa
alla stampa della vita degli scrittori? Gliene frega qualcosa
della letteratura? Qui non siamo a Londra. Persino io capisco
che qui non c' nessuna grande storia. Se devo essere sincera,
per me  sconcertante. Perch si  data tanto da fare?
Sotto lo sguardo diretto di Inga, la rossa sorrise, e in quel
momento la riconobbi: era lo stesso sorriso nervoso, imbarazzato,
che avevo visto sulle scale.
Inga si volt verso Henry e disse con calma: - Volevo che
fossi qui perch ci tieni davvero tanto a Max. Voglio dire,
quel che succeder alle sue opere, alle sue lettere, qualunque
cosa contengano, be', riguarda anche lui. Sonia lo sa perch
 qui. Ci sono stati troppi segreti tra noi.
Inga si volt verso Edie e attese. Il silenzio che segu era
carico di emotivit, come se ognuno dei presenti emanasse
un materiale viscoso che galleggiava nell'aria. Mi chiesi se
fosse il caso di dire qualcosa, ma decisi di tacere.
Alla fine Edie parl: - Avevo il diritto di vendere quelle
lettere a chiunque. Lo sapete tutti. Pensate che sia facile crescere
un figlio da sola? Joel ha problemi di lettura. Faccio i
compiti con lui ogni sera, per ore. Quando vado a dormire
sono cos stanca che non riesco a credere di dovermi alzare
il mattino dopo. Non me,ne frega un cazzo della letteratura
di Henry -. Pronunci quella parola con un accento britannico
snob, come per sottolineare che lei, a differenza di tutti
noi, era consumata dai problemi della vita vera, non da insulse
elucubrazioni letterarie.
- Ma io intendevo comprarle, - disse Inga, - e aiutarvi
entrambi. Te l'avevo detto.
- Pensi che non abbia un briciolo di orgoglio? - disse
Edie, con la mascella serrata.
Inga si appoggi allo schienale e apr la bocca, incredula.
- E tu pensi che il mio orgoglio non sia stato ferito? - Mantenne
quell'espressione sconcertata per un altro secondo, poi
disse: - Forse  questo il problema. Max si  gettato ai tuoi
piedi e tu l'hai rifiutato, mentre io lo volevo tanto. L'ho sempre
voluto -. La voce di Inga si incrin.
- Non stavo bene allora. Adesso sono pulita... ho trovato
me stessa.
- Chiss poi che vuol dire, - la interruppe Sonia. - Sento
quella frase in continuazione. Come se ci fossero dei se
stessi sparpagliati qua e l, che aspettano di essere raccolti.
Edie la ignor.
Mentre ascoltavo, mi resi conto che, con i suoi clich,
Edie Bly era in svantaggio. Non sapeva veramente quel che
stava dicendo. Orgoglio era una parola in codice per il suo
bisogno di essere vista e compresa, e l'espressione trita ho
trovato me stessa l'aveva aiutata a lasciarsi alle spalle la sua
identit soggetta alle dipendenze per abbracciare quella sobria.
Nonostante fossi preoccupato per Inga, provai compassione
per l'ex attrice con il suo profumo forte. Quando era
arrabbiata, Inga diventava non meno ma pi eloquente, e l'avevo
sentita sbraitare paragrafi di ingiurie perfettamente articolati
in difesa di un'idea o una persona che le stavano particolarmente
a cuore. Notai con sollievo che si era zittita.
- Chi ha comprato le lettere, Edie? - chiese Henry con voce
pacata e un'espressione apparentemente imperturbabile.
- Non lo so, - disse lei.
- Non lo sa! - ripet la Burger, quasi gridando. - Ma 
pazza?
- Era quello l'accordo, niente nomi. Il tizio ha pagato in
contanti.
Per la prima volta, Henry parve turbato. Fiss Edie. - Che
idiota, - disse. - Quelle lettere fanno parte di un lascito letterario.
Appartengono alla posterit, a tutti noi...
- Sono in mano a uno sconosciuto, - disse Inga in tono
solenne. - Edie, in quelle lettere c' qualcosa che dovremmo
sapere.
In quel momento mi venne in mente Max in una camera
d'albergo piena di luce, un'immagine mentale che avevo visualizzato
quando Inga mi aveva raccontato la storia di quel
giorno a Parigi, dopo che erano andati al cinema. Vidi le sue
dita muoversi: Io non posso dirtelo.
Edie aveva un'espressione tesa. - Devo fumare, - annunci,
e con mano tremante estrasse dalla borsa un pacchetto
di sigarette, ne sfil una e la accese. - Max ha spedito quelle
lettere a me, a me, - ripet, alzando la voce.
- Lo so, - disse Inga con calma. - Lo so, e volendo avresti
potuto bruciarle, farle a pezzi o cancellare le parti che non
volevi far leggere a nessuno - sarebbe stata tua facolt farlo.
Vedi, Edie, dobbiamo arrivare a intenderci, perch mia figlia
e tuo figlio sono fratelli. Tu hai venduto le lettere a una
persona anonima che potrebbe farci molte cose, e penso che
sarebbe giusto se tu mi dicessi, se tu dicessi a tutti noi, se
quelle lettere contengono qualcosa che un giorno potrebbe
ferire Joel o Sonia.
Il labbro inferiore di Sonia cominci a tremare, la bocca
si contrasse, le lacrime presero a cadere, e sentii che un suono
le si spezzava in gola.
Mi protesi verso di lei, misi una mano sulla sua, e la accarezzai
per un momento.
Senza nessun preavviso, Linda esplose: - Pensa di essere
perfetta, vero? - disse, sporgendosi verso Inga, il volto all'improvviso
animato. - Ma si guardi, recita la parte della madre
nobile per strappare informazioni a Edie. E disgustoso. La
belloccia laureata, che scrive libri pretenziosi per dimostrare
quant' intelligente, quant' speciale e superiore: la signora
Perfettini, con la figlia perfetta e la casa perfetta a Tribeca,
vedova del Defunto Grande Eroe Di Culto Max Blaustein.
Sapevo che avrei trovato del marcio su di lei. Volevo
che scendesse dal piedistallo. Vuole sapere perch mi sono
data tanto da fare? Ecco perch mi sono data tanto da fare
Il discorso era stato pronunciato a denti stretti, con un ringhio
inconfondibile sulle ultime parole.
Mia sorella apr la bocca, poi si port una mano al petto,
come se l'attacco verbale l'avesse colpita fisicamente.
- Non si ricorda di me, vero? - prosegu Linda.
Inga rimase a bocca aperta. Con voce flebile disse:
- Ricordarmi di lei?
- Studiavamo alla Columbia. Conoscevo il suo amico
Peter.
- Peter? - disse Inga. - Conosceva Peter?
- Facevo giornalismo, - disse. - E lei era a filosofia, -
sibil con disgusto. - Ci siamo visti tre volte per un caff,
con Peter. Tre volte. Avrei anche potuto non esserci. Voi due stavate
blaterando di Husserl. Io ho detto qualcosa sull'argomento
e lei si  messa a ridere.
Gli occhi della donna non abbandonarono Inga.
- Mi dispiace, - disse Inga. Si protese in avanti. - Mi dispiace
terribilmente.
- Mamma non ride delle persone, - disse Sonia. - Ride
molto, ma non delle persone. Non si ricorda di tutte le persone
che incontra. E se c' una cosa che posso dire di lei, 
che non rovista nella spazzatura degli altri.
Inga riusc a fatica a pronunciare quella parola:
- Spazzatura?
- Perch non racconta a mia madre una cosa che non le
ho mai detto, che l'ho vista che rovistava nella nostra
spazzatura? Era l, - disse Sonia puntando il dito in
direzione di Linda, - con il sacco aperto, che frugava tra gusci d'uovo e
fondi di caff, e pescava carte e lettere.
Linda non reag. Rimase seduta con le labbra serrate.
Inga si strinse il corpo con le braccia -  orribile essere
dimenticati e ignorati. Anche a me  successo -. Sembrava
confusa, e allung entrambe le braccia verso Linda, dicendo:
- Si  spinta troppo in l, vero?
Henry si intromise. - Direi di s Si volt verso Edie,
che stava ancora piagnucolando.
- Erano mie! - disse Edie prima che Henry potesse parlare.
- Ve l'ho gi detto! Le ha spedite a me! E poi, all'improvviso,
tutti le vogliono -. Le lacrime le scorrevano sulle
guance. Ansim. - Sette stupide lettere. Cos importanti.
Molto pi importanti di me, Cristo santo. O di Joel, o
di qualunque altra persona. Solo un po' di parole vomitate
su qualche pagina. Tutta questa situazione mi sembra disgustosa.
-  cos che la pensi su mio padre? - url Sonia, poi si
alz, si protese verso Edie e cominci a sventolare le mani in
aria. - Non te ne fregava niente di lui, vero? - A quel punto
Inga si alz, si avvicin alla figlia e l'afferr per un braccio.
Sonia rivolse il viso infuriato verso la madre. Edie si mise
a singhiozzare ancora pi rumorosamente, ed Henry si appoggi
allo schienale. Sembrava sinceramente scosso.
- Va bene, - dissi alzando la voce. - Penso... - ma prima
che potessi proseguire, Henry ansim, e alle mie spalle sentii
la porta che si apriva sbattendo contro la parete. Colto di
sorpresa, mi voltai. Una donnona scarmigliata con un rossetto
rosa vivace e il fard sul gran viso carnoso avanzava svelta
verso di noi. Indossava un gigantesco cappotto grigio, spesse
calze verdi coperte solo da un paio di pantofole, e un berretto
bianco e rosso con il pon-pon che copriva parzialmente
quella che pareva una parrucca bionda e ricciuta. Reggeva
due grossi sacchetti di Macy's e un ombrello, e negli occhi
aveva un lampo di follia.
- Dorothy! - disse Henry. - Che diavolo ci fai qui?
Linda alz le mani. -  lei! - url. -  lei che mi ha colpito!
Edie alz la testa e, sorpresa, sgran gli occhi scuriti dal
mascara sbavato e dall'eyeliner sciolto. - Io l'ho gi vista, -
disse. - L'ho incontrata da qualche parte.
Dorothy sollev uno dei sacchetti ed esclam, con voce
chiara, profonda. - Eccole.
Tutt'a un tratto capii chi era, ma fu Inga a dirlo: - Burton?
Era proprio Burton, la pellelucida di sudore e bisognosa
di una rasatura. Il travestimento non era affatto ben riuscito.
Mentre lo fissavo a bocca aperta, mi chiesi come chiunque
avesse potuto scambiarlo per una donna, eppure un attimo
prima non lo avevo riconosciuto. Si tolse il cappotto in
un unico gesto e poi, con uno svolazzo, si sfil parrucca e berretto.
Ma aveva ancora il trucco, che gli dava un'aria da
clown. Forse se n'era dimenticato, oppure quel cerone macabro
non gli importava. Da una delle borse estrasse una busta
gialla e la porse a Inga, che era rimasta seduta.
-  accaduto, - disse a Inga, chinandosi verso di lei per
parlarle, con l'orlo del vestito azzurro che le sfiorava i polpacci,
- che mi si sia presentata un'opportunit sotto forma
di eredit, e mi sono chiesto cosa potessi trarre di positivo
da questa nuova condizione economica, a parte il personale
godimento del maggiore agio che posso permettermi ora che
sono, diciamo, piuttosto ben fornito, e mi  parso di poter
rimediare a quel gioved sera di molti anni fa, quando... -
Burton fece un profondo respiro, - quando mi sono umiliato
in tua presenza.
Inga alz una mano verso il viso imbellettato di Burton e
lo accarezz. - Non dire cos. Non importa. Non  mai importato.
- Aprila, - disse, poi, con una voce eccitata che non gli
avevo mai sentito, esclam: - Le ho comprate. Le lettere. Sono
tue. E il mio dono... la mia espiazione.
Inga abbass lo sguardo sulla busta sottile che aveva in
grembo. La rivolt. - Ho paura di leggerle -. Fece una smorfia
e disse: -  una paura ben fondata?
- Temo di non essere nella posizione di rispondere alla
tua domanda, - rispose Burton. - Ignoro il contenuto delle
lettere.
Il mio amico, il detective amatoriale travestito da donna,
aveva spiato, indagato, pedinato, origliato e ingannato, ma
il suo codice d'onore gli aveva impedito di leggere le lettere
per procurarsi le quali aveva speso una somma ragguardevole.
Quando si volt verso di me, mi indicai la tasca della giacca
e poi le guance e la bocca per incoraggiarlo a pulire quello che riusciva delle chiazze rosa, ormai umide e luccicanti,
che aveva in viso. Obbediente, estrasse l'onnipresente fazzoletto
e cominci a sfregarselo sulle guance e sulla bocca.
Con le mani che le tremavano, Inga sfil dalla busta le sette
lettere. Tolse la prima, la guard e sul suo viso comparve
un'espressione sbigottita. Da dove ero seduto, vedevo la minuscola
calligrafia di Max. Ne estrasse una seconda e una terza,
gettando uno sguardo svelto in cima a ogni foglio, e continu
finch non le ebbe controllate tutte. Inspir a fondo e
si rivolse a Edie: - Sono indirizzate a Lili, non a te.
- Be', io sono Lili, - disse Edie. - O quantomeno lo sono
stata.
Henry rimase a bocca aperta per la sorpresa. - Sette lettere
al suo personaggio. Sette, - disse. - Ci sono sette scene
con Lili all'inizio del film e ogni volta lei  diversa. Gli hai
mai chiesto perch scriveva a Lili e non a te?
Edie sgran gli occhi. - No, - disse scrollando il capo.
- Sono tutte diverse. Cio,  come se stesse scrivendo a persone
diverse.
Henry scroll il capo. - Furbo come un diavolo.
- Sette incarnazioni, - dissi.
- Allora  quello il gran segreto con cui mi ha ingannata? -
abbai Linda rivolgendosi a Edie. - Il grande scoop  che Blaustein
scriveva lettere a qualcuno che non esiste nemmeno?
Sonia guard me e poi la madre. Quando parl la sua voce
era stranamente rauca. - Mi diceva sempre che li sentiva
parlare, i suoi personaggi. Continuano anche quando il libro
 finito, diceva. Come se non avesse voluto che le storie finissero.
Voleva continuare a scriverle. Forse sperava che lo
mantenessero in vita.
Henry fu il primo ad andarsene. Quando abbracci Inga,
notai che lei si ritraeva subito dalla sua stretta. Inga diede
la mano a Linda e si scus di nuovo, al che la donna recuper
i suoi numerosi strati di abbigliamento e si precipit fuori dalla
porta. Inga, Edie e Sonia uscirono insieme. - Noi tre andiamo
a casa a parlare, - mi disse Inga. - Ho fissato la stanza
fino a domani. Voi due potete restare a bere qualcosa.
E cos Burton e io ordinammo uno scotch e prendemmo
posto in due morbide poltrone uno accanto all'altro. Il mio
compagno grassoccio in abito da donna e pantofole non suscit
alcun interesse nel cameriere, che ci serv con fare formale
ma annoiato, come per farci capire che aveva cose ben
pi importanti a cui pensare, probabilmente la sua carriera
d'attore. Fu allora che Burton mi raccont delle innumerevoli
ore che aveva trascorso nelle strade travestito da Dorothy,
la sua seconda identit, una senzatetto che aveva battezzato
con il nome della ragazzina del Kansas che viaggia fino
a Oz. Aveva pensato di dare al suo alter ego il nome di un
altro personaggio di Baum, la principessa che inizialmente
viene presentata ai lettori come un ragazzo, Tip, ma poi si
rivela essere Ozma, principessa di Oz, trasformata in maschio
da un incantesimo. Mentre parlavamo, mi resi conto
che il mio amico racchiudeva in s interi territori di cui non
avevo mai saputo nulla. Non pensava pi a Dorothy come a
un travestimento, mi disse, ma come a un aspetto di se stesso,
folle e femminile, che era venuto alla luce. - C' un piacere
delizioso, persistente, che si pu trarre dal farneticare,
Erik, da un discorso folle che sgorga da chiss dove. Probabilmente
i miei aspetti maniacali, una volta repressi, vengono
liberati in un'oratoria di irragionevole sontuosit, sfoggiata
con chiunque mi capiti a tiro. Erik, non sai quanto ho
goduto del mio seno finto e del didietro preponderante, della
mia femminilit grassa, enorme, disinibita, che vagava per
le strade. Ho goduto persino del suo dolore. Oh s, la lugubre,
malinconica invisibilit della mia condizione, s, ecco,
l'effetto Nessuno, lo definirei. Sono cos poche le persone
che ti guardano, - disse Burton. - Orde cieche e sorde con
sacchetti della spesa e ventiquattrore e zaini ti passano davanti...
 il destino, amico mio, degli invisibili, degli sconosciuti,
degli insignificanti, dei dimenticati.
Quando chiesi a Burton perch Henry l'aveva chiamato
per nome, o meglio con il suo altro nome, Burton mi raccont
che mentre stava piantonando il palazzo dove abitava il professore,
Henry aveva fermato Dorothy in strada un paio di
volte chiedendole se aveva bisogno di aiuto. Burton confess
di provare un certo senso di colpa per quegli episodi. Aveva
rifiutato gli spiccioli di Henry, disse, ma era rimasto toccato
dalla sua generosit. Quanto a Edie, pensava che la sua
vita fosse dura, una continua penitenza per il suo passato di
intemperanze. Il figlio gli era parso un ragazzino delicato,
difficile, ombroso, e concludendo l'affare con Edie, era sicuro
che il denaro avrebbe aiutato anche Joel. Forse a causa del
mio disagio luterano nei confronti del denaro, mi trattenni
dal chiedergli quanto gli erano costate le lettere. Dopotutto
le sue veglie l'avevano avvicinato a Edie e al figlio, mentre le
sue ire le aveva riservate alla giornalista, e ammise che una
volta Dorothy (non disse io) le aveva dato un colpetto
leggero con l'ombrello.
Stava scendendo la sera quando Burton e io lasciammo
l'hotel e uscimmo insieme sul marciapiede, un po' brilli alla
luce del crepuscolo. Il Tricheco e il Carpentiere, mi dissi.
Mentre aspettavamo i taxi, guardammo verso sud, e ho la
certezza che a entrambi venne in mente non tanto quello che
c'era ma quello che non c'era pi, ma nessuno dei due apr
bocca mentre contemplavamo il cielo vuoto sopra Lower
Manhattan. Osservai Burton che fermava un taxi. Dorothy
era stata quasi del tutto smantellata ormai. Senza la parrucca,
il trucco e l'imbottitura del seno e del didietro, la mascolinit
di Burton era riaffiorata, ma quando sollev la gamba
per salire in taxi, il lungo cappotto si apr e scorsi per un momento
il frusciante vestito azzurro. In quell'istante mi pass
per la mente un pensiero che mi fece sorridere: quell'uomo
sapeva davvero il fatto suo.
Tre giorni dopo, uscendo dalla metropolitana, mi parve
di vedere Jeffrey Lane che costeggiava Prospect Park, ma non
ne fui sicuro. Quando una persona occupa una presenza subliminale
nella mia mente, qualunque sconosciuto pu prendere
le sue sembianze. Vidi Miranda parecchie volte nelle
due settimane che seguirono, ma Eggy era sempre con lei.
Tra Miranda e me qualcosa era cambiato, la nostra conoscenza
era pi profonda ma ci teneva ugualmente distanti. Insieme
non eravamo goffi n timidi. Era come se la confessione
di Miranda fosse chiusa in una stanza divenuta inaccessibile
con mezzi ordinari, una stanza sigillata che ricordavamo ma
in cui non potevamo tornare. Sapevo che stava lavorando
molto, disegnava fino a tarda notte. Appena parlava delle sue
opere, la sua voce si faceva appassionata e lo sguardo assumeva
un bagliore febbrile che mi rendeva silenzioso e deferente
in sua presenza. Quando le chiesi di vedere cosa stava
facendo, mi disse di aspettare.
Eggy portava dappertutto il suo gomitolo di spago, per
sicurezza. La sua insegnante alla Public School 321 le permetteva
di tenerlo sotto il banco durante le lezioni, e Miranda
aveva lasciato che, in camera sua, collegasse la lampada
sul soffitto a una sedia e alle colonne del letto. -  messo in
modo che non ci sia pericolo, - mi disse Eggy. - Non posso
inciampare di notte. In caso di incendio, devo poter scappare.
Mamma dice cos -. Giocherellava con il gomitolo mentre
parlava. - Non voglio bruciare -. Strinse forte il gomitolo.
- Qualche volta le persone cattive prendono fuoco cos.
Senza neanche bisogno di un fiammifero.
Volt il suo piccolo viso intenso verso di me come per sfidarmi.
- No, Eggy, - dissi, - la gente non brucia nelle fiamme
senza un fiammifero. Chi te l'ha raccontato?
- La babysitter di Frankie dice che Dio fa bruciare le persone
cattive.
- Capisco, ma non  vero.
Eggy port il gomitolo al naso e se lo premette contro il
viso. Poi sussurr: - Io sono cattiva.
Parlammo per un po' di sentimenti buoni e cattivi e sottolineai
il fatto che tutti provano entrambi, che avere sentimenti
cattivi non ti rende necessariamente cattivo. Non sapevo
se quelle banalit terapeutiche potessero far bene, ma
quando Miranda la chiam, Eggy mi pareva sollevata. Ci
che si dice spesso  meno importante del tono di voce con cui
si pronunciano le parole. Nel dialogo c' musica, misteriose
armonie e dissonanze che vibrano nel corpo come un diapason.
Mentre l'anniversario della morte di mio padre si avvicinava,
rientravo dal lavoro nelle buie serate di novembre. Sulle
pagine a righe del mio taccuino, annotavo i frequenti sogni
in cui mio padre, che credevo morto, era ancora vivo. Siede
in fondo alla sala a una conferenza di neuroscienze sull'Ottantaduesima
Est. Lo vedo di spalle mentre scrive nel suo studio,
ma lui non riesce a sentirmi quando gli parlo. Lo trovo
rigido e inerte su un divano, ma quando mi avvicino, lui batte
le palpebre. Ogni volta che mi svegliavo da quelle visioni
notturne, ripensavo a tutte le altre che avevano portato con
s lo stesso malessere, un'ambivalenza cos perfettamente calibrata
che mi sembrava che ciascun lato della tensione emotiva
potesse essere misurato matematicamente in una met
perfetta. A differenza della presenza spettrale in Minnesota,
quelle figure paterne non dicevano nulla. Erano mute, manichini
che respiravano appena. Quando ne accennai a Magda
il giorno in cui andai a trovarla, lei disse che la mia descrizione
le faceva venire in mente la parola impasse.
Da bambino passavo ore e ore con mio padre impegnato nei
suoi lavori. Mi sedevo in braccio a lui quando arava, sul solcatore
quando seminava, e gli trottavo dietro inciampando tra le
zolle di terra quando erpicava. In inverno, alla luce fioca
della lampada a kerosene, mio padre mungeva nella stalla mentre io,
seduto accanto a lui, lo tempestavo di domande. Un gatto poteva
vincere in una lotta contro una donnola? Perch le puzzole
invadevano i pollai? Perch i tori erano pericolosi e le mucche
no? Quanti serpenti a sonagli aveva ucciso mio padre, e qual era
il modo pi sicuro per farlo?
- Pap, come fai a capire se sta per nevicare?
- Pap, perch dalle cavallette esce succo di tabacco?
- Pap, perch l'ortica punge?
Adoravo fare domande a mio padre. Ero curioso, ma ora
mi chiedo se non sentissi anche che lui adorava che gliele facessi,
che adorava la mia adulazione quando gliele facevo,
che quel chiedere era una ripetizione di ci che aveva adorato
da bambino ed era diventato da grande: l'incarnazione del
padre gentile che ascoltava e rispondeva durante la mungitura
nella stalla. La risposta era meno importante della domanda.
Le risposte di mio padre erano spesso lunghe e complicate
e io non le capivo, ma mi piaceva stargli vicino, sentire
il suo odore, toccare la sua barba.  stata dura per lui
vederti crescere. - Ha dei periodi di umor nero, - aveva detto
una volta zia Lotte a mia madre. - Te ne accorgerai.
Mi piacerebbe poter ricordare di pi, - dissi a Magda.
-  come se fosse tutto avvolto dalla foschia -. Mio padre 
nell'orto, l'orto che era troppo grande e dava molto pi di
quel che la famiglia poteva mangiare. Sento mia madre dire:
- Non so cosa farci con tutti questi fagioli. - Andranno ai vicini,
- rispondeva invariabilmente mio padre, come se fossimo
di nuovo nella prateria, dove di rado c'era cibo a sufficienza,
dove si inscatolava e conservava tutto il possibile per
il lungo inverno in cui le strade erano bloccate per settimane,
a volte per mesi. Lo guardavo sarchiare intorno alle spighe
con mani esperte, vedevo i campi e l'orizzonte dietro di
lui. - L'orto era la fattoria, - dissi a Magda. - Lo stava facendo
ancora, e nel modo giusto -. Lo vedevo smettere di
sarchiare e alzarsi, voltarsi verso il bosco con le mani affondate
nelle tasche, e vedevo il dolore sul suo viso. Non sapeva
che lo stavo guardando dal garage, e non potevo andare
da lui. Non bisognava intromettersi. L'intrusione avrebbe significato
che sapevo, ma io non potevo sapere che soffriva.
- Non ha mai abbandonato la fattoria, - dissi. - Continuava
a riparare e ristrutturare e rifare.
La Depressione sembrava non finire mai. In pi, ci furono anni
di siccit, raccolti scarsi e pascoli aridi. Quando finalmente
arriv la pioggia, crescevano solo erbacce. I forti venti di sudovest
portavano la polvere dal Nebraska e dal South Dakota e
forse fin dall'Oklahoma. Il sole scompariva per giorni. Tutto veniva
coperto da strati e strati di polvere.
L'erba terrosa faceva venire le piaghe in bocca alle bestie. La gente sputava nero e diceva
che le cose andavano peggio ancora pi a ovest.
Magda stava ascoltando la mia lettura del brano; il suo viso
anziano si era raggrinzito in quell'espressione concentrata
che ricordavo da tutti gli anni passati insieme.
-  come se stessi cercando qualcosa, - dissi, - ma non so
cosa. Qualcosa che mi liberi.
- Dalla depressione, - disse.
La guardai.
- E dal senso di colpa e dall'umore nero quando il sole
scompare per giorni, e da tuo padre che rifiuta di morire.
In quel momento mi venne da piangere. Sentii la tensione
nel petto e la pressione nel naso e negli occhi e la pelle che
tirava tutt'intorno alla bocca, ma avevo la sensazione che se
avessi cominciato a piangere non avrei pi smesso, e chiusi
gli occhi per reprimere l'emozione.
- In uno dei suoi saggi, - disse Magda, - Hans Loewald
scrisse: Il lavoro della psicanalisi pu trasformare i fantasmi
in antenati.
Non presi appunti il giorno in cui Eggy cadde, ma ricordo
la cadenza aliena della voce di Miranda nel messaggio che
mi aveva lasciato e il punto esatto in cui mi trovavo sulla Quarantesima
Est, sotto la pioggia fredda. - Eggy  caduta da
Jeff. Ha battuto la testa.  al pronto soccorso di pediatria
al Bellevue Hospital. Le hanno messo un tubo per farla respirare.
Stanno facendo una Tac -. Dopo quelle parole si interrompeva
e restava zitta per un paio di secondi. - Erik, non
 cosciente -. Miranda non mi salutava e non mi chiedeva di
raggiungerla. Da Jeff. Eggy  caduta da Jeff. Appena udii quelle
parole, sentii crescere in me un'accusa informe contro Lane,
e la nuvola di sinistro presagio che l'aveva sempre avvolto
si ispess. Maniaco, ladro, istrione. Ricordai le dita insanguinate
di Miranda, il viso di Lane nello specchio del mio
corridoio mentre recitava il suo soliloquio. Ricordai l'irruzione,
la fotografia, il martello, e il cuore prese a battermi pi
in fretta. Vidi Eglantine a terra, priva di sensi, i paramedici
che la intubavano. Quando fermai un taxi, continuai la storia
di Eggy nella mia mente, e pur sapendo che era irrazionale
immaginare un seguito finch non ne avessi saputo di
pi, la vidi morta nel reparto di terapia intensiva, vidi una
donna con un blocco degli appunti che sedeva accanto a Miranda
e parlava a voce sommessa di donazione di organi. Bisognava
prendere subito una decisione. In taxi ripetei tutto
quello che mi ricordavo della Glasgow Coma Scale e del suo
rapporto con la percentuale di guarigione, e dei possibili danni
in seguito a trauma cranico: crisi epilettiche, deficit cognitivi,
problemi di memoria, alterazioni della personalit. Non
ero un esperto in materia. Quando avessi saputo cos'era successo,
avrei chiamato Fred Kaplan - lui non faceva altro,
trauma cranici giorno e notte.
Mentre spalancavo le porte e marciavo lungo il corridoio,
mi resi conto che stavo pregando - la preghiera automatica,
priva di entusiasmo, del non credente che implora la divinit
perduta della sua infanzia affinch gli venga in soccorso. Ti
prego fa' che sopravviva. Ti prego fa' che stia bene. Avevo varcato
porte di ospedale centinaia di volte. Avevo visto centinaia
di pazienti in condizioni disperate, ma uno dei segreti
per far funzionare una cura  non empatizzare troppo, non
farsi prendere dalle emozioni, rimanere calmi. Non ero calmo,
e non si trattava solo dell'apprensione per Eglantine.
C'era rabbia nella mia falcata, rabbia nel petto, nella pancia,
e la preghiera si trasform in un ritornello contro Lane. Mostro,
cattivo padre, bastardo. Percorsi di gran passo il corridoio,
spinto da una furia ritmata. Completamente assorto, andai a
sbattere contro una donna anziana che avanzava lentamente
sulla sua sedia a rotelle. Mi chinai e le chiesi scusa. Lei alz
il viso grinzoso, sorrise e disse, con un accento forte che non
riuscii a identificare: - Fa niente, piccolo.
La sua voce mi blocc. Mi aveva chiamato piccolo come se
all'improvviso avessi perso molti anni e parecchi centimetri.
Mi infilai nel primo bagno per uomini che vidi, e per
alcuni minuti rimasi seduto su un gabinetto, con la testa fra
le mani, ad ascoltare il piscio di un uomo nell'orinale accanto.
Dietro quella porta, la mia rabbia si trasform in disperazione.
Mi sentivo spezzato. Ancora adesso non riesco a interpretare
con precisione la profondissima tristezza che mi
travolse. Non era il dolore della compassione; ma vergogna
e infelicit per me stesso, e un senso di reiterazione ineluttabile
scatenato dalle frasi vendicative che mi avevano sospinto,
un passo dopo l'altro, fino al pronto soccorso pediatrico.
Quando mi sedetti accanto a lei, Miranda si mosse a malapena
e mi raccont la storia della caduta di Eggy fissando
il pavimento. Intanto io contemplavo le mani tese che teneva
in grembo, le dita lunghe con le unghie corte. Lane era andato
a prendere la figlia a scuola e l'aveva portata a casa sua,
come faceva ogni venerd. Era al telefono con il suo gallerista
mentre Eggy giocava con lo spago nella stanza a fianco.
Il palazzo era eccessivamente riscaldato, e Lane aveva lasciato
aperta la finestra della camera. Probabilmente, mentre Lane
parlava, Eggy si era messa a legare delle cose con lo spago.
Poi lui aveva sentito il grido, si era precipitato nella stanza,
aveva visto la finestra aperta, lo spago legato dal letto alla
scala antincendio e la figlia sotto, a terra. L'appartamento di
Lane su Avenue A si trovava al primo piano, quindi non era
molto in alto, ma la bambina doveva aver battuto la testa e
perso subito conoscenza. Miranda alz il mento e parl al
muro. - Non stava facendo attenzione, - disse. Fece una pausa.
- Quante volte non ho fatto attenzione io -. La sua voce
si affievol alla fine della frase. Non era una domanda.
- E adesso lui dov'? - chiesi.
Scroll il capo. - Era qui. Gli ho promesso di chiamarlo.
Non voglio guardarlo in faccia in questo momento. So che
non l'ha fatto apposta. Ma adesso non riesco proprio a
guardarlo -. Strinse ancora di pi le mani giunte. - Erik, ho firmato
un documento con cui davo il permesso di metterle qualcosa
nel cranio. Volevano sapere se era allergica allo iodio.
Stavano facendo tutto il possibile. Quella era la formula.
Seduto li in sala d'attesa accanto a Miranda, mi ritrovai dal
lato inerte della medicina, dove n l'eroismo n il fallimento
sono possibili, dove il tempo si dilata e i semplici numeri
di un orologio non possono registrarlo. La prognosi peggiora
a ogni ora di coma. Ci sono eccezioni, persino miracoli,
ma sono rari. Cos aspettavamo. Le pareti quasi spoglie, gli
odori stantii, il brusio incomprensibile, i trilli dei cercapersone,
il viso rotondo dell'uomo con le treccine rasta sulla sedia
davanti a me e la nauseante luce artificiale avevano un
effetto quasi ipnotico su di noi. Per un po' fissai un sacchetto
di patatine giallo e blu strappato e accartocciato sotto una
sedia vuota, poi il cilindro rosso dell'estintore. Il terribile accumulo
di inutili informazioni sensoriali si trasform nel mio
corpo in una presenza opprimente che sarebbe stata noia se
non fosse stato per la fame di sapere che celava. I genitori
di Miranda e due delle sorelle erano gi arrivati quando comparve
il neurochirurgo, il dottor Harden. Non poteva dirci
cosa sarebbe successo, solo quello che era gi successo. Il coma
di Eggy era stato valutato A10 sulla scala di Glasgow. Le
pupille erano normali. Non aveva ossa rotte, solo qualche livido
e bernoccolo. Le era stato somministrato del rocuronio,
un bloccante neuromuscolare, per tenerla tranquilla, ma l'effetto
era gi scomparso. Era stata collegata a un respiratore.
La Tac non aveva evidenziato contusioni n ematomi, il che
era un gran sollievo, ma c'era un edema, un gonfiore. Lieve,
disse. Ma non sapevano cosa significasse. Volevano mantenersi
cauti e continuare gli accertamenti, quindi le avevano
inserito un catetere per misurare la pressione intracraniale,
che al momento era normale. Il medico dimostrava pi o meno
la mia et e aveva i modi energici, sicuri di s, di un esperto
nel proprio campo. Aveva un tono comprensivo, eppure
mi sentii irritato dal suo sguardo spento che, mi resi conto
in seguito, poteva essere dovuto semplicemente alla stanchezza.
Eppure, sapevo che vedeva ci che era addestrato a vedere.
Quando la lasciarono andare da Eggy nel reparto di terapia
intensiva, Miranda invece vide qualcos'altro. Vide la sua
bambina di sei anni distesa su una lettiga inclinata a trenta
gradi, la testa in parte rasata, una chiazza rosso marrone di
betadine intorno al buco che le avevano fatto nel cranio. Vide
una serie di indecifrabili congegni da monitoraggio, fili,
tubi e macchine attaccati al viso, alle braccia, al petto, al naso
e alla gola della bambina. Vide i graffi sulla fronte di Eggy
e il livido sul braccio nudo, e vide la figlia sprofondata nel
sonno malsano da cui alcuni non si svegliano pi. Quando
Miranda torn verso di noi, camminava molto lentamente,
con le labbra serrate, e a un certo punto la vidi sbandare di
lato e allungare un braccio verso la parete per riprendere l'equilibrio.
Mi alzai, ma suo padre fu pi rapido a correre da
lei per farla accomodare su una sedia.
Lane arriv pochi minuti dopo. Il suo viso era gonfio, arrossato,
e quando il suo sguardo incroci il mio, non vidi nei
suoi occhi un lampo di riconoscimento. Mi super e si inginocchi
davanti a Miranda. Lei non lo guardava. Lane sussurr
disperato: - Mi dispiace tanto. Mi dispiace tanto -. Mi
voltai e mi ritrovai a guardare dritto in faccia il padre di Miranda.
Poi sentii Miranda dire in tono autoritario: - Alzati e siediti.
Quando tornai a guardarli, vidi che Lane aveva obbedito
ed era seduto accanto a lei, con la testa tra le mani.
E cos iniziammo la veglia nello spazio sinistro del presente
in corso, un intervallo privo di ogni significato, sospeso
tra la caduta di una bambina e un qualche momento futuro
in cui avremmo saputo.
Miranda torn da Eggy nel reparto di terapia intensiva,
perci doveva aver sentito quando avevano detto che c'erano
dei miglioramenti, che Eglantine stava uscendo dal coma.
Miranda era l quando la figlia la riconobbe, ed era l quando
il dottor Harden annunci che secondo lui le cose andavano
bene, molto bene, meglio di quanto si fosse aspettato. Vidi
Jeffrey Lane piangere di felicit quando ricevette quella notizia,
e i genitori di Miranda abbracciarsi tra loro e poi stringere
le figlie. Sapevo che non era finita, che anche quando si
fosse ripresa completamente, Eggy avrebbe vissuto portandosi
dentro la storia della caduta. Ne sarebbe stata cambiata.
Quando uscii dall'ospedale, stava nevicando - grossi fiocchi
bagnati che solo per pochissimo tempo avrebbero coperto
di uno strato candido strade e marciapiedi - ma la neve
era bellissima, e quando mi fermai per guardarla cadere, illuminata
dalle luci dell'edificio contro il buio della sera, mi
parve uno di quei momenti in cui il confine tra dentro e fuori
sfuma, e non esiste solitudine perch non c' un'individualit
che possa sentirsi sola. Dopo la prima nevicata importante,
scriveva mio padre, eravamo bloccati fino a primavera. Ricordavo
i grossi cumuli contro la porta, la brina che creava
motivi elaborati sulla finestra, il mio naso contro il vetro freddo
e le vaste dune bianche formate dalla bufera durante la
notte. Dunkel Road era invisibile. Il mondo conosciuto era
scomparso. - Quando Lars  morto, stava nevicando, - aveva
detto mia madre. - Guardavo la neve cadere dalla finestra.
Cadeva verticale, regolare. Poi c' stato un cambiamento
in lui, come un'ombra; mi  sembrato che scivolasse sul
suo corpo e poi raggiungesse il collo e si spostasse sul mento,
il naso, le guance, la fronte, fin sopra la testa, e in quel momento
ho capito che era morto. La notte in cui Eglantine
si svegli stava nevicando. Ingeborg era cos minuscola, aveva
detto mio nonno, che era stata seppellita in una scatola da
sigari. Da qualche parte nei venti acri di terreno laggi in
campagna, la casa fuori, giacciono ancora le ossa di una bambina
nata morta. Mio padre scava la fossa. Un bambino non
ancora nato parla da dentro il corpo della madre su Cut Hill
e lo schiavista inglese cade a terra, morto stecchito. Zio Richard
riverso su una strada di West Kingston. Il mio prozio
David zoppica lungo Hennepin Avenue nella neve, con i
moncherini nelle scarpe fatte su misura per lui. Riesce a entrare
nell'atrio dell'albergo e poi si accascia. Per colpa del
cuore, non del freddo. Re Edward e la signora Wallis Simpson.
Vedo Dorothy che filosofeggia in mezzo alla strada, pontifica
sullo stato del mondo, oratrice strampalata. Caro, vecchio,
sudaticcio Burton, l'uomo della memoria, che trae in salvo
le dame, dama lui stesso, in lutto per la madre, quella prima
dell'ictus, la donna d'antan. Mio padre fa un discorso al
suo ottantesimo compleanno. Comincia con il piccolo annuncio
sul giornale: Smarrito gatto. Marrone e bianco, pelo rado,
orecchio sinistro lacerato, cieco da un occhio, senza coda, zampa
posteriore destra zoppicante. Risponde al nome di Lucky. Li
sento ridere nella stanza. Vedo Laura che ride dall'altra parte
del tavolo e sento il suo culo caldo sotto le mie mani nel
letto. La testa di Miranda sulla mia spalla. Vedo le sue strade
oniriche e la sua casa con la stanza inquietante e i mobili
strani. Vedo una donna sotto un uomo, lotta per liberarsi dalla
sua presa. Sono davanti a una cassettiera, e desidero intensamente
guardare dentro, toccare le sue cose. Un uomo
spacca la sua scrivania con un'accetta e trova al suo interno
un manoscritto. Come il corpo di suo padre che rivelava segreti.
Vedo la scrivania ordinata di mio padre: graffette, cartucce,
chiavi sconosciute. L'armadio di Sonia  molto disordinato
ora. Lascia i vestiti ovunque, e Arkadi apre la cassettiera
nella stanza enorme e non trova altro che una voce. Sale
sul treno e vede una donna che sembra Lili ma non  Lili, ma
un'altra che catturer la sua immaginazione, una creatura di
sua invenzione. Quand' stato, penso, solo tre giorni fa, Inga
mi ha letto la prima lettera, le tremava la voce. Cara Lili,
- scriveva Max. - Ti scrivo ora in quell'altra persona, quella
che ha scritto per tutti questi anni per riuscire a sopravvivere.
Non viveva per scrivere. Scriveva per vivere. Certi
giorni non ha pi storie dentro, sente che non pu pi farlo.
Certi giorni gli sembra di essere morto. Non pu dirlo a nessun
altro. Lo dice a te perch hai l'armatura che ti ha dato
lui, perch tu non puoi vederlo, perch tu non sai chi . Non
sai che sta morendo. Ma Edie doveva sapere che Max stava
inseguendo una fantasia, che scriveva a qualcun altro, a
una donna in un film, una donna che non avrebbe mai trovato.
Forse hai amato Miranda perch sapevi che non avresti
potuto trovarla, mi dissi, e questo ti ha impedito di andare
avanti e ti ha lasciato tremante come la signorina L. sui gradini
davanti a una porta chiusa. Impasse. La gente ha bisogno
di essere vista. Il signor R. alza lo sguardo e vede il tappeto
appeso al muro del mio studio. Qualcosa si  spezzato dentro
di lui. La Depressione sembrava non finire mai. Vedo mio
padre che attraversa il campus con la sua lunga falcata, e non
mi riconosce. Passa accanto a suo figlio, ma in quel momento
non mi sta guardando.  troppo triste per vedermi, assorto
in vecchi dolori che riemergono di tanto in tanto. C'entra
pap. Inga sta parlando di Max. Abbiamo diverse identit nel
corso della vita. Mio padre sta raccontando la sua storia della
fattoria, del periodo nell'esercito, dei viaggi, del lavoro,
delle persone che ha conosciuto e amato, e di noi, mia madre,
Inga e me. Il discorso pare terminato. Mio padre fa una
pausa. I suoi occhi luccicano, ironici: - Ed ecco perch, - dice,
- rispondo al nome di Lucky -.  una cosa nuova, dice
Sonia a proposito dell'essere innamorata. E nuovo. Il Nuovo
Mondo. Un rifugio nella prateria. Sparizioni. Il suo cadavere
svuotato aveva perso l'uomo che conoscevo. Joel non conoscer
mai suo padre. Bacia pap. La mia giovane madre si
china sul corpo di suo padre. La guerra non  ancora finita.
Le guerre infuriano. Uomini e donne infuriano. Mio padre
dorme in una buca su una spiaggia mentre i razzi tuonano sopra
di lui. I nostri prodi giovani uomini e donne in uniforme che
combattono per la libert. Una casa di legno si incendia. Una
bambina viene salvata da una casa in fiamme. Abbiamo pulito
le tombe ben bene, vero? Le torri bruciano. La gente cattiva
brucia. No, non  vero. Mio padre abbatte alberi. Il suo
pugno sfonda il soffitto basso sopra il suo lettino. Mio nonno
grida nel sonno e suo figlio, ancora piccolo, lo scrolla per
svegliarlo. Lane l'ha vista in me. Ha visto la violenza, la violenza
a cui mio padre voleva sfuggire camminando, senza riuscirci.
La strada non  abbastanza lunga. Un ufficiale giapponese
cade nell'erba alta. Sarah salta, cade. Eggy cade. Sonia
guarda dalla finestra. Persone che saltano, cadono. In
fiamme. Gli edifici crollano. Wo ist mein Schade Star. I morti
parlano e il signor T. ascolta. Sentiamo delle voci. Sento
mio padre che pronuncia il nome di mia madre. Dice: Marit.
Lo ripete. Lo vedo chinarsi sul suo cappotto in una stanzetta
di Oslo, staccare meccanicamente la lanugine pallida
dalla stoffa scura. Se dovessi conservare un unico ricordo della
mia vita... Immobile, guardo la neve, e sta succedendo
tutto contemporaneamente. Non pu durare, mi dico, questa
sensazione non pu durare, ma non importa.  qui, ora.
Nel disegno la bambina ha le ali. Sta uscendo dal coma. Mia
sorella  distesa sull'erba. Baciami, baciami, cos mi posso
svegliare. E poi vedo la signora W. alla fine della nostra ultima
seduta. Mi sta sorridendo, e utilizza ancora quella parola,
reincarnazione. - Non dopo la morte, ma ora, da vivi -.
Mi porge la mano e io la stringo. - Mi mancher.
- Anche lei mi mancher.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Sono molte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito alla scrittura di questo libro. David Hellerstein, Daria Colombo e Ann Appelbaum
mi hanno permesso di osservare da vicino la vita lavorativa degli psichiatri. Monica Carsky mi ha parlato della sua esperienza di psicoterapeuta. Rita Charon, capo del Narrative Medicine Department della Columbia Medical School, mi ha cortesemente concesso di partecipare alle sue lezioni per gli studenti di medicina e poi mi ha incluso nelle conferenze del dipartimento. Voglio ringraziare Frank Huyler e Richard Siegel per la loro competenza in materia di primo soccorso.
Mark Solms mi ha introdotto al mondo della neuropsicanalisi, prima grazie ai suoi libri, poi di persona. Mi ha invitato alle conferenze mensili di neuroscienze al New York Psychoanalytic Institute e al piccolo gruppo di discussione che seguiva. Sono in debito con tutti i ricercatori, gli psichiatri e gli psicanalisti che hanno fatto parte di quel gruppo, ma vorrei citare alcuni dei pi assidui:  Maggie Zellner, David Olds, Jaak Panksepp e, in memoria, Mortimer Ostow. Ringrazio David Pincus, anche lui membro del gruppo, per le sue conversazioni via e-mail su mente e cervello.
Le conoscenze di George Makan in materia di filosofia e storia della medicina, oltre alla sua esperienza come psichiatra e psicanalista, sono state preziosissime.
Voglio ringraziare Dawn Beverle, che mi ha seguito alla clinica psichiatrica
Payne Whitney, dove lavoro come volontaria insegnando ogni settimana scrittura ai pazienti.
Sono grata a tutte le persone che hanno partecipato alle mie lezioni. Insegnare in quel laboratorio  stata un'esperienza molto forte per me, e senza i miei studenti non mi sarei sentita cos vicina alle storie di persone che lottano con il dolore delle malattie mentali.
A Jacquie Monda ed Edna e George Thelwell va tutta la mia gratitudine per avermi aiutato a trovare materiale sulla Giamaica, oltre a condividere con me le loro storie di quel paese.
Il debito pi grande, tuttavia,  con mio padre, Lloyd Hustvedt, morto il 2
febbraio 2003. Verso la fine della sua vita gli ho chiesto se potevo usare alcune parti delle memorie che aveva scritto per familiari e amici nel romanzo che allora avevo appena cominciato a scrivere. Mi ha dato il suo permesso. I brani delle memorie di Lars Davidsen contenuti in questo libro sono attinti direttamente dal testo di mio padre, con qualche cambiamento redazionale e di nomi. In un certo senso, dopo la sua morte, mio padre  diventato mio collaboratore. Anche la storia del prozio David  vera, e l'articolo di giornale su Dave l'Uomo  delle Matite  citato alla lettera. Nonostante questi prestiti diretti, in tutto il romanzo ho mescolato liberamente storie vere e storie immaginarie.
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Note.
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1. R. M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, trad. di L. Traverso, Adelphi, Milano 1980.
2. In originale sans everything, citazione da Come vi piace di Shakespeare, atto II, scena VII: Una seconda fanciullezza senza denti, senza vista, senza palato, senza memoria, senza niente.
3. S. Kierkegaard, Enten-Eller, trad. di A. Cortese, Adelphi, Milano 1987, tomo I.
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FINE.